Il teorico dello scisma sommerso

Cosa vuol dire credere?

di Pietro Prini*

La fede, come
diceva
Sant’Agostino, “si
non cogitetur nulla
est”, se non è
pensata è nulla. E
se c’è dunque una
fede, è insito nella
fede il pensare la
fede. Dunque il
pensare la fede
passa attraverso
questa continua
problematicità,
questa continua
interrogazione.

Galileo fu
condannato al
silenzio, a dire che
la terra è ferma e
che la proposizione
che la terra giri è
filosoficamente non
accettabile. Ecco,
la colpa di questa
posizione è dovuta
all’autoritarismo, al
monarchismo, alla
struttura gerarchica
- non nel senso
sacramentale, ma
nel senso
organizzativo -
della Chiesa.

Io non ritengo che ci sia una simmetria tra credenti e non credenti, nel nostro dialogare, nel nostro discutere. Cosa vuol dire credere? Certamente non è della fede il voler convincere gli altri, il non credente, gli atei, il voler convincere delle proprie convinzioni, delle proprie credenze. Oggi anche il problema antico missionario è cambiato profondamente - così mi dicono certamente si vuole cambiarlo. Io ho testimonianze dirette di chi è andato in regioni difficilissime e che ha voluto convivere insieme a popolazioni che avevano un tipo di cultura tribale, arcaicissima e certamente lontanissima dal Cristianesimo, e ha voluto semplicemente dare una prova di convivenza, non faceva discorsi, non faceva riti, non si presentava come il predicatore. Era uno che viveva insieme a questi fratelli le loro sofferenze e che pregava il suo Dio - se così si può dire "suo" perché lo riteneva anche "loro" - con la stessa fede, con la stessa sensibilità, con cui riteneva e vedeva che i suoi confratelli pregavano le loro divinità. Quindi è lontanissimo dall'idea della fede che il cristiano, o almeno il cristiano maturo di oggi, ha raggiunto.

Io penso per esempio a quell'esempio fortissimo del cristiano maturo che è il luterano Bonhoeffer che è morto in campo di concentramento, che è morto per l'affermazione della propria fede, ma che non ha mai avuto l'idea di dover imporre, di dover condurre i suoi fratelli a quella fede, perché il Bonhoeffer rappresenta oggi il Cristianesimo maturo che non ha affatto questo senso di imperialismo d'avere una fede migliore degli altri, d'avere una fede da imporre quindi agli altri. Quindi non c'è questa volontà di convincere, di persuadere l'altro, non c'è la volontà in nessun modo, perlomeno io ritengo - e da conversazioni che ho avuto con Sua Eminenza il Cardinale Silvestrini, so che anche lui è di questo avviso - io ritengo che si sia arrivati a questa profonda epurazione del concetto di fede, per cui quello che oggi pensiamo come il concetto di fede, è estremamente problematico nel credente stesso. Oggi, se è vero che la fede, come diceva Sant'Agostino, "si non cogitetur nulla est", se non è pensata è nulla, e se c'è dunque una fede, è insito nella fede il pensare la fede. C'è però questo: che il pensare la fede passa attraverso questa continua problematicità, questa continua interrogazione. Non c'è credente che sia veramente credente, che non si interroghi continuamente.

C'è la famosa frase evangelica che chiede a Dio di confortarlo nella propria incredulità. Quindi la fede sta all'interno di questa continua, come possiamo chiamarla, problematicità, interrogatività. La fede non è un repertorio di preposizioni come veniva presentata forse da qualche catechista o da qualche istruttore catechetico; la fede non è affatto un repertorio di preposizioni sicure dalle quali non si può allontanarsi, dalla quale il credente è obbligato a non allontanarsi. Il mio maestro, Gabriel Marcel, diceva che la fede non è neanche possibile in chi non la pone in un mondo che non sia soggetto di dubbio metafisico, cioè che non sia soggetto del dubbio più radicale. Era una delle sue espressioni che ripeteva a Parigi quando conversavo con lui. Non c'è nessuna situazione in cui il credente possa dirsi alieno, liberato dalla incertezza, dalla problematicità. Di fatti, per noi filosofi, abituati alla storia della filosofia, è chiaro che, per esempio, in un mondo libero dall'incertezza, dove non è possibile l'incertezza, come nel mondo di Spinoza, o anche nel mondo di Hegel, non è possibile la fede. La certezza razionale non consente la fede. [...]

Forse quello che è meno evidente è il problema che io chiamerei della nascita della scienza moderna come del primo passo della renovatio Ecclesiae. Il primo passo della renovatio Ecclesiae - per due secoli si è discusso, soprattutto nei colloqui con la Chiesa ortodossa, di questo problema su cui si è venuti d'accordo in questa convergenza di ricerca - è stato quello che la fede, il patrimonio di verità, di certezze che è comune ai credenti è un patrimonio che sta insieme al patrimonio della ricerca, cioè ai dubbi della ricerca. E la scienza...? Che cosa ha fatto Galileo? A mio avviso la scienza moderna è stata la proposta di un tipo di cultura, di un orientamento della cultura, che ha cambiato effettivamente il mondo, perché il mondo moderno è nato dalla nascita della scienza, ebbene questa nascita della scienza, cosa ha portato alla Chiesa? Ha portato il primo passo, se fosse stato accolto, il primo passo della renovatio Ecclesiae.

Il primo promotore del rinnovamento della Chiesa non è stato Lutero, non è stato il Concilio di Trento, il primo passo è stato l'offerta di liberazione del patrimonio di verità che la Chiesa trasmette per eredità in una tradizione e conservando l'eredità dei testi sacri; il primo passo, il primo dono offerto dalla Chiesa è stato la liberazione di questo patrimonio da tutto l'apparato fabulatorio, mitico che è stato veramente la motivazione più grave della negazione di Dio. Pensate, per esempio, alla lettura dei primi due capitoli della Genesi, i capitoli famosi della creazione: si parla di un mondo che non è affatto il mondo in cui noi viviamo. Pensate se il mondo in cui noi viviamo possa in qualche modo assimilarsi all'Eden, dove non c'è lotta per la vita, dove non c'è conflitto tra i viventi, dove non c'è altro che la felicità, il benessere e così via. La creazione di quel mondo non è la creazione del mondo nostro in cui viviamo. A motivazione della identificazione della creazione di Dio del mondo c'è il notissimo mito del peccato originale. La colpa, si usa dire, il male, è l'uomo che l'ha compiuto. Il male è nato per quel grandissimo bene che Dio ha dato all'uomo nella sua creazione, il massimo bene, che è la libertà. Se ha dato la libertà, Dio doveva consentire che ci fosse la possibilità che l'uomo volesse il proprio male, che l'uomo fosse responsabile del proprio male. Quindi l'idea della punizione, dell'inferno, nella dannazione eterna, insomma tutto l'apparato mitico che è venuto al Cristianesimo, è venuto da quella falsa proposizione offerta dai primi capitoli della Genesi.

Come facilmente si è capito che avevano un valore fabulatorio le sei giornate impiegate da Dio nella creazione del mondo, così aveva un valore fabulatorio tutto quello che c'era di fattuale nella proposta cosmologia, nella cosmologia proposta dal tema biblico e poi cristiano. Ebbene, quando si è capito che la scienza offre una maniera di vedere il mondo verificabile, una maniera di vedere il mondo sia pure non nei termini dell'antica metafisica, nei termini assoluti in cui parlavano i grandi metafisici come Platone, Aristotele, ma si è visto che la scienza, che Galileo ha offerto veramente il senso di una forma di sapere che è verificabile, o meglio falsificabile come direbbe Popper, ebbene quando si è visto questo, si è capito che la scienza ha offerto all'uomo, e quindi alla Chiesa, la possibilità di liberare il patrimonio del Messaggio dal fabulatorio al mitico. Tutti sappiamo purtroppo cos'è avvenuto a Galileo: fu condannato al silenzio, a dire che la terra è ferma e che la proposizione che la terra giri è filosoficamente non accettabile. Ecco, la colpa di questa posizione è dovuta all'autoritarismo, al monarchismo, alla struttura gerarchica - non nel senso sacramentale, ma nel senso organizzativo - della Chiesa.

L'ipotesi copernicana è stata proibita nelle scuole ecclesiastiche fino all'ottavo decennio del XVIII secolo e la Chiesa si è tirata fuori da questo immenso vantaggio che le offriva la scienza. Oggi, se la Chiesa, come dovrà fare secondo me, riesce a liberarsi e ad accettare veramente questa proposta straordinaria fatta per esempio da un uomo come Galileo, se riesce a liberarsi di questo peso enorme del fabulatorio, la Chiesa cui può offrire una fede che nella età della scienza, come può essere la nostra età, sa distinguere nelle proposizioni già dette di fede, il fattuale, cioè quello che è di competenza assoluta della scienza - perché sul fattuale è la scienza che deve decidere - dal simbolico, cioè da quel patrimonio che va aldilà del fatto, che è un patrimonio veramente tale da valere come patrimonio sacrale, di fede, non da imporre agli altri, ma che fa avere al mondo un senso divino. Trascrizione non rivista dall'autore dell'intervento tenuto nell'ambito della presentazione del libro di Sergio Zavoli "Se Dio c'è" il 3 aprile del 2001.

* Docente emerito di filosofia all'Università "La Sapienza" di Roma, è uno dei maggiori filosofi italiani di ispirazione cattolica.Tra le opere più interessanti e più discusse della sua ultima produzione, va ricordato Lo scisma sommerso (1998; nuova edizione 2002), in cui il filosofo analizza la spaccatura sotterranea che si è creata nella Chiesa cattolica tra il magistero ufficiale e la fede e le scelte di vita dei credenti.

Martedì, 8 luglio, 2008 - 16:13
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