Il dolore, la morte, la dignità

l'Unità
19/11/2005
di Luigi Manconi

[inline:1]Dobbiamo essere grati a Umberto Veronesi per l'intervista rilasciata ieri a Dario Cresto-Dina di Repubblica. E dovrebbero essergli grati i cattolici. Quegli stessi che, magari, possono turbarsi per alcune asprezze del linguaggio utilizzato dall'oncologo a proposito delle posizioni di Benedetto XVI e del cardinale Camillo Ruini, dovrebbero apprezzare il livello elevato e saggio della sua polemica. Non è l'erudizione del dotto, la sua: e non è la sicumera dello scienziato quella che ispira le parole di Veronesi.

È, piuttosto, la sapienza di chi conosce il mondo e il suo dolore, e - quello stesso dolore - decide di guardarlo nel profondo, senza volgere gli occhi altrove; e, a partire dalla propria competenza e dal proprio sapere, lo affronta. Ma non c'è alcuna iattanza nella sua determinazione, e non c'è la superbia di chi detiene il potere medico.

C'è, al contrario, la compassione (nel suo significato originario: patire con, patire insieme) di chi, con la sofferenza, ha consuetudine, dimestichezza, familiarità. E, proprio perchè ne fa esperienza quotidiana, non le si rassegna e non le si arrende.
Non presume di sconfiggerla e di bandirla dal consorzio umano, ma - questo sì - di contenerla, porle dei limiti, contrastarla. E - in alcuni ed estremi casi - di mettere fine, a quella sofferenza, attraverso il ricorso all'eutanasia: «quando la vita diventa insopportabile per il dolore, la sofferenza e la perdita della propria dignità».

Dice ancora Veronesi: «Voglio semplicemente porre il problema, tentare di aprire un confronto su un argomento tabù, un tema di cui nessuno vuole parlare». E lo fa - questo è il punto - attraverso un approccio morale.
Non c'è alcuna intonazione utilitaristica, nel suo ragionento, e tanto meno una tentazione necrofila o, all'opposto, la sudditanza a un'idea edonistica o cinica dell'esistenza. Emerge, piuttosto, una riflessione morale sul senso della vita e sulla sua dignità: e su ciò che può darle significato e valore. In questo - non troppo paradossalmente - il discorso di Veronesi incontra quello del cattolicesimo contemporaneo più sensibile.
È quest'ultimo a battersi per affermare un'idea di esistenza svincolata dai concetti (così «mondani») di produzione e di prestazione, di salute e di benessere, quali unici parametri di valutazione; e a resistere alla tentazione, pericolosamente vicina a diventare egemone, di banalizzare il concetto di vita e di quantificarne il valore secondo indici di rendimento. Ma proprio per questo - ecco il nodo - la questione del dolore costituisce uno strappo non sempre componibile e produce una ferita che può non rimarginarsi.

A fronte di ciò, va detto, chi prende in considerazione la scelta estrema dell'eutanasia pone una domanda radicale, alla quale non è morale sottrarsi: è vita quella di chi patisce sofferenze intollerabili, che ne annichiliscono l'identità e ne annullano la capacità di relazione, di sentimento, di esperienza? È vita quella di chi si trova da cinque, dieci, quindici anni in stato vegetativo permanente? O, forse, come afferma Veronesi, «non si può rimanere in vita quando la vita non è più vita».
Dunque, ci si deve chiedere se quella sacralità-intangibilità della vita umana, alla quale ci richiamano giustamente i cattolici, sia da considerare sotto l'esclusivo profilo della continuità biologica: in presenza di patologie irreversibili e di sofferenze inaudite - o quando un trauma causa l'interruzione dei collegamenti tra la corteccia cerebrale e i centri nervosi sottostanti - si ha una vita degna di essere vissuta?

Chi ritiene che - in quelle limitate circostanze, a precise condizioni e con vincoli rigorosi - sia lecito prendere in considerazione il ricorso all'eutanasia, può essere mosso da una forte motivazione morale: non solo dall'umanissima volontà di limitare le sofferenze del malato terminale, ma anche dal disperato desiderio di impedirne la mortificazione e la riduzione a cosa: a vegetale.
Di fronte a tanto dolore, una soluzione diffusa è quella ricordata da Veronesi: «negli ospedali italiani l'eutanasia clandestina viene praticata. Nessuno lo confesserà mai, eppure esiste. Si allontana l'infermiera con una scusa, si aumenta un po' la dose di morfina... Ci sono molti modi».
Di conseguenza, è ancora la questione del dolore, e del suo riconoscimento, quella che Veronesi pone al centro della riflessione; e che, in particolare, sottopone alla politica, evidenziando - con ciò - un terribile vuoto culturale e uno spaventoso ritardo da parte di quest'ultima. Veronesi mostra ciò che troppi non vogliono vedere.
Ovvero che gran parte delle lacerazioni ideologiche e dei conflitti di valori, che attraversano le nostre società, ruotano intorno alla «lotta" per «il diritto a non soffrire più»: a soffrire, cioè, il meno possibile e il meno a lungo possibile.

Come non comprendere che è questo, ad esempio, il senso della mobilitazione intono alla figura - e al corpo! - di Luca Coscioni; e non solo perché la rivendicazione che, alla lettera, incarna è sacrosanta (la libertà di ricerca e, in particolare, quella sulle cellule staminali); non solo, cioè, per il contenuto di quella scelta, ma proprio per il mezzo - e in politica il mezzo è tutto - cui si ricorre.
E il mezzo è né più né meno che Luca Coscioni stesso: in carne e ossa, si può dire. Con lui, il corpo come organismo fisico, titolare di consapevolezza e di sovranità, riprende il suo ruolo centrale nella politica: e riacquista tutta intera la sua politicità.
Com'è giusto che sia. Il corpo dell'individuo è la base costitutiva della politica e, insieme, il suo fine. Una base antichissima, quasi arcaica (era il «corpo del re», in origine, a fondare la politica), ma declinata in una chiave attualissima. Ovvero nel sistema linguistico e giuridico della contemporaneità, dominata dallo sviluppo delle scienze mediche e delle biotecnologie.

Questo pone nuovi e più drammatici dilemmi e rivela acute contraddizioni. Innanzitutto, quella tra la necessità di sviluppare la ricerca scientifica, sottraendola alle interdizioni di ordine religioso, e la tentazione dell'onnipotenza scientista, che aspira a dominare il mondo. Di quest'ultima tentazione, fanno parte la negazione della morte e la sua vera e propria «rimozione tecnologica».
Ancora Veronesi: «È vero, la medicina spesso espropria il diritto alla morte. Macchine complesse tengono in vita persone senza coscienza per settimane, mesi, anni. Questa è una vera violenza alla natura».
E, infatti, «la natura non ha previsto l'immortalità dell'uomo, anzi, la morte è uno dei suoi principi». Ecco, io credo che in questo chinarsi sull'uomo, e sulla sua gracilità, fatta di dolore e di finitezza, ci sia un atteggiamento «religioso», che Veronesi, mai così definirebbe, ma che contribuisce a rendere le sue parole tanto autorevoli e, allo stesso tempo, pietose. E così incalzanti e ineludibili per la politica. Guai se la politica vi si volesse sottrarre, ancora una volta.

Sabato, 19 novembre, 2005 - 19:16
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