Fernando Savater, La vita eterna

di Maria Pamini

Fernando Savater, La vita eterna, Laterza, 2007, pp. 248, euro 16,00

Questo libro parla di religione, o meglio di religioni: cosa significa credere, in che cosa crediamo o non crediamo e che rapporto hanno queste credenze con la più importante di tutte, l'aspirazione all'immortalità. Ma parla anche della verità, della differenza tra credulità e fede, delle vie non dogmatiche dello spirito, delle implicazioni politiche dei fantasmi ortodossi, del ruolo della formazione religiosa nell'educazione delle democrazie laiche. E parla anche - forse soprattutto - di come si può vivere di fronte all'inevitabile, senza concessioni al panico né eccessi di speranza. "Nel mondo pienamente desacralizzato della tecno-scienza, il sacro, in qualunque forma, resta relegato nello scenario infecondo e pieno di forfora del Vaticano, del voodoo, dei proclami particolarmente sanguinari di Maometto e di forme simili di negromanzia. Il guaio è che un'affiliazione così degradante costringe noi razionalisti non già a disconoscere ora il sacro, ma ci rende impossibile riconoscerlo per sempre. E nel mondo dell'universale disponibilità e della calcolabilità come sola fonte di valori, disconoscere qualunque forma di sacro significa rinunciare anche a conoscere noi stessi dall'interno, la qual cosa non si può mai raggiungere in maniera soddisfacente solo mediante la più oggettiva dottrina che spiega tutto a partire dall'evoluzione e dall'egoismo dei geni. Il concetto stesso di umanità, che chiaramente non è semplicemente esplicativo, ma anche valutativo, ideale, perde piede e peso argomentativi in quanto la nozione di "sacro" passa nella sfera del facoltativo. E' il riconoscimento del sacro a definirci come esseri umani: a differenza di quanto crede certo "naturalismo" ingenuo, il sacro non è preoccupazione ed esigenza degli dèi, ma preoccupazione ed esigenza degli umani. (...) E anche per questo il rovescio infausto del sacro, il sacrilegio, ci risulta eticamente imprescindibile come idea-limite. L'atto sacrilego non attenta alla legge, ma è rivolto contro il soggetto ad essa sottoposto in quanto tale: più che un peccato è un suicidio. Distrugge ciò che siamo, non ci rende semplicemente peggiori. (...) Il sacro e la sua trasgressione sacrilega sono stati spesso accomunati a quelle credenze superstiziose senza altra possibilità di verifica che la soggezione all'autorità ecclesiastica, che l'onestà del razionalismo critico non può accettare. Ma è inevitabile questa parentela derogatoria? Non ci sarebbe spazio - se mi si perdona la deriva - per un riconoscimento materialistico del sacro? Almeno se è vero che la materia - stuff - di cui siamo fatti noi umani è identica a quella dei nostri sogni, come notò Shakespeare nel penultimo atto della Tempesta. (...) Un sacro immanente all'esistenza umana, che trascenda l'utilitaristico e il calcolabile, ma non ciò che è terreno. La ricerca - o la rivendicazione - di questo ridotto non deve per forza essere incompatibile con il mantenimento del razionalismo più esigente, ma proprio il contrario, perché una ragione puramente strumentale è una ragione mutilata". Dal capitolo 7, Dalla vita allo spirito .

Lunedì, 3 dicembre, 2007 - 17:20
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