Demografia? Non è "business as usual"

di Luca Pardi e Massimo Ippolito

Un rientro dolce potrebbe essere ottenuto, con un calo della natalità, combinato con una modifica in senso maggiormente vegetariano della dieta dei popoli sviluppati

Il mondo come noi lo conosciamo è in prossimità di un cambiamento sostanziale in campo economico sociale ed ecologico. Sta per finire l'era fossile e con essa la disponibilità di energia facile e a basso costo che ha determinato lo straordinario successo ecologico della specie umana negli ultimi due secoli determinando, fra l'altro, una esplosione demografica senza precedenti che mette in grave crisi tutti gli ecosistemi terrestri. Questo è, secondo Rientrodolce, un fatto irreversibile che non può essere affrontato in una logica "business as usual", ma con un cambiamento di paradigma. Un sistema non può accettare indefinitamente l'ingresso di quantità crescenti di energia senza andare incontro a gravissimi problemi di stabilità. I presidi che riteniamo necessari per mitigare l'impatto con la crisi energetica ed ecologica sono tre e, almeno in parte, coincidono con quelli che sembra immaginare il documento di Cicciomessere: moderazione riproduttiva per contenere la popolazione entro 8 miliardi di individui a livello globale, in previsione di una graduale discesa; moderazione nei consumi di materie prime e di risorse rinnovabili e non; efficienza nell'uso delle risorse. Queste condizioni possono essere ottenute con azioni di natura economica, culturale e attraverso l'uso delle tecnologie che si sono sviluppate nell'era fossile. La transizione non potrà non essere accompagnata da un generale cambiamento di prospettiva sulla nostra presenza nella natura. Un passaggio da una cultura antropocentrica e aggressiva nei confronti del resto del mondo naturale ad una visione olistica non più basata sull'intuizione mistica, ma sulla conoscenza scientifica della natura e delle sue leggi. Una cultura che non potrà non ridurre il peso della nostra specie sul pianeta. E' nostra convinzione che un rientro dolce potrebbe essere ottenuto, con un calo della natalità, combinato con una modifica in senso maggiormente vegetariano della dieta dei popoli sviluppati. La graduale riduzione degli animali di allevamento, a partire da quelli segregati nei lager dell'allevamento industriale dei paesi occidentali, porterebbe un sicuro sollievo agli ecosistemi terrestri. Non si sostiene qui l'abbandono della natura omnivora che caratterizza la nostra specie, ma un ritorno ad una dieta meno carnivora di quella che alcuni popoli ricchi hanno adottato con notevoli effetti negativi anche di carattere sanitario. Riguardo ai quattro punti conclusivi della nota di Cicciomessere rispondiamo come segue: RD non ha mai sostenuto il progetto di rientro della popolazione entro 2 miliardi di individui in un secolo. L'indicazione stessa del numero di 2 miliardi è piuttosto intuitiva e non basata su studi approfonditi. Si potrebbe arguire che, dato che per la fine del secolo il flusso di energia non rinnovabile si sarà ridotto al 50% di quello attuale, e data la stretta connessione fra flusso di energia e capacità di carico, al 2090 la popolazione dovrebbe tornare, in un modo o nell'altro, a quella del 1960, quando era presente un flusso di energia primaria analogo. Ma un tale calcolo è ancora troppo rozzo. Sarebbe auspicabile che gli studi demografici affrontassero il tema del rientro in modo scientifico e cioè all'interno di un quadro teorico completo che includa le variabili ecologiche in modo sistemico. Solo da studi di questo genere è infatti possibile stabilire un orizzonte temporale preciso per il rientro dolce. Il fatto che si debba aspettare lo sviluppo delle popolazioni più povere solo perché si assumono le proiezioni ONU come non modificabili perché si baserebbero su modelli demografici ritenuti scientificamente attendibili non è convincente. Sulla base invece di quanto sappiamo sullo stato della Terra è evidente che l'esplosione della popolazione a 37 miliardi di individui è impossibile perché prima interverrebbero i metodi naturali di rientro delle popolazioni in regime di tracimazione ecologica. Tali metodi naturali si chiamano malattie e fame. Ad essi, nel caso umano, si aggiunge quello artificiale della guerra. E' dunque piuttosto lo scenario alto del modello ONU a rappresentare un esercizio statistico del tutto estraneo alla realtà. La crescita della domanda di risorse energetiche e non, viene definita non sostenibile. Su questo siamo perfettamente d'accordo. Si afferma poi che la riduzione della popolazione non può essere uno dei presidi utilizzabili per affrontare il collo di bottiglia che ci attende. Su questo non siamo d'accordo. Le proiezioni demografiche dell'ONU sono utilizzate per suffragare questa affermazione assumendo che esse non possano essere modificate. E' certamente evidente che quello che poteva essere fatto 30 anni fa, quando la popolazione era metà dell'attuale, non può più essere fatto. Questa ovvietà non ci esime dal perseguire anche questa carta a tutto vantaggio delle generazioni future. Un primo passo in questa direzione, per piccolo che sia, è opporsi all'ideologia natalista, opposizione che permetterebbe anche di denunciare lo stato di sovrappopolazione locale e globale, i cui effetti sono tanto evidenti quanto nascosti sotto la cortina di retorica sviluppista distribuita per via televisiva. E' un peccato che Cicciomessere non sappia che RD sta cercando, faticosamente, di aiutare progetti di informazione sulla salute sessuale e riproduttiva in alcuni paesi ad alto tasso di natalità. Di tali progetti, proposti e messi in atto dal Population Media Center di Bill Ryerson, la dirigenza radicale è stata ampiamente informata. Facciamo dunque nostra la proposta di sviluppare progetti di riduzione della natalità in Africa e in Asia. Per quanto riguarda la rilevanza della popolazione europea sulla popolazione mondiale nel prossimo futuro, a noi pare che la questione non sia ben centrata. Noi pensiamo che la fine dell'era fossile condurrà necessariamente ad una rilocalizzazione delle attività economiche commerciali e produttive con un addio al globalismo economico come si è configurato negli ultimi decenni. In una condizione del genere trovarsi su un territorio sovraffollato, e l'Italia e l'Europa sono sovraffolate nel senso spiegato in questo contributo, sarà un problema in più. Una semplice consultazione delle tabelle che riportano l'impronta ecologica dei paesi europei, o il loro livello di appropriazione della produttività primaria netta, mostra che ognuno di essi ha un importante deficit di bioproduttività. Nel caso italiano esso ammonta al 300% della bioproduttività disponibile. Il problema dunque non è solo la popolazione globale, ma anche, e forse per la vita dei singoli individui soprattutto, la densità locale di popolazione in rapporto alle risorse disponibili.

Venerdì, 12 ottobre, 2007 - 13:34
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