I radicali milanesi chiedono un incontro al Cardinale Tettamanzi nel primo anniversario della morte di Luca Coscioni


14/02/2007

I radicali milanesi chiedono un incontro al Cardinale Tettamanzi nel primo anniversario della morte di Luca Coscioni,vorremmo esporre alla Chiesa il nostro punto di vista laico e liberale.
Litta e Federico: dalle autorità ecclesiastiche giudizi e pregiudizi che scuotono nel profondo le coscienze degli italiani.”

”Gli esponenti radicali milanesi Alessandro Litta Modignani (della Direzione nazionale di Radicali Italiani) e Valerio Federico (segretario dell’Ass. E.Tortora - Radicali Milano) hanno consegnato oggi, mercoledì 14 febbraio, una lettera aperta al Cardinale Dionigi Tettamanzi, nella quale chiedono pubblicamente all’Arcivescovo di Milano un incontro, in occasione del prossimo 20 febbraio, primo anniversario della morte di Luca Coscioni.
Questo il testo della lettera:
“
Eminenza,
abbiamo deciso, dopo attenta riflessione, di appellarci rispettosamente a Lei, nella Sua veste di massima autorità della Chiesa Cattolica della nostra città.
“Abbiamo infatti valutato che ormai da tempo e sempre più marcatamente, le autorità ecclesiastiche sono in grado di condizionare in modo diretto e decisivo la politica e la legislazione italiane, in sostanziale violazione di quel fondamentale principio di laicità dello Stato, che a parole tutti dicono di voler rispettare e difendere.
“In questo contesto, riteniamo più utile ed efficace da parte nostra rivolgerci direttamente a Lei, per significarLe la nostra massima preoccupazione circa recenti avvenimenti che hanno scosso nel profondo le coscienze dei milanesi e di tutti gli italiani.
“Notiamo infatti con angoscia come dai vertici della Chiesa cattolica tendano oggi a provenire giudizi e pregiudizi che portano a conseguenze gravemente negative e punitive nei confronti delle donne, dei malati, di chi è discriminato, di chi soffre.
“Le vicende umane e politiche di Luca Coscioni, di Piergiorgio Welby, di Eluana Englaro, le questioni della pillola abortiva RU 486, della regolamentazione delle unioni civili, fino ai recenti provvedimenti della Regione Lombardia in materia di sepoltura dei feti abortiti, ne sono tutte inoppugnabile e drammatica testimonianza.
“Ricorre il prossimo 20 febbraio il primo anniversario della morte di Luca Coscioni, un uomo straordinariamente tenace, che seppe fare della libertà di ricerca scientifica e della lotta alla malattia la ragione stessa della propria esistenza.
“Per quella data, Le chiediamo pubblicamente un incontro, per illustrarLe il nostro punto di vista laico e liberale e per tentare di instaurare fra noi un rapporto non ambiguo, fondato cioè su un dialogo non ipocrita e non remissivo.
“Fiduciosi nella Sua disponibilità a riceverci, La preghiamo di accettare, Eminenza, i nostri più rispettosi saluti”.

Alessandro Litta Modignani, della Direzione nazionale di Radicali Italiani
Valerio Federico, segretario dell’Ass.E.Tortora - Radicali Milano

Mercoledì, 14 Febbraio, 2007 - 16:38

commenti

Precisiamo...

Dubito molto che Riccio sia mai condannato per omicidio, dato che non l'ha mai commesso. Inoltre, lei confonde il potere temporale col potere politico, le ricordo che, ormai da molti anni, sono due poteri separati. Per quanto riguarda il suo messaggio "personale" alla signora Welby, la invito a rivolgerlo in sedi meno pubbliche, se non vuole che altri le rispondano. Davide Alessandro Ferrari

ANCORA UNA PRECISAZIONE

Gent.mo Sig. Davide Alessandro Ferrari, Le ciedo scusa se non raccolgo i suoi "imperativi" uniti ai suoi giudizi nei miei confronti sul politically correct; come già le ho detto era nelle mie intenzioni rivolgere un pensiero personale alla Signora Welby. Da sempre sorridiamo alla vostra attenta e premurosa difensiva restando della più forte convinzione che il Dottor riccio ha operato un omicidio di una vita umana, si è cioè fatto carico dell'omicidio del consenziente; a noi come a voi resta solo la speranza che la Magistratura faccia luce sulla vicenda della morte di Piergiorgio Welby e nel frattempo mi permetto di segnalare anche questa mia lettera alla Magistratura romana perchè risulti anche la nostra attesa di un giudizio. Nelle vie politiche poi faremo come sempre di tutto per combattere per la Verità, e se il testamento biologico è l'anticamera dell'eutanasia, saremo pronti a rivolgerci a "tutti gli uomini di buona volontà" ( come amava chiamarci Papa Giovanni XXIII) per dare battaglia sul piano culturale a tutte queste iniziative decisamente contro il rispetto del valore della vita, anche nella dimensione della sofferenza. la cultura della vita ci sembra più conveniente della propaganda mortuaria e i nostri sforzi saranno orientati per sostenere la sofferenza nella condivisione quotidiana della faticosa avventura che talvolta può essere la vita. Arrivederci p.s. su Avvenire del 25 gennaio 2007 si leggeva questo QUEL MARKETING CON OBIETTIVO LA MORTE Caro Direttore, Maria Antonietta Coscioni va in giro per l'Italia a trovare clienti, tra i malati, da convincere per assicurare loro, in nome della libertà, un "protocollo di uscita" davvero mozzafiato. Questa donna dice di essere stata colpita, nel corso dell'ultimo anno, da avvenimenti di grande significato emotivo: la morte del marito Luca Coscioni, che ha rifiutato la tracheotomia per dire basta alla vita; la nomina a presidente dei Radicali italiani al fianco della "coppia di fatto" Pannella-Bonino; infine gli ultimi 88 giorni di vita di Piergiorgio Welby, prima che il dottor Marco Riccio ne causasse volontariamente e deliberatamente la morte. Adesso eccola arrivare a Genova gridando: «Subito una legge per l'eutanasia!». Ci prende in giro la signora - 36 anni, bella e volitiva - perché non vuole dire che ai Radicali, della vita dell'uno piuttosto che dell'altro malato, non interessa nulla se non l'usarli per ottenere la legalizzazione di un diritto a morire che mai potrà diventare tale. Perché in Italia, a un diritto che viene concesso, corrisponde sempre un dovere da parte delle istituzioni di garantirlo e, grazie a Dio, nessuno può specializzarsi in medicina per somministrare la morte. D'accordo con il cardinale Martini laddove sottolinea che l'accanimento terapeutico è terapia sproporzionata rispetto alla condizione del malato, ma l'eutanasia resta un omicidio! La "grande vedova", che gira anche come conferenziera, ci vuole convincere che l'eutanasia è una via di uscita dalla sofferenza, ma in nome del diritto alla libertà si vuole annullare il fondamento stesso della libertà, che è la vita. Resta la strada delle cure palliative e delle terapie del dolore, oggi molto avanzate, ma di cui (non si sa come mai) la signora Coscioni e tutto il suo staff non fanno cenno alcuno. Probabilmente la gestione della morte è più interessante della gestione della vita. Non ci sono, è vero, solo le sofferenze fisiche ma anche quelle psichiche ed emotive alle quali dobbiamo cercare di trovare soluzione senza cedere alla tentazione della morte. Dare un senso al tempo della morte non vuol dire né praticare l'eutanasia né eccedere nell'accanimento terapeutico. La vita non deve essere allungata e neppure ridotta, deve solo essere rispettata come un bene di cui ciascuno gode fino alla sua naturale conclusione.

Lo spazio del blog è pubblico

Non svii con storpiamenti il discorso a suo favore. Mina Welby dapprima, egoisticamente, come spesso succede in amore, ha guardato più ai suoi interessi, dopodichè, ha lasciato andare Piergiorgio. Non esiste una manifestazione d'amore più piena e completa di questa, sono stati una coppia meravigliosa colma d'amore. L'amore di una vita passata con sofferenza, ma vicini, l'amore di un addio, alla fine. Proprio nel lasciare andare il prossimo, nel riconoscere nell'altro un unico essere, nell'amare senza pretendere nulla in cambio è fondato il cristianesimo. Mina ne è stata esempio concreto e vero. Colma d'amore, profondo, ha lasciato che Piergiorgio scivolasse nel sonno eterno, per tornare da dove era venuto. Alcune persone, tra cui lei, si accaniscono, con rabbia, su un corpo già martoriato, sofferente, debilitato, privandogli la possibilità di scegliere, di partire. E' una pericolosissima deriva della nostra società, quella di nascondere la morte, fino a negarla, col solo risultato di prolungarla per anni, di dilatarla nel tempo. Davide Alessandro Ferrari

Resta personale a Mina Welby

caro Davide Alessandro Ferrari, grazie per il chiarimento che, mi permetta,senza mancarle di rispetto, a tal proposito non Le ho chiesto perchè ben conosco il gioco di parole dietro al quale ruota tutta la politica radicale in questione. mi fa piacere leggere solo una conferma, tra le sue parole, a quanto già credevo e constato in questa sede: proprio istintivamente e naturalemnte la signora Mina ha condiviso inizialmente con rabbia e opposizione la scelta di Suo marito. In queste parole Lei mi ha dato ragine di quanto il resto della storia sia stato tutto contro natura, contro la natura di quel legame che univa i due sposi e che sarebbe stato capace, se sempre tenace e in virtù del bene che li univa, di motivare ad una scelta per la vita piuttosto che ad un accompagnamento ad una morte programmata. Non è accanimento terapeutico a mio avviso nè la respirazione nè l'idratazione nè l'ossigenazione, soprattutto laddove la persona non sia realmente in punto di morte e dove non ci sia più un'attività fisica o mentale capace di reagire a quel tipo di ausilio meccanimo. La morte è un avvenimento e non un diritto sancito dalla costituzione e prima ancora dal diritto naturale che governa la ragione umana: per questo motivo non possiamo permetterci di scegliere se vivere o morire sostenuti dalla società civile. Intendo dire che non nego il valore dell’autonomia e della libertà della persona ( se questo è il punto da cui parte il vostro ragionamento per leggere la realtà della vita), ma sono certo che il valore di ogni scelta dipenda sempre dal suo fine e dal suo contenuto. Comunque resta ancora più evidente che vivere e morire non possano stare sullo stesso piano proprio se pensiamo che è dalla vita, e non dalla morte, che si evince la base fondamentale dei diritti umani e della loro tutela. Per il resto, come ho già detto prima, mi rivolgo direttamente alla Signora Mina proprio perchè sono certo sia già stata strumentalizzata adeguatamente la morte di Pier Giorgio Welby nelle vie politiche-partitiche e soprattutto abbia rappresentato solo e unicamente un punto di trionfo mediatico e pubblicitario.

pubblicamente, a Eraldo Ciangherotti

Caro Ciangherotti, non voglio certo sostituirmi alla signora Mina Welby, ma la sua lettera, piena di ossequi e quisquilie, non è altrettanto buona (forse meglio buonista) di come vorrebbe far credere. Il suo politically correct, sembra nascondere in realtà qualcosa di meno alto, qualche valore forse meno brillante, di quelli in cui dichiara di credere. Lei, semplicemente, non condivide, il gesto d'amore di Mina nei confronti di suo marito. Ma veniamo al dunque... Persino il Catechismo della Chiesa Cattolica (non tiro in ballo la Costituzione o la Convenzione di Oviedo o persino il codice deontoligico dei medici, che sono sicuro lei, in quanto cattolicista e non cattolico, non degna di molta considerazione), avalla ciò che la signora Mina Welby ha condiviso con suo marito, dapprima con rabbia e opposizione, infine con amore e comprensione. Catechismo della Chiesa Cattolica articoli 2278 e 2279 2278 L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. 2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate. Davide Alessandro Ferrari

personalmente, alla Cara Signora Mina welby

Carissima Signora Welby Le scrivo personalmente perché continuo a leggere Sue dichiarazioni in merito alla morte di PierGiorgio Welby e perché da tempo ho seguito la triste vicenda della malattia che ha colpito Suo marito fino alla fase terminale della sua vita. Le assicuro di rivolgermi a Lei con tutto il dovuto rispetto e la spontanea benevolenza che sono proprie della mia educazione, nonostante il mio giudizio negativo in merito all’accaduto, perché sono certo comunque che solo Lei abbia vissuto davvero fino in fondo la triste vicenda; soprattutto penso questo perché sono convinto che né io né i Radicali al Suo seguito siamo in grado di immaginare in maniera puntuale il faticoso percorso che Lei insieme a Pier Giorgio avete vissuto negli ultimi mesi dell’anno passato. Mi permetta però di confidarLe le mie considerazioni al riguardo della morte di Pier Giorgio Welby: • Piergiorgio welby ha sicuramente sofferto il suo stato di malattia e ha elaborato la richiesta di morte, perché convinto che questa vita non fosse più degna di essere vissuta nella condizione invalidante in cui viveva da tempo; sta di fatto che un Dottore, Anestesista e per di più Rianimatore, è partito da Cremona e, dopo aver chiacchierato con il paziente per qualche ora come si legge dai giornali, senza averne condiviso nel tempo la malattia e tutto il disagio psicologico che da essa ne derivava e senza aver messo in atto tutte le possibili strade per sostenere il paziente psicologicamente oltre che attraverso le cure palliative, ha messo in atto interventi che ne hanno provocato l’interruzione della vita e fino a quando i Giudici non troveranno un nuovo vocabolo per definire l’atto compiuto dal Dottore Riccio , mi pare evidente che non resti a noi che allinearci nella definizione che il dottor Melazzini con grande coraggio ha usato per inquadrare l’intervento del medico, e cioè un omicidio del consenziente. E, Cara Signora, Le assicuro che nell’esprimere questo giudizio, ancora di più dei Radicali, sento quanto solo sia stato lasciato dalla società Pier Giorgio proprio nel momento più delicato e difficile della sua malattia e quanto anche io, che faccio parte della società, sia in un certo senso responsabile dell’abbandono di Pier Giorgio nella sua scelta di morire. Certo è che, come Medico, mai avrei fatto quanto il Dottor Riccio vanta nel suo curriculum lavorativo degli ultimi tempi, proprio perché ho sempre sentito forte il principio di salvaguardia della vita, dal concepimento fino alla morte naturale, sul quale ho giurato all’inizio della mia carriera. Ecco perché ancora non abbiamo perso le speranze sulla Magistratura romana affinché davvero sia fatta luce sulla volontaria interruzione di vita praticata dal Dottor Riccio e venga emessa una pena corretta per chi è coinvolto nella morte di Pier Giorgio Welby • Inoltre continuo a leggere circa il paragone che viene fatto al riguardo della fase terminale della vita tra Piergiorgio Welby e Giovanni Paolo II. Credo, in cuor Suo, Signora, Lei non faccia fatica a trovare azzardato un giudizio del genere, se non altro per l’impatto che entrambe le testimonianze hanno sortito sull’opinione pubblica in merito alla fase terminale della vita: Giovanni Paolo II fino all’ultimo ha accettato la condizione degradante della sua malattia, ha lottato per la vita e ha contaminato noi giovani, che eravamo al suo seguito, del rispetto per un dono che non è a nostra disposizione, neppure nel momento più difficile della vita, e se non ha accettato la tracheotomia, sicuramente ciò è avvenuto perché si sarebbe trattato di un accanimento terapeutico in una situazione patologica destinata alla morte; Piergiorgio Welby non era in fin di vita e ha avuto grande forza e coraggio ed entusiasmo che ha dimostrato nell’intraprendere la battaglia per morire, nel tentativo disperato, a modo suo, di dare un senso alla sua esistenza nell’ultima fase del suo voler vivere e in tutto questo ha detto no alla vita da vivere pur se in condizioni menomate. Entrambi coraggiosi dunque, ma in direzioni opposte, il “Grande Parroco del mondo” per la vita in nome della quale ha dato la sua vita sempre, Pier Giorgio welby per la morte in nome della quale ha cercato soltanto la morte. Triste dirlo ma dovuto sottolinearlo. • Infine, Cara Signora Welby, mi piacerebbe guardarLa in faccia, mentre rilascia tutte queste dichiarazioni inerenti la fase terminale della vita di Pier Giorgio, che talvolta mi sembrano un po’ contaminate di qualche riflesso più…radicale, proprio perché a leggere le premurose risposte inviate a Don Benzi, al Dottor Riccio o al Cardinale Ruini, si ha quasi l’impressione che sia sotteso il tentativo partitico di discolparLa e discolparsi dal triste rimorso di coscienza, anche in una dimensione laica e laicista, che prima o poi una persona dovrebbe provare se è stato consenziente di un atto omicida: ho letto che Lei è, o per lo meno era in passato, una donna di fede e religiosa; non sto qui a ricordarLe il significato della parola “religiosità”, che sono certo Lei conosca come e forse più di me, ma allora proprio in nome della fede avrei preferito accompagnare e assistere il malato nella quotidianità, sperando in una migliore qualità di vita, anche attraverso le cure palliative che contemplano insieme al resto anche un adeguato sostegno psicologico, prima che assecondare il desiderio e la richiesta di accorciare il faticoso cammino della vita con la morte, pur con tutte le tecniche “anestesiologiche” che possano ridurre la percezione dell’accaduto. Le assicuro, Cara Signora Mina, che tra i nostri tanti pensieri resta solo la più vera e odierna nostra preoccupazione, e cioè che, dopo questa triste vicenda che ha segnato la Sua vita, per lo meno Lei venga accompagnata ogni giorno dagli amici che erano tra le prime file in conferenza stampa a dare notizia della morte di Welby, perché facile essere complici di un gesto “eroico” e mediaticamente efficace, ma difficile restare accanto, nella più silenziosa condivisione, a chi soffre veramente per aiutarlo a vivere. Con profondo cordoglio, Le sono vicino. Eraldo Ciangherotti Vicepresidente Federvita Liguria

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