il Referendum e l’Astensione Legittimo o No Evitare le Urne?


Corriere della sera
09/06/2005

Dal Corriere della sera

È legittimo non andare a votare per il referendum sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita? È corretto ed è giusto? Proviamo a dare una risposta a queste domande, con spirito laico, come si usa dire, cioè ragionando e senza ricorrere ad espressioni di fede (che non c’entrano) ed alle posizioni della Chiesa, libera di esercitare il suo magistero in uno Stato pluralista, affidandolo alle coscienze e senza che ciò costituisca imposizione alcuna. Che la scelta di non votare sia legittima, non è più spesso seriamente in discussione. Ma gli stessi argomenti usati per contestarne la legittimità, riaffiorano, più o meno esplicitamente, per affermare che si tratterebbe di una scelta scorretta ed ingiusta. Dunque il diritto di non votare ci sarebbe, ma non potrebbe o non dovrebbe essere esercitato, pena un giudizio pesante, tale da intimidire chi legittimamente ne usa.
La chiave di volta per rispondere a quegli interrogativi è il quorum che l’articolo 75 della Costituzione prevede: per l’abrogazione di una legge, la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. Partendo da questo punto nei giorni scorsi Sabino Cassese ha indicato dalle colonne del Corriere motivi che lo portano a considerare non giusto il ricorso all’astensione. Vorrei provare a sviluppare qualche altra riflessione in un dialogo cortese.
In uno dei più recenti, completi ed accreditati trattati di diritto costituzionale, nel volume di commento dedicato a quest’articolo della Costituzione, scritto prima e fuori dalle polemiche sull’attuale vicenda referendaria, si sottolinea che il voto nel referendum per l’abrogazione delle leggi non può essere paragonato al voto nelle elezioni. Nel referendum il voto non costituirebbe un dovere civico, previsto invece per le elezioni dall’articolo 48 della Costituzione. Anzi, come ha ritenuto il Consiglio di Stato, nel caso del referendum la non partecipazione al voto sarebbe «una manifestazione consapevole dell’atteggiarsi della sovranità». Nello stesso commento si ricorda che, prevedendo un quorum di partecipazione, la Costituzione dà implicitamente per scontato che quella di non partecipare al voto, nei referendum per l’abrogazione delle leggi, sia una volontà legittimamente espressa. E, con argomentazioni che sarebbe lungo riportare, si afferma che la non estensione del dovere al voto alle consultazioni referendarie «pare tutt’altro che priva di una giustificazione razionale».
Quorum di partecipazione ed esercizio del diritto di non votare sono strumenti di difesa della legge dall’abrogazione, che potrebbe essere determinata, anche su questioni di grande importanza, da una minoranza molto ristretta di elettori. Difatti, se partecipano alla votazione il 50 per cento più uno degli elettori, la maggioranza di essi, ammesso che tutti i votanti esprimano voti validi, determina l’abrogazione della legge. Basterebbe il voto del 25 per cento del corpo elettorale per abrogare una legge, pur se approvata da una consistente maggioranza in Parlamento. C’è da chiedersi chi è che sfrutta, in questo caso, opportunisticamente la quota delle astensioni determinate da disinteresse: chi non si reca a votare per non far raggiungere il quorum di partecipazione; o chi gode dell’indifferenza di quanti non votano, per abbassare il quorum dei voti necessari per abrogare la legge? Non votare è uno strumento che possono usare coloro che intendono conservare la legge, e che possono ottenere questo risultato, non soltanto votando no, ma anche non partecipando al voto. Si dice: chi usa questo strumento si avvantaggia ingiustamente di quanti non votano per indifferenza, e non per convinzione. Se è esatto l’esempio fatto, c’è un «ingiustamente» di troppo. Perché chi lo sostiene dovrebbe aggiungere che altrettanto «ingiustamente» se ne avvantaggia chi vota per l’abrogazione della legge. Anzi, questa parte gode di un ulteriore vantaggio, perché le schede bianche valgono perché il referendum sia valido, ma non per calcolare la maggioranza che è richiesta per l’abrogazione della legge.
L’astensione consapevole, diretta ad escludere che il referendum raggiunga il quorum previsto perché abbia effetto, non è una fuga irresponsabile né il rifiuto di contribuire alla discussione e di aprire un dialogo. Anzi, è l’unica soluzione che non chiude, con una scelta che rimarrebbe comunque della minoranza del corpo elettorale, l’approfondimento di temi così complessi, che richiedono un bilanciamento che le forbici referendarie non possono attuare. È dunque una scelta pienamente legittima, corretta e giustificata.
Rimane il merito delle questioni. E su questo sarebbe opportuna una discussione pacata e non artefatta con il ricorso alle parole magiche: salute, scienza, sulla cui importanza tutti conveniamo, ma che spesso sono invocate in modo simbolico ed inappropriato, se non ingannevole, per regalare speranza e «catturare» consenso.
Non votare, per non imbrigliare la discussione con un «sì» che cancella regole necessarie o con un «no» che le cristallizza, apre proprio la strada alla sperimentazione della legge, alla verifica dei suoi risultati, alla proposta, all’esame ed all’introduzione delle modifiche e dei miglioramenti che possono persuadere. Rimane il punto di fondo, sul quale tutti quanti hanno a cuore la dignità umana dovrebbero convergere, e che possiamo esprimere con un interrogativo. L’embrione è un oggetto: dei desideri, dei rifiuti, delle manipolazioni; o non va anch’esso tutelato e protetto? In qual modo, possiamo, accantonato e superato il referendum, approfondire e discutere.

Cesare Mirabelli
presidente emerito della Corte Costituzionale, docente di Diritto ecclesiastico all’Università di Tor Vergata

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Avevo elencato sul Corriere della Sera del 7 giugno scorso, cinque motivi per non disertare le urne. Cesare Mirabelli prende il primo e su questo svolge riflessioni che conducono a giustificare la diserzione delle urne.
Avevo scritto che chi è contrario all’abrogazione non esprime il proprio voto negativo allo scopo di sommare alla propria astensione quella di chi non può andare alle urne perché malato o al mare e di chi non vuole andarci non per contrarietà all’abrogazione di parti della legge, bensì perché indifferente, non sufficientemente informato, incerto, ecc.
Mirabelli osserva che «se partecipano alla votazione il 50 per cento più uno degli elettori, la maggioranza di essi, ammesso che tutti i votanti esprimano voti validi, determina l’abrogazione della legge».
Quindi, anche la maggioranza dei votanti approfitterebbe di chi diserta le urne.
Questo mi pare un argomento artificioso. Primo: non ho auspicato che voti solo il 50 per cento più uno degli elettori. Le istituzioni democratiche debbono essere circondate da un alto tasso di partecipazione e, quindi, dai cittadini ci si aspetta una più larga partecipazione. Dunque, questo argomento non può essere opposto a quello da me usato per ritenere non giusta la diserzione delle urne.
Secondo: se si ammette che il 25 per cento degli elettori su un 50 per cento più uno dei votanti sfrutta opportunisticamente la diserzione del 49 per cento del corpo elettorale, solo per questo la condotta di una minoranza che sfrutti il voto degli astenuti «naturali» diviene legittima? Uno vede meglio, solo perché anche l’altro è orbo? Terzo: anche ammesso che ambedue le condotte siano opportunistiche, quale delle due lo è di più, quella di chi sabota la procedura, o quella di chi rispetta la procedura e si reca a votare? Il referendum è un quesito. Può rivolgerlo solo un cospicuo numero di cittadini a tutto il corpo elettorale. Quest’ultimo può rispondere positivamente o negativamente. Se esso non risponde e va al mare, segue una regola di cortesia o di democrazia, oppure si comporta in modo poco apprezzabile? Ho notato prima che Cesare Mirabelli non ha commentato gli altri miei quattro motivi per non disertare. Debbo aggiungere che ne ha offerto un sesto: il «dovere civico» dettato dall’art. 41 delle Costituzione per la partecipazione alle elezioni. Io non l’avevo evocato, perché so che esso non viene ritenuto applicabile al referendum. Ma se esso non è applicabile come tale e meccanicamente, siamo sicuri che non debba essere invocato, per analogia, quando - come nel caso - si tratta di dare un valore alla partecipazione? Il quorum del referendum ha la stessa funzione del numero legale per riunirsi, previsto per tutti i collegi, a cominciare dal Parlamento. Se non ci fosse un obbligo di «leale partecipazione», come funzionerebbero tutti i collegi pubblici? Se minoranze e dissenzienti sfruttassero opportunisticamente e sistematicamente assenze nella maggioranza per sabotare i lavori dei collegi (e del Parlamento, innanzitutto) a quale stadio dello sviluppo statale ritorneremmo?

la Discussione

Giovedì, 9 giugno, 2005 - 19:43

commenti

Non c'è nessuna necessità o

Non c'è nessuna necessità od utilità sociale nel fare un referendum; infatti non si rimborsano le spese sostenute per la relativa campagna se non si raggiunge il quorum, cioè se la maggioranza degli aventi diritto al voto non ritiene degno di risposta il quesito referendario. Il referendum è una proposta di un gruppo di persone alla quale non vi è alcun impegno morale o civile a rispondere. Dunque trovate altri argomenti per convincere la gente a recarsi alle urne. Lo sappiamo bene che senza i votanti NO ben difficilmente ragguingerete il quorum , per cui quelli che vanno a votare NO convinti che il voto referendario sia un dovere vi fanno molto comodo. Se politicamente gli italiani fossero tutti maturi saprebbero che il voto referendario è un diritto ma non è per nulla un dovere, e per dire un NO secco ci si asterrebbe lasciando ai referendari il compito di portare ai seggi il 50%+1 degli elettori a vortare SI.

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