Dal corpo dell' omo al cuore della politica

di angiolo bandinelli

La manifestazione dell'orgoglio gay rivendica pari dignità per i corpi. Come per l'autodeterminazione della donna, come per Vesce, Coscioni e Welby, il vero protagonista di queste battaglie è il corpo, divenuto finalmente soggetto di una grande scoperta.

I diritti di libertà
vanno rivendicati
per la
concretezza
del corpo. Solo
quando tale
conquista sarà
realizzata si
potrà parlare di
diritti umani
davvero universali

Non saranno stati un milione, come hanno ironicamente proclamato, ma certo i gay e i loro sodali, amici, sostenitori e simpatizzanti che hanno sfilato per le vie di Roma nel giorno dell'orgoglio omosessuale erano parecchi e soprattutto erano visibilissimi, non solo per i colori sgargianti, la festosità dei carri allegorici, quel tanto di follia che adorna quel genere di manifestazioni. Sono stati visibilissimi perché - come era inevitabile - l'attenzione dell'opinione pubblica si è avidamente focalizzata su quella che è subito apparsa come la risposta al "Family Day" di poche settimane prima. A Piazza San Giovanni i seguaci di Ruini e di Pezzotta, a Piazza San Giovanni gli eredi del glorioso e sempre rimpianto FUORI di Angelo Pezzana e dei radicali. Poco importa se i primi erano un po' di più dei secondi. Nelle sedi dove si fa la politica vaticana, di là del Tevere e in Vicariato, si saranno finalmente resi conto che il "Family Day", fortemente voluto e strombazzato come la botta vincente alla (presunta) onda laica e all'andazzo anticlericale deplorato dai clericali, ha provocato il peggio che si potesse immaginare, un formidabile contraccolpo dell'orgoglio di coloro contro i quali, piaccia o no, il "Family Day" era stato organizzato, e dei loro non pochi sostenitori. Qualcuno, da quelle parti, si è irritato e ha messo all'Indice i cori, gli striscioni e i cartelloni antivaticaneschi che hanno costellato il corteo gay, ma è sperabile che alla fine si sia capito che non si può invocare uno "spazio pubblico" per la religione militante e politicizzata, farla scendere spregiudicatamente in piazza con vessilli e cortei, e poi rifiutare le forme stesse del confronto di piazza, che per definizione non sono roba da salotti.

La manifestazione dell'orgoglio gay rivendicava pari dignità per i corpi dell'uomo, della donna e dell'omo, rifiutando le separatezze, i proibizionismi, le violenze esercitate su questi o quelli in un secolare percorso storico drammatico e contraddittorio. Sembra quasi che solo il nostro tempo, per un misterioso rinsavimento, abbia preso coscienza del fatto che il corpo, il corpo umano nella sua varietà e complessità, ha diritto a diritti nuovi, tutti suoi e non negoziabili (come si usa dire oggi). Grazie a Vesce, Coscioni, Welby e tanti altri "diversamente abili" che lottano nella nostra associazione, abbiamo scoperto il corpo del malato come soggetto di una politica dalle caratteristiche rivoluzionarie. Ieri (ma, in fondo, quasi contemporaneamente) avevamo visto il corpo della donna in lotta per l'autodeterminazione e la legalizzazione dell'aborto (ancor oggi costretto entro norme punitive e irrazionali), lo vediamo adesso lottare contro le mutilazioni genitali femminili, contro il velo coatto e le imposizioni di un fondamentalismo maschilista e, sperabilmente, prima o poi lo scopriremo ribellarsi contro - mi sia consentito ricordarlo, è una mia convinzione - l'abuso speculativo del parto cesareo. Arriva ora - ma no, era già sceso in campo da tempo - il corpo dell'omo, il corpo del gay. Sono tre grandi filoni di impegno civile, che sembrano procedere per strade e con obiettivi diversi e invece confluiscono tutti e tre a determinare una delle grandi conquiste di consapevolezza del nostro tempo (in questo sì, del tutto globalizzato). Perché il vero, unico protagonista di queste battaglie è il corpo, il corpo in sé, divenuto finalmente soggetto di una grande scoperta, e cioè che i diritti di libertà, finora ritenuti solo un ornamento o una esigenza dello spirito, vanno invece rivendicati e conquistati innanzitutto per la concretezza, materiale ed esistenziale del corpo. Solo quando tale conquista sarà compiutamente realizzata si potrà parlare di diritti civili, diritti umani, davvero universali. Ciò avverrà però, è bene ricordarlo, quando saranno anche definitivamente sconfitte le torture che al corpo vengono inflitte in mezzo mondo, la fame che lo debilita e uccide per sottosviluppo o sfruttamento, e infine quella pena di morte che la campagna radicale sulla moratoria universale ha affidato all'ONU perché sia il consesso dei popoli e delle nazioni a bandirla per sempre dalle legislazioni e dalla pratica.

A Trafalgar Square, nel centro di Londra, straordinario nel pallore insieme frigido e tenero del marmo di Carrara, issato sul "fourth plint" che delimita la balconata attorno alla colonna del "Nelson Memorial" con i quattro leoni, si vede un torso femminile, reso famoso dalle fotografie diffuse dai media di tutto il mondo. E' l'immagine di una donna nuda, il ritratto, due volte il naturale, di Alison Lapper, opera di Marc Quinn. Una immagine scioccante. Perché Alison Lapper non solo è incinta di otto mesi ed ha i seni e il ventre protuberanti, gonfi, d'un realismo spietato: è anche una focomelica, con moncherini al posto delle braccia e i piedi rattrappiti su gambette da nano. Il volto, nobile e bello, esprime la consapevolezza di una condizione umana offesa eppur vitale. Un'opera d'arte coraggiosa, non più, per la nostra coscienza, offensiva, degradante, oscena. Perché è il simbolo di un riscatto che attende ancora il suo compimento, il riscatto del corpo umano, in tutte le sue forme ed espressioni "diversamente" abili.

 

 

Alison Lapper
di Quinn esprime
la consapevolezza
di una
condizione
umana offesa
eppur vitale.
È il simbolo di
un riscatto che
attende ancora
il suo compimento:
il
riscatto del
corpo umano

La manifestazione dell'orgoglio gay rivendicava pari dignità per i corpi dell'uomo, della donna e dell'omo, rifiutand separatezze, i proibizionismi, le violenze esercitate su questi o quelli in un secolare percorso storico drammatico e contraddittorio. Sembra quasi che solo il nostro tempo, per un misterioso rinsavimento, abbia preso coscienza del fatto che il corpo, il corpo umano nella sua varietà e complessità, ha diritto a diritti nuovi, tutti suoi e non negoziabili (come si usa dire oggi). Grazie a Vesce, Coscioni, Welby e tanti altri "diversamente abili" che lottano nella nostra associazione, abbiamo scoperto il corpo del malato come soggetto di una politica dalle caratteristiche rivoluzionarie. Ieri (ma, in fondo, quasi contemporaneamente) avevamo visto il corpo della donna in lotta per l'autodeterminazione e la legalizzazione dell'aborto (ancor oggi costretto entro norme punitive e irrazionali), lo vediamo adesso lottare contro le mutilazioni genitali femminili, contro il velo coatto e le imposizioni di un fondamentalismo maschilista e, sperabilmente, prima o poi lo scopriremo ribellarsi contro - mi sia consentito ricordarlo, è una mia convinzione - l'abuso speculativo del parto cesareo. Arriva ora - ma no, era già sceso in campo da tempo - il corpo dell'omo, il corpo del gay. Sono tre grandi filoni di impegno civile, che sembrano procedere per strade e con obiettivi diversi e invece confluiscono tutti e tre a determinare una delle grandi conquiste di consapevolezza del nostro tempo (in questo sì, del tutto globalizzato). Perché il vero, unico protagonista di queste battaglie è il corpo, il corpo in sé, divenuto finalmente soggetto di una grande scoperta, e cioè che i diritti di libertà, finora ritenuti solo un ornamento o una esigenza dello spirito, vanno invece rivendicati e conquistati innanzitutto per la concretezza, materiale ed esistenziale del corpo. Solo quando tale conquista sarà compiutamente realizzata si potrà parlare di diritti civili, diritti umani, davvero universali. Ciò avverrà però, è bene ricordarlo, quando saranno anche definitivamente sconfitte le torture che al corpo vengono inflitte in mezzo mondo, la fame che lo debilita e uccide per sottosviluppo o sfruttamento, e infine quella pena di morte che la campagna radicale sulla moratoria universale ha affidato all'ONU perché sia il consesso dei popoli e delle nazioni a bandirla per sempre dalle legislazioni e dalla pratica.

 

A Trafalgar Square, nel centro di Londra, straordinario nel pallore insieme frigido e tenero del marmo di Carrara, issato sul "fourth plint" che delimita la balconata attorno alla colonna del "Nelson Memorial" con i quattro leoni, si vede un torso femminile, reso famoso dalle fotografie diffuse dai media di tutto il mondo. E' l'immagine di una donna nuda, il ritratto, due volte il naturale, di Alison Lapper, opera di Marc Quinn. Una immagine scioccante. Perché Alison Lapper non solo è incinta di otto mesi ed ha i seni e il ventre protuberanti, gonfi, d'un realismo spietato: è anche una focomelica, con moncherini al posto delle braccia e i piedi rattrappiti su gambette da nano. Il volto, nobile e bello, esprime la consapevolezza di una condizione umana offesa eppur vitale. Un'opera d'arte coraggiosa, non più, per la nostra coscienza, offensiva, degradante, oscena. Perché è il simbolo di un riscatto che attende ancora il suo compimento, il riscatto del corpo umano, in tutte le sue forme ed espressioni "diversamente" abili.

Martedì, 10 luglio, 2007 - 15:41
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