Gli scienziati, forza civile

di Paolo Bianco

Alla radice dei mali della ricerca in Italia vi è la mancanza di suo uno statuto civile e politico. Il paese non ha strumenti per amministrare e regolare la scienza.

Non prenderò più del tempo strettamente necessario per ringraziare di nuovo Marco Cappato e l'Associazione Luca Coscioni, non solo per la sensibilità dimostrata verso alcuni temi al confine la scienza e la politica, per una volta molto vicini al cuore della scienza, ma anche per avere scelto uno slogan molto efficace: "Dal corpo dei malati al cuore della politica". Non resisto alla tentazione di dire una banalità: forse la scelta dello slogan di portare la libertà della ricerca scientifica "al cuore della politica" è dettata dalla frustrazione della speranza di raggiungerne il cervello, ma, al di là di questo, credo che questo slogan abbia una rara efficacia nel portare all'attenzione di tutti qual'è il problema della scienza in questo paese.

Il problema della scienza in questo paese non è un problema di oggi, ma è un problema che ha radici culturali lontane e profonde che oggi diventa improvvisamente infiammato e visibile come un bubbone, ma in realtà presentato nel modo sbagliato, perché oggi la stessa scienza propone domande a cui è difficile dare delle risposte, è difficile dare delle risposte etiche, ma è anche difficile dare delle risposte scientifiche. Così accade che alla scienza sia chiesto di intervenire, com'é naturale che sia, su queste questioni, ma non sia quasi mai richiesto alla scienza di intervenire su tali questioni secondo uno statuto che è proprio della scienza. Allora, io credo che portare la libertà di ricerca scientifica al cuore della politica significhi esattamente fare questa cosa qui, fatta la quale, dovendo discutere di cellule staminali, forse non assisteremmo più allo spettacolo del professore amico mio Giulio Cossu a cui a bruciapelo qualcuno chiede di sentenziare su quando comincia la vita.

Perché credo che il prof. Giulio Cossu lo sappia quanto il giornalista che glielo chiede, ma anche quanto il benzinaio all'angolo della strada, cioè zero. Non assisteremmo al fatto che per coinvolgere la scienza nel dibattito su questioni etiche rilevanti, invece di assistere, come si assiste in Inghilterra, a un governo che si rivolge alla Royal Society, della quale pure abbiamo un equivalente nel nostro paese, la più antica Accademia dei Lincei, da noi si preferisce interpellare un Comitato di bioetica, in cui vi sono gli scienziati. Peccato che questo poi non sia un comitato di bioetica, ma un organismo politico con funzioni di consulenza per un altro organismo politico! Non immune quindi ai vizi più deteriori della politica: le faide, i defenestramenti, le coltellate alle spalle. Includere uno, due, tre, quattro scienziati di rango in questi consessi, esaurisce tutto quello si pensa la scienza possa fare in questo paese. Penso che la scienza in questo paese possa fare quello che la scienza ha fatto nello sviluppo di circa una metà del mondo, che non è soltanto, vorrei dire, fornire soluzioni ragionevoli e efficaci per la cura della sofferenza umana - che questo è il nocciolo della ricerca in medicina - ma è anche portare nel mondo civile un principio di civiltà, che è il principio della tolleranza, della ragionevolezza, se non della ragione. E' anche un principio educativo: quello di formare gli uomini all'uso della ragione e del dubbio.

E' un fattore di sviluppo proprio del mondo occidentale. Venendo a questioni più terrene, la mancanza di statuto che la scienza soffre nel nostro paese non è solo una questione filosofica; è una questione molto pratica, una questione amministrativa, se volete. Abbiamo discusso di finanziamenti per la ricerca, di cattedre che non sono date o mantenute o revocate nel modo giusto, che invariabilmente è quello del merito. Ma nel fare tutto questo dimentichiamo il punto fondamentale che è la mancanza di uno statuto civile e politico per la ricerca in questo paese, che è alla radice di tanti di questi mali. L'Italia è un paese occidentale che non ha strumenti amministrativi per amministrare la scienza, non ha strumenti legislativi per regolarne l'uso. L'Italia è un paese che dice di finanziare la scienza senza avere per questo strutture idonee, leggi idonee, procedure idonee, metodi idonei. Dunque sarebbe importante se, esistendo una associazione che con la sua "felice ambiguità" - come diceva Rocco Berardo - si prefigge di portare il problema della scienza al cuore della politica, gli scienziati di questo paese capissero di avere non un ruolo importante in questa impresa, ma un compito civile al quale non possono sottrarsi. E capissero nello stesso tempo che tutto ciò che ai loro occhi appare sbagliato e da correggere - i soldi non a sufficienza, il merito che non viene promosso - devono smetterla di essere proposti come una istanza soggettiva, quasi sindacale, degli accademici e degli studiosi di questo paese.

Devono invece essere proposti non perché sia interesse di uno scienziato ricevere maggiori finanziamenti, avere un maggior riconoscimento del merito che invariabilmente è quello proprio e di rado quello altrui, ma perché questo è, in un paese civile, moderno ed occidentale, un interesse della collettività e non degli studiosi, quindi un interesse dello stato. Quando i finanziamenti per le cellule staminali sono dati male e gli scienziati protestano, è soltanto un quarto dell'opera necessaria. Se volessimo chiederci se veramente i finanziamenti per le cellule staminali, a chiunque siano dati e in qualunque modo in questo paese siano dati, rispondono a una esigenza della collettività, allora dovremmo chiederci una cosa molto più banale, ma che ammette risposte estremamente eloquenti: un ministro che pensi che è un interesse strategico del sistema sanitario nazionale finanziare la ricerca sulle cellule staminali e, badate bene, finanziarie la ricerca sulle cellule staminali adulte, quelle che sono lecite e indiscusse agli occhi di tutti, vi sembra ragionevole che un piano strategico di interesse sanitario in un paese occidentale duri 24 mesi? Vi sembra ragionevole che un piano strategico di questa portata sia finanziato per 3 milioni di euro anziché per 50? Cogliete, come colgo io, l'evidente mancanza di interesse della politica di questo paese, anche quando la finanzia, anche quando la finanzia male, a fare davvero un investimento nella scienza di questo paese? E capite, come capisco io, che la mancanza di questo investimento è ciò che qualifica una generazione di uomini politici che è tempo che passino la torcia a una generazione nuova? Quindi io auguro all'Associazione Coscioni, da scienziato e amico, anche se non membro di questa Associazione, che questi uomini si possano trovare in questa sala e che da questa sala possano arrivare al cervello della politica.

Martedì, 4 marzo, 2008 - 15:07
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