Demografia: limiti allo sviluppo o alla crescita

di Mario Marchitti

C'è un elemento per me fondamentale che oggi rende difficile comprendere la minaccia rappresentata dalla sovrappopolazione e riguarda il paradigma economico imperante, quello che ho chiamato la crescita indifferente, o, in modo più banale e comprensibile, la crescita economica materiale. (Non dimentichiamoci che il famoso manifesto del Club di Roma era intitolato The Limits to Growth, erroneamente tradotto con I Limiti allo Sviluppo invece che con I Limiti alla Crescita). In un certo senso la crescita indifferente può trascinare per collegamenti diretti ed emotivi anche la crescita demografica. Il collegamenteo fra crescita economica o il PIL (Prodotto Interno Lordo) e la crescita demografica è diretto in quanto oggi per aumentare i livelli di attività alla fin fine occorrono sempre più persone (si pensi alla litania di Carmelo Palma che sosteneva che per aumentare di 2-3% la produzione in Piemonte occorreva 2-300 mila nuovi immigrati; ma anche economisti di prim'ordine quali Tommaso Padoa Schioppa e Marcello De Cecco hanno espresso dei timori circa il calo demografico). C'è poi, più o meno inconsciamente, l'associazione fra crescita della produzione delle merci, del consumo, e infine dei consumatori. Cioè qualsiasi industriale ha come obiettivo l'allargamento della sua produzione e quindi della sua base di clienti. Tutte le forze politiche oggi quando parlano di economia auspicano e hanno come obiettivo la crescita (si pensi all'auspicio di Daniele Capezzone per cui la crescita doveva diventare un mantra); la crescita diventa quasi una divinità, un Moloch, una entità che bada solo a se stessa, da qui quindi arriva l'aggettivazione di indifferente, cioè la crescita oggi non si interessa della qualità della vita, del territorio, dell'ambiente, è pertanto una crescita rivolta a qualsiasi genere di attività, purché faccia aumentare il flusso monetario e le transazioni di tipo economico. Il grande pubblico poi è portato ad associare la crescita economica all'aumento generale degli stipendi, dei redditi, delle disponibilità materiali; pertanto sollevare delle obiezioni circa il valore di questo parametro suona stonato, impopolare, perché è come dire che si vuole ritornare a una società pauperistica, frugale, quasi contadina. Io invece ritengo che oggi il mito della crescita, oltre a essere una minaccia all'ambiente, oltre a favorire la pressione demografica, ci sta rendendo anche materialmente poveri. La crescita economica oggi è intesa a livello nazionale, pertanto con l'aumento della popolazione la crescita a livello individuale può anche non esserci o essere negativa. Il PIL è un indicatore di attività attività economica e non di risultato. Ho quasi l'impressione che oggi l'immagine dell'economia può essere rappresentata da una corsa sul tapis roulant. Ad esempio un settore che contribuisce molto al PIL è il trasporto privato, cioè l'industria automobilistica; in questo caso la mancanza di una programmazione del trasporto collettivo e della mancata diffusione del car sharing, ha determinato l'esplosione del traffico privato che ha letteralmente invaso tutto il territorio urbano di auto, con i costi ambientali che ne conseguono. Pure una mancata normativa sulle velocità e le potenze (entrambi i parametri possono essere associati alla crescita del PIL) ha letteralmente trasformato le nostre strade in campi di battaglia e cimiteri (ci sono circa 6000 morti all'anno in incidenti automobilistici, a cui occorre aggiungere gli invalidi e le terapie di cura). In questo modo il PIL non fa distinzione tra le attività che contribuiscono al benessere e quelle che lo diminuiscono (si pensi alle strutture ospedaliere che devono curare i traumi da incidenti stradali, ma che fanno molto PIL). Un altro settore che contribuisce molto all'aumento del PIL è la rete di vendita, il packaging e l'allungamento della filiera produttiva. Si pensi agli innumerevoli passaggi effettuati dai prodotti agricoli per arrivare alla tavola del consumatore e a tutti i sistemi di confezionamento. Mentre se l'ambiente e il territorio fossero stati strutturati in modo da favorire un rapporto più diretto fra produttore e consumatore si sarebbe potuto migliorare la qualità dei prodotti e diminuirne i costi. Un esempio banale, anche se limitato, di attività economica deleteria è dato dal commercio delle acque minerali in bottiglie di plastica, al posto invece di più semplici e igienici distributori. Le bottiglie di plastica hanno un doppio costo, quello proprio e quello dello smaltimento (c'è poi anche il rischio di contaminazioni fra il liquido e il materiale plastico). Mentre tutti questi costi e problemi sarebbero evitati dai semplici distributori. Il fatto è che, a parte gli onnipresenti interessi dei produttori, i distributori di prodotti liquidi fanno meno PIL rispetto alla vendita del prodotto imbottigliato. Oppure, per rimanere in campo energetico, la mancata normativa verso l'efficienza energetica nel condizionamento degli edifici ci porta a spendere tantissimo per acquistare carburanti, e quindi a produrre manufatti da esportare per compensare la spesa. Wikipedia alla voce PIL riporta un'osservazione interessante: "Il PIL tratta il deprezzamento del capitale naturale ed ambientale come componente positiva e ciò rappresenta una violazione dei sani principi contabili. (Esempio: se una proprietà agricola di pregio viene trasformata in un parcheggio, il PIL contabilizza l'ammontare del denaro coinvolto ma non considera il deprezzamento del capitale naturale per una siffatta trasformazione, da suolo fertile e produttivo a superficie asfaltata)." Il PIL tra l'altro contabilizza anche la spesa pubblica che oggi va in buona parte per la scuola e la sanità. L'analisi di critica di queste due istituzioni fu effettuata da Ivan Illich con Nemesi Medica e Descolarizzare la società. Egli era giunto alla conclusione che queste due istituzioni hanno già da tempo raggiunto la loro soglia di controproduttività, cioè i servizi che sanitari e scolastici sono così invadenti che, quasi per una sorte di nemesi, l'effetto che producono è quello di allontanare i giovani da uno studio appassionato e di determinare una perdita di consapevolezza del proprio corpo e della propria salute. Si vanno comunque formando gruppi di economisti che tentano di elaborare indici alternativi al PIL. Ad esempio vengono proposti il Genuine Progress Indicator (GPI), la Felicità Interna Lorda (FIL), lo Human Development Index (HDI). Indicatori che purtroppo sono di difficile definizione, programmazione e di difficile uso, e spesso, nella loro formulazione, ricadono nel mero dato quantitativo, quando gli indici generali vengono determinati sommando vari indici particolari quali il numero degli anni di scolarizzazione, l'aspettativa di vita, e sottraendo i costi ambientali e le esternalità. Ci sono pure alcuni gruppi e associazioni che si sono dati il nome di Decrescita, appunto per denunciare questa sorta di follia economicistica. Io ritengo invece che piuttosto di proporre altri indici o obiettivi, è più interessante ritornare o riscoprire le origini del nostro sistema e pensiero economico; perché nella storia ci sono stati pensatori e teorici che avevano già denunciato i rischi per l'ambiente e il territorio di questo tipo di crescita, molto prima di Aurelio Peccei e del Club di Roma. Si tratta in primo luogo di Karl Polanyi, e poi di Lewis Mumford, Ivan Illich, Cornelius Castoriadis. Il primo, sicuramente, analizzando il sistema economico e industriale aveva formulato la critica al mercato autoregolato, e poi successivamente aveva analizzato il concetto di economia, giungendo alla conclusione che nella storia, prima della rivoluzione industriale e del capitalismo, l'economia era sempre situata all'interno delle istituzioni ed era pertanto invisibile; si trattava di un'economia di tipo sostanziale, e non formale come quella odierna dove si bada a massimizzare il rapporto prodotti/ costi. L'esempio che si può portare è di nuovo quello del trasporto. In un'economia formale si guarda alla produzione dei auto, senza neanche preoccuparsi del fatto che queste inquinano, creano ingorghi, creano morti e invalidità, e che stanno determinando l'esaurimento dei combustibili fossili; mentre in un'economia sostanziale si dovrebbe mirare a permettere lo spostamento prima di tutto in sicurezza, poi in comfort e puntualità. La motivazione alla crescita è forse insita in una concezione ingenua della salute, quella che vede il corpo aumentare di peso; e così si trasferisce questa motivazione ingenua a tutto il resto, alla produzione di beni materiali, all'allargamento di tutte le istituzioni, da quelle governative e amministrative, a quelle scolastiche, sanitarie. Una economia e una società orientata in questo senso è poi soggetta a quel fenomeno che Illich indica come controproduttività, cioè oltre un certo livello di intensità di merci e di crescita delle istituzioni si generano degli effetti che vanno contro le finalità di quei prodotti. In ogni caso oggi non ci si può sottrarre a questo paradigma perché è quello accettato a livello generale da tutte le nazioni e da tutti gli economisti. Ritengo pertanto che prima di tutto occorra interpellare e coinvolgere gli economisti e i politici su questa riflessione, per cercare di elaborare dei nuovi modi di valutazione del fatto economico.

Venerdì, 7 settembre, 2007 - 11:25
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