“Fino all’ultimo ho sperato dicesse no” Mina Welby a Cremona


Quotidiano di Cremona
08/05/2007
di Bibiana Sudati

Sul sito www.radicalicremona.it è disponibile la documentazione relativa alla presentazione dell'associazione radicale "Piero Welby" con Mina Welby e Mario Riccio

"E’ arrivata nella città dove vive, lavora e opera il medico che accettò di aiutare suo marito a morire. Mina Welby, vedova di Piergiorgio, è giunta da Roma per la presentazione pubblica dell’Associazione Radicale di Cremona “Piero Welby”. Al suo fianco l’anestesista Mario Riccio, colui che il 20 dicembre scorso staccò la spina all’uomo che immobile in un letto lottò come un leone per vedersi riconosciuto legalmente il diritto di interrompere le cure mediche e fermare l’accanimento terapeutico sul suo corpo martoriato dalla Sla. Insieme a loro, nella sala congressi dell’Hotel Impero che ospita la conferenza di presentazione, ci sono Sergio Ravelli, leader Radicale di Cremona, Ermanno De Rosa, neoeletto presidente dell’associazione, Michele De Lucia, della Direzione di Radicali Italiani/Rosa nel Pugno e Valter Vecellio, giornalista Rai."
Mina Welby è stata l’ultima a parlare, appena dopo Mario Riccio. Non si incontravano da quei giorni, i due, quando tutto aveva preso a girare vorticosamente: la morte di Piero, le polemiche che dopo il “caso Welby” fecero scoppiare il “caso Riccio”, il ricorso a giudici e ordini professionali, le critiche della Chiesa. Si sono abbracciati, un abbraccio che finalmente Mina Welby ha potuto donare a Riccio, in segno di gratitudine e di amicizia.

Quell’abbraccio che le circostanze le avevano negato, “per evitare che venisse male interpretato mi sono trattenuta. Non volevo che passasse un messaggio sbagliato, che la nostra felicità potesse dare una cattiva impressione: Piero ha scelto da solo, in libertà. La sua famiglia lo ha solo accompagnato e sostenuto”.
Sorridente, minuta in un tailleur grigio ravvivato da camicetta color pesca, Mina Welby ha portato questo suo abbraccio nel suo viaggio in treno da Roma a Cremona anche in nome della madre e della sorella di Piergiorgio, “Carla, che ancora oggi non riesce a piangere una lacrima”. Non ha mai perso la serenità che l’ha accompagnata anche nei giorni più bui, quando fino all’ultimo sperava che Piergiorgio rinunciasse al suo sogno di “arrivare finalmente in porto”. Lo chiamavano il “comandante” dal 1° maggio 2002 al timone di una zattera scossa dai venti della fede e della ragione, così come il suo corpo era in balia di una malattia che non fa sconti. “Piero sapeva che quel respiratore che lo faceva vivere, sarebbe diventato una tortura”. Aveva ragione. Mi ricordo che un giorno ha iniziato a sentire un fastidio al cuore, il suo petto non si apriva più, l’aria non riusciva più ad entrare nei polmoni. Abbiamo chiamato il cardiologo, abbiamo cambiato la cannula che lo collegava alla macchina, ma quell’oppressione non si rallentava. Solo l’autopsia ci ha spiegato il perché: Piero non aveva più muscoli”.

Sono dei flash, delle coltellate, i ricordi di questa donna che ha saputo navigare con “il comandante”, affrontando i tanti temporali e la tempesta finale. “Era religioso a modo suo, ma aveva molta più fede di me che sono cattolica. E’ grazie a lui che mi sono levata di dosso quella religiosità un po’ infantile. Quella che dice che solo alcuni saranno salvati. Tutti saremo salvati e arriveremo alla fine del nostro viaggio dove c’è un Essere che ci accoglie. Basta leggere alcuni testi del cardinal Martini e di don Gallo, per fare cadere dei tabù e capire che ci sono anticlericali anche nella Chiesa”. Sono i racconti di una donna a metà, divisa tra il desiderio di non lasciare andare via il suo uomo, e l’amore per chi desidera terminare il suo viaggio. “Fino all’ultimo - rivela con la voce che trema - ho sperato che Piero cambiasse idea, che dicesse di no. L’ultima cosa che gli ho chiesto è stata proprio questa “Piero sei sicuro” e lui mi ha risposto di sì. E allora anche per me, fu sì”. Insiste su questo Mina Welby, perché non ci siano fraintendimenti: Piergiorgio è morto da uomo libero, non c’è mai stata una pressione esterna “da anni Piero aveva iniziato a documentarsi sull’eutanasia e sul diritto di ciascuno a potere scegliere”.

E difende a spada tratta l’operato del dottor Riccio, che ringrazia ancora una volta. “E’ stato sempre corretto - ha spiegato – quando è arrivato nella nostra famiglia, entrando nel nostro dolore e decidendo di farsi carico della situazione. Non ha contattato me, o qualcun altro della famiglia, ma Piero stesso. E solo con lui ha parlato: quello che si dovevano dire se lo sono detti tra loro. Io era lì, ma solo in caso di necessità, per tradurre le parole di Piero. Ma il dottor Riccio è riuscito a capirlo sempre. A capire il suo desiderio e a esaudirlo, in scienza e coscienza, ponendo fine alle sue sofferenze, permettendogli una “morte opportuna”. E per questo gli saremo sempre grati”.
Riparte così da Cremona, la nuova vita di Mina Welby, dopo un momento di sosta è pronta a portare avanti la battaglia, che suo marito aveva iniziato, legandosi poi ai Radicali. Gli stessi che oggi sostengono il dottor Riccio. E di emozioni ha parlato anche lui, sentimenti che non ha mai voluto rendere pubblici nelle diverse interviste rilasciate in piena burrasca mediatica “Non lo ritenevo opportuno. Il mio ruolo era un altro, l’aspetto emozionale doveva essere lasciato alla famiglia del malato, così come mi capita ogni giorno di fare”. Ma il caso Welby, non è mai stato il “caso” di ogni giorno “Oggi per me è un giorno speciale, perché speciale è la persona seduta qui accanto a me e speciale è stato Piergiorgio Welby”.

Martedì, 8 maggio, 2007 - 13:00

commenti

Sei una donna molto

Sei una donna molto coraggiosa, grazie per quello che fai.

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