Uno studio Usa: con la diagnosi pre-impianto l’80% delle gravidanze ha successo. Dal Corriere della sera
«Tutti gli embrioni della fertilizzazione in vitro dovrebbero essere studiati per escludere anormalità genetiche prima dell’impianto», hanno detto gli scienziati che in questi giorni si sono incontrati a Londra al Centro Queen Elizabeth. È stato un simposio molto speciale, fatto anche per raccontare al mondo dei successi della medicina nel campo della sterilità e ancora di più nel campo della diagnosi pre-impianto, e poi per parlare di cosa succederà nei prossimi anni. Con la diagnosi pre-impianto si è riusciti a curare l’anemia di Fanconi per esempio, e la sindrome di Down, che è abbastanza frequente, purtroppo, in chi ha una gravidanza a 40 anni o oltre. Adesso si stanno studiando i geni che sopprimono i tumori ereditari e geni legati alla demenza senile, e quelli legati a tante altre malattie del sistema nervoso. Così sarà possibile, un giorno, che queste gravi malattie non si trasmettano ai figli. C’erano anche dei bambini alla conferenza di Londra (che hanno preso parte a un incontro separato), quelli «della provetta», quelli che sono venuti dopo Louise Brown, la prima, nata il 25 luglio 1978, proprio, guarda caso, a Londra. Insieme a tanti scienziati e ai bambini c’era James Watson che il pubblico conosce per aver contribuito a scoprire la struttura del Dna. Oggi nel mondo i «bambini della provetta» sono più di un milione e mezzo. Bambini come tutti gli altri, solo che non sarebbero mai nati senza queste tecniche. Uno dei relatori ha discusso la possibilità di comparare negli embrioni, l’espressione di geni diversi: servirà a capire perché certi embrioni si impiantano e altri no. Certo per farlo bisogna poterli studiare, gli embrioni (quelli, s’intende, già congelati, che così aiuteranno la cura di tante malattie ereditarie, invece che morire nell’azoto liquido, o essere buttati). Capire perché certi embrioni riescono ad impiantarsi ed altri no, servirà a migliorare i risultati della fecondazione artificiale, certo, ma servirà anche a capire perché nella donna solo una piccola parte degli oociti fecondati trovano le condizioni per svilupparsi. Spessissimo non succede e il prodotto del concepimento si perde. Ma se la perdita di più di un milione di embrioni, al giorno nel mondo, in seguito alla procreazione naturale, equivalesse alla morte di altrettanti bambini, allora l’essere incinte sarebbe una catastrofe, e evitare la perdita di queste vite dovrebbe essere un impegno morale molto più importante che opporsi alla guerra, all’aborto o alla ricerca sulle cellule staminali.
Durante la conferenza di Londra Yury Verlinski - che lavora a Chicago - ha portato i risultati di uno studio su più di 700 coppie sterili. Tutte hanno fatto la fecondazione assistita, tante hanno fatto anche una diagnosi pre-impianto, tante no. Si è visto che se si fa la diagnosi pre-impianto le probabilità di avere un bambino è dell’80 per cento. Senza diagnostica pre-impianto c’è solo l’11 per cento di probabilità di avere un bambino (ma i rischi del ciclo di stimolazione ormonale e dell’intervento per avere gli oociti sono gli stessi). Ecco perché gli scienziati che si sono incontrati a Londra suggeriscono che le donne che fanno la fecondazione assistita facciano anche, sempre, la diagnosi pre-impianto.
Si è parlato anche del futuro della fecondazione assistita. Ci sono due linee di ricerca, a me pare, estremamente promettenti. Trovare marcatori genetici che dicano di preciso quando l’embrione ha smesso di crescere (allora usare le sue cellule sarà come utilizzare un organo per un trapianto) e trovare i geni che conferiscono all’embrione un’ alta probabilità di impiantarsi nell’utero. Queste ricerche sono già molto avanti. Se tutto andrà per il verso giusto, presto non sarà più necessario creare embrioni in soprannumero. Ci si limiterà a quelli che hanno chances di impiantarsi. Ma allora per tutelare davvero l’embrione bisogna studiare l’embrione? È proprio così, e succede spesso, in medicina (con la terapia genica, per esempio, si studia come si integrano i virus nel genoma, per mettere a punto sistemi di trasferimento di Dna che non impieghino vettori virali). Nel dibattito sulla fecondazione assistita è un gran bene che ciascuno possa dire la sua, ma lo si dovrebbe fare tenendo conto, almeno un po’, delle conoscenze scientifiche. Lo ha detto benissimo il cardinale Martini (che ha fatto capire di avere fiducia negli scienziati) «bisogna che la scienza ci dica i suoi segreti, e che questi non divengano occasione di scelte politiche precipitose».