Il diritto minacciato, dall’habeas corpus al pugno nero.

Stefano Rodotà

L’universalità ed il carattere fondamentale dei diritti non vanno espulsi dal dibattito pubblico, pena l’imbarbarimento della nostra democrazia.

I diritti non godono di buona salute in troppe parti del mondo e soffrono assai in Italia. Credo che questa constatazione debba spingerci a ritenere che rimanga attuale e necessario l'antico invito alla lotta per il diritto. Permettetemi di prenderla per un momento solo alla lontana. Consentitemi di gettare uno sguardo malinconico sulla Gran Bretagna, sul paese dell'habeas corpus, della Gloriosa rivoluzione, delle leggi sul lavoro delle donne e dei fanciulli del 1830, dell'invenzione del sindacato e dello sciopero. Oggi lo stesso paese ha proibito agli atleti che parteciperanno alle olimpiadi di Pechino di manifestare opinioni, pena l'esclusione dalla squadra olimpica inglese.

Mi è venuta, leggendo questa notizia, una grande nostalgia di una immagine storica, quella di due atleti afroamericani che alle olimpiadi di Città del Messico sul podio dei vincitori dei duemila metri alzano il pugno guantato di nero evocando così l' "olympic project for human right" cioè il diritto di essere cittadini come tutti gli altri. Non si dica che questo è stato fatto perché si voleva tenere la politica lontano dallo sport, o lo sport lontano dalla politica, perché la decisione è assolutamente politica e deriva dal fatto che le relazioni con la Cina, grande potenza, grandissimo mercato, non potevano essere turbate con un effetto che però va al di là di ciò che viene rimproverato a molti in questo momento, cioè di non utilizzare l'occasione delle olimpiadi per cercare di strappare qualche concessione sul terreno della tutela dei diritti civili al governo e alle autorità cinesi, si è fatto molto peggio, cioè si è accettato di esportare quel tipo di violazione imponendola ai cittadini degli altri stati. Ricordo questo perchè in questo momento noi siamo sempre più prigionieri di politiche e di diritti selettive, misurate a compatibilità che negano la caratteristica propria dei diritti che sono l'universalità e il carattere fondamentale.

Qui è il vero relativismo che dobbiamo respingere! Questo è un punto essenziale, è un problema che non trova la sua manifestazione soltanto nella pratica, nella subordinazione per esempio dei diritti a esigenze di sicurezza che vengono sempre più amplificate e sempre più utilizzate anche per ottenere limitazioni che con la sicurezza hanno poco o nulla a che fare; siamo di fronte anche a una fase nella quale non ci sono soltanto le operazioni pratiche, ma anche un sostegno offerto in maniera sempre più marcata a una teorizzazione della limitazione per i diritti. Io non voglio fare un excursus su ciò che scrivono e dicono scienziati, politici, filosofi e giuristi, ma ricordare che ci sono ormai in circolazione tesi (strumento di politiche pubbliche) che sostengono che ormai nel mondo nel quale viviamo i diritti devono essere considerati uno strumento che serve a tutelare gli individui soltanto dalla crudeltà; che non possono essere veicolo per una società giusta, ma soltanto per una società decente e che quindi i diritti devono soltanto servire a essere strumenti, a divenire strumento per tenere al riparo dall'umiliazione e che di fronte all'esperienza del "male", qui viene fuori l'11 settembre, giustifica anche la tortura. Questo è uno sfondo teorico al quale noi non possiamo rimanere indifferenti e non possiamo rimanere indifferenti perché tutto questo sta producendo e ha prodotto una regressione culturale e un riduzionismo crescente dei diritti, con una serie di scambi, anche per la situazione italiana. Lo scambio tra diverse categorie dei diritti è stata una delle caratteristiche dei regimi totalitari del 900, in Italia il fascismo dava alle classi più deboli la possibilità di fare vacanze, le gite, il dopolavoro, che erano però pagate con la cancellazione dei sindacati, l'inesistenza delle libertà civili e politiche. Quindi lo scambio tra i diritti è una caratteristica dei momenti in cui cresce il totalitarismo profondo dei regimi politici, ci ricorda quella priorità che l'ironia di Brecht alla fine del primo atto dell'Opera dei tre soldi sintetizza nel "prima viene la pancia e poi viene l'etica". Questo è il punto che noi dobbiamo rimuovere, anche nella campagna elettorale italiana nella quale permettetemi di dire: io sono costretto a ritenere benvenuta la vergogna di Napoli perché ha modificato almeno per un momento l'agenda politica. L'agenda politica aveva già espulso totalmente la dimensione dei diritti, in questi primi dibattiti, tranne qualche timidissima domanda, non si è parlato dell'eredità pesante di questa legislatura: il testamento biologico e l'isolamento assoluto di Ignazio Marino, voluto dalla sua stessa parte; i DICO o PACS o CUS che fossero anch'essi ignorati; la liquidazione trasversale e ipocrita del tema dell'aborto.

Con Berlusconi e l'Osservatore Romano concordi nel tenere questi temi fuori dalla campagna elettorale nello stesso momento in cui nel programma politico del popolo delle libertà, diceva che ci sarebbe stata una proposta di moratoria alle Nazioni Unite, anzi, di più, l'introduzione nella dichiarazione dei diritti del 1948 - ne celebriamo i 60 anni - del diritto del concepito e del rispetto della vita fino alla sua conclusione naturale. Questo è il quadro l'agenda all'interno nella quale noi in questo momento ci stiamo muovendo, sicché vengono molte domande. Se il prezzo del dialogo e dell'abbassamento dei toni è pagato in questo modo c'è un interrogativo molto forte che noi dobbiamo proporre: i diritti continuano a disturbare e il compito dei difensori dei diritti è quello di essere disturbatori. Non c'è una quiete pubblica che deve essere tutelata pagando il prezzo del silenzio sui diritti il perché ce lo ha già ricordato Manconi parlando del corpo. Ciò di cui noi in questo momento ci stiamo occupando o ci dovremmo occupare è l'intero ciclo vitale: il nascere: l'interruzione della gravidanza e la procreazione assistita; il vivere: l'organizzazione delle relazioni personali e affettive dunque le leggi sull'unioni di fatto; il morire: il testamento biologico, il rifiuto di cure e l'eutanasia; tutto questo non trova diritto di cittadinanza. Credo che vi siano molte ragioni di questa situazione, una è quella indicata da Luigi Manconi, e cioè questa sorta di divisione di cambio di competenze, a noi l'economia a voi l'etica, che oggi però è molto aggravata rispetto al momento in cui ciò veniva in qualche misura messo a punto e non solo per l'invadenza delle gerarchie vaticane, ma per il modo in cui viene affrontato il problema della religione nella sfera pubblica. Questa è la debolezza ulteriore e il riconoscimento della religione nella sfera pubblica è inteso, è accettato, anche da parte di quei "laici", o almeno appartenenti a uno schieramento che non è di centro destra, come attribuzione di un ruolo privilegiato alla religione e non come all'accettazione necessaria da parte di chi vuole portare questo contributo significativo, importante, forte in condizione di parità democratica. In più tutto questo risente qui davvero di un vecchio vizio e cioè che il rapporto con il mondo cat- tolico è stato costituito in senso, come si diceva una volta, "politicista", cioè come rapporto tra stati maggiori. Da una parte i vertici dei partiti e dall'altra le gerarchie vaticane. Questa è la storia che ci portiamo dietro le spalle, che è quella dell'art. 7, che è quella del Concordato Craxi. Però anche in quei tempi difficili c'era un mondo cattolico che aveva voce e prendeva voce perché non c'era una condizione politica che a quest'altra parte del mondo cattolico consentisse di avere una sua autonomia. Non dimentichiamo che quando ci fu il referendum sul divorzio, che è un passaggio capitale per la storia di questo paese, un gruppo consistente di consiglieri democratici della Democrazia Cristiana - cito Leopoldo Elia e Pietro Scoppola - rifiutò di fare campagna elettorale.

Come va ricordato che, registrando quella sconfitta, nel giugno del ‘74 al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana a Napoli, Aldo Moro disse: "Dobbiamo renderci conto che i nostri punti di vista non possono essere imposti attraverso le leggi, ma - cito quasi testualmente - attraverso la nostra testimonianza cristiana nella società". Queste posizioni rendevano possibile il dialogo, anche nelle forme che potevano apparire incongrue. Questo consentiva a Lelio Basso di proporre una revisione del Concordato dialogica; questo significava che ci si rendeva conto che il mondo cattolico non si chiudeva intorno alle gerarchie e ai vertici. Oggi c'è un altro mondo cattolico. Lo dico sulla base di una esperienza personale e non è un mondo cattolico marginale. Chi ha letto "Aggiornamenti Sociali" di maggio - è la rivista dei gesuiti - troverà quattro saggi sul caso Welby che non sono tutti condivisibili nelle argomentazioni, ma sì nella conclusione: "aveva diritto di chiedere ciò che chiedeva". Quello è il mondo cattolico, perché è uscito? È stato espulso, non è un interlocutore? Io mi sono trovato a dialogare con vescovi negli ultimi tempi, perché? Questo disinteresse della politica schiacciata da Ruini, questo è un punto drammatico di riflessione, io credo, che sta portando a che cosa? A un abbandono dello spazio costituzionale, perché la contesa sui valori non è tra valori divergenti nella loro qualità e sostanza, ma è una contesa molto più importante per la democrazia: tra valori democraticamente legittimati, che sono quelli che storicamente entrano nelle Costituzioni attraverso il processo democratico, e valori che ciascuno può costruire sulla base di una ideologia, una fede religiosa, un qualsiasi credo e che vorrebbe sostituire a ciò che democraticamente è stato stabilito. Io non credo di dover dire di no ai valori che la gerarchia ecclesiastica propone. Sono un po' sbalordito quando, grazie a Radio Radicale, seguo continuamente dibattiti politici e dal linguaggio del centro destra la Costituzione è stata espulsa e sostituita, quando si parla di valori, dai riferimenti alle encicliche. Tuttavia questa strisciante revisione costituzionale, perché questo si sta cercando di realizzare, al posto della parte dei suoi valori fortissimi - valori fortissimi, altro che relativismo - si vuole sostituire un'altra tavola di valori, non democraticamente.

Questo non è un punto controvertibile. Se noi cediamo su questo punto, noi rinunciamo alla qualità democratica del nostro sistema. Non voglio fare il professorino, ma io voglio fare un riferimento all'art. 32 della Costituzione, che ho letto tantissime volte, ma di cui ho scoperto il significato profondo solo grazie alle discussioni che la vita ha imposto, a cominciare dal caso di Piergiorgio Welby. L'articolo 32 della Costituzione l'abbiamo letto tante volte: la salute come diritto fondamentale dell'individuo, il divieto dei trattamenti obbligatori se non previsti dalla legge. Ma il cuore di quell'articolo, ormai, sono le ultime due righe laddove si dice che la legge in nessun caso può imporre trattamenti che violino il rispetto della persona umana. Non c'è, in tutta la Costituzione, una affermazione così forte. Provo a ragionare con voi e sono qui per questo motivo, perché anche le libertà storiche - ho citato prima l'habeas corpus, cioè la libertà personale dell'art. 13 - sono libertà che possono essere limitate dalla legge, riserva di legge, e dal provvedimento motivato dall'autorità giudiziaria, riserva di giurisdizione. Quel passaggio invece dell'art. 32 dice: "la legge in nessun caso...". Quando è in questione il rispetto della persona umana c'è un limite invalicabile per lo stesso legislatore. C'è l'indecidibile. cosa vuole dire? Che c'è il riconoscimento di una libertà di autonomia e governo della vita sul quale il legislatore non deve mettere le mani. Che cosa aveva promesso nel 1215 il sovrano inglese ai suoi cavalieri? L'habeas corpus: "non metteremo le mani su di te". Il sovrano democratico, l'assemblea costituente con quella formula dice ai cittadini: "non metteremo le mani su te e sul tuo corpo". Questo lo dobbiamo ricordare, questo è un valore fortissimo, altro che relativismo. Questo è un passaggio che credo noi abbiamo in qualche misura, dico noi non personalmente, ma lo dico come mondo al quale apparteniamo, tranne le minoranze che da sempre attraversano questo mondo, noi ci troviamo di fronte a questo dato di realtà, che, attenzione, in questo momento non ci sta facendo prendere congedo soltanto dallo spazio costituzionale nazionale, ma dallo spazio costituzionale europeo. Leggete l'articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, quello riguardante le unioni, dove si è innovato profondamente rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950, dove si parlava di matrimonio tra persone di sesso diverso.

La carta dei diritti mette sullo stesso piano il matrimonio e le altre unioni di fatto ed ha cancellato il riferimento alla diversità di sesso. Questa è l'Europa che noi dobbiamo portarci in casa e che invece allontaniamo da noi. Attenzione però, questo è un passaggio significativo: questa Europa, che la politica non riesce a fare propria, sta diventando strumento di lavoro dei giudici che portano nei diversi paesi valori della carta dei diritti prima ancora che questa abbia pieno valore giuridico vincolante. Venendo ai giudici, io devo dire una parola sul fatto che la più significativa innovazione istituzionale sono state le cinque sentenze che hanno dato nuove regole sulla diagnosi preimpianto, hanno chiuso la vicenda per quanto riguarda Mario Riccio, il caso Welby e hanno messo su un altro binario la questione di Eluana Englaro. Vorrei segnalare un fatto: quattro di queste sentenze, quella dei giudici ordinari, non quelle dei Tar, sono sentenze di donne. Le tre magistrate di Roma, Firenze e Cagliari e la Presidente della sezione della cassazione che ha deciso sul caso di Eluana Englaro. Credo che questo lo dobbiamo valutare con attenzione; quel tipo di cultura della corporeità, quel senso del limite, che è limite anche per il legislatore come vi ho detto, quella capacità di leggere il rispetto delle persone è certamente anche il risultato importante della cultura delle donne. In questo senso allora la vicenda napoletana, e tutto ciò che si sta creando intorno alla materia dell'interruzione della gravidanza, è la messa in un angolo di una grande acquisizione culturale è di nuovo la considerazione del corpo come luogo pubblico sul quale il legislatore può mettere impunemente le mani e trascurare il fatto che il corpo femminile ha una sua specificità nella storia dell'umanità, il che è incancellabile antropologicamente. Io non mi meraviglio di quello che dice, con un'aggressività che gli è propria, Giuliano Ferrara, perché ho fatto la campagna elettorale nel referendum del 1978, quella sull'interruzione della gravidanza e Carlo Casini, andava in giro con la ricostruzione di un feto per fare vedere che aveva le orecchie, il naso...ecco è esattamente quello che ci ripropone Ferrara di nuovo, una regressione culturale. Allora io vorrei chiudere su due cose: primo un invito a "non abusare di Dio", come ha scritto in un bel libro di Gian Enrico Rusconi, e rinvio a lui per questa parte.

A non abusare della coscienza, in due sensi, a non abusare dell'obiezione di coscienza. Da moltissimi anni, quando ero in parlamento senza fortuna, io ho sostenuto esattamente gli argomenti di Carlo Flamigni: è ovvio che chi entra a fare un certo lavoro nel pubblico entra a certe condizioni, che possono essere mutate ma non in maniera tale da incidere radicalmente sulle modalità di lavoro. Quindi allora l'obiezione era giustificata. Ma da un certo momento in poi si entra nelle istituzioni ospedaliere sapendo che l'interruzione della gravidanza è uno strumento a servizio della donna. Io lo chiamo anche "un diritto" della donna. Questo dire continuamente "è una tragedia"; certo, è una anche una tragedia. Ma quante tragedie nella storia - la tragedia dello sfruttamento dei bambini, delle donne, dei lavoratori - non sono state risolte attraverso l'attribuzione di diritti? Non dimentichiamo tutto questo. Certo, è una tragedia e quindi richiede attenzioni particolari, ma quando la legge attribuisce una facoltà, un potere, un diritto, a una donna, la possibilità di accesso, questo implica un dovere delle istituzioni pubbliche di mettere a disposizione gli strumenti e dunque in questo senso l'obiezione di coscienza perde di significato se non di significato ideologico. E il significato ideologico è quello che porta a proporre l'obiezione di coscienza dei farmacisti, che porta a proporre l'obiezione di coscienza degli attori per le scene scabrose, che porta gli infermieri a inserire nel loro codice deontologico che stanno elaborando il loro diritto di obiezione di coscienza. Possiamo privatizzare la coscienza quando questa significa imposizione di regole a soggetti altri? Io ho diritto di accedere a alcuni servizi nessuna categoria corporativa può sequestrare questo diritto e espropriare me di un diritto fondamentale.

Attenzione, questo vale anche per la "libertà di coscienza" dei parlamentari. Figuriamoci. Ho fatto per 15 anni il parlamentare e credo che la mia coscienza me la sono salvaguardata bene e per conto mio, senza bisogno che nessuno mi dicesse: su questo c'è libertà di coscienza. Ci ho messo molto orgoglio, molta determinazione, smentendo anche qualche previsione cattiva che aveva fatto Marco Pannella quando mi ero candidato nelle liste del Partito Comunista. A parte i radicali, il gruppo che io presiedevo, quando si votò sul concordato Craxi, fu l'unico gruppo che all'unanimità, 20 persone di cui 10 cattolici praticanti, votarono contro, allora c'era uno schieramento totalitario, devo dire sinceramente che quando in questo momento leggo e vedo certe - lo devo dire con molta sincerità, io non sono capace di tenermi le cose dentro - le voci laiche di molti socialisti le avrei volute sentire in quei giorni in parlamento. Siamo stati pochi. Io non rivendico qualcosa di personale. Io credo che la storia e la memoria non possano essere cancellate. Dunque, non abusare della coscienza però; non possiamo, nelle materie di cui qui ci occupiamo il nascere, il vivere, il morire, ritenere che queste materie siano affidate alla coscienza dei parlamentari, che deve essere rispettata. La prima coscienza da rispettare è quella di ciascuno di noi; nessuno può espropriare la nostra libertà di coscienza nello stabilire come si nasce, come si vive, come si muore.

Riconoscere la libertà di coscienza ai soli parlamentari significa attribuire loro un privilegio in una materia che invece è appannaggio di ogni cittadino. Quindi, cautela anche in questa direzione nell'uso della coscienza. E quindi non abusare neanche della legge. Come ci dice la Costituzione, e non il mio particolare punto di vista, c'è una questione che è quella appunto del rispetto della persona sottratta alla competenza del legislatore. Badate che quando si discusse quell'articolo 32 ci si chiese in Parlamento se doveva essere scritto "rispetto della dignità", come era un termine usato in altre parti della costituzione, o "rispetto della persona"; si scelse "persona" non casualmente, perché la dignità per quanto forte sia come espressione, è la descrizione di una qualità della persona, mentre lì si volle affermare che era la persona tutta intera che doveva essere rispettata. E questo ci dice la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, il cui preambolo dice che l'Unione pone la persona al centro della sua azione e scandisce poi questo attraverso una serie di norme, tra le quali grandemente innovative; per la prima volta in un testo costituzionale attribuisce specifica rilevanza alla "vita materiale" quando parla - in articoli separati - dei diritti degli anziani, dei bambini e dei portatori di handicap. Una grande innovazione che dobbiamo introiettare nella cultura politica proprio come strumento e vincolo rispetto a ciò che sta avvenendo. Chiudo con un ricordo del referendum sulla procreazione assistita. Ricorderete che per incentivare l'astensione si disse: "Queste sono materie tecniche, le tecniche di procreazione, dio mio, la ricerca sulle cellule staminali, non ne capite nulla, non andate a votare". Non fu piccolo argomento questo, che tuttavia va valutato in una dimensione. Qual'è il senso profondo di questa argomentazione? C'è qualcosa, nel mondo, che ormai è sottratto a quella che si chiama la sovranità popolare. "Voi cittadini non avete voce in questa materia", "non andate a votare perché non siete capaci di votare".

Guardate, fino a un certo punto questo è un punto chiave dell'investitura rappresentativa. Gli analfabeti non potevano votare. Qui l'analfabetismo scientifico diventa una condizione da prendere in esame, con una riduzione della democrazia che ne consegue. Allora noi oggi abbiamo di fronte a noi quest'altro problema: quello che si può chiamare per un verso di "democrazia cognitiva", cioè capace di incorporare le competenze non per un gruppo di specialisti ma per tutti i cittadini, o come dicono con una espressione efficace alcuni studiosi che parlano inglese, lo scientific citizen, che vuole dire il cittadino munito del sapere necessario per poter comprendere e valutare responsabilmente questa che è la grande dimensione nella quale viviamo. Noi viviamo in due dimensioni completamente nuove che sono il globale e l'innovazione scientifica e tecnologica. Tutte e due queste dimensioni devono essere non ridotte alla misura democratica, ma riportate alla misura democratica, che significa capacità innovativa, culturalmente. Per esempio in altri paesi i comitati per la bioetica non sono consiglieri del principe, non emanazione dell'esecutivo che ne manipola le presidenze, ma interlocutori dei cittadini. Questi comitati etici si preoccupano di fornire buona informazione, selezionare l'informazione scientifica, proporre le alternative possibili, avviare un dialogo all'interno dell'organizzazione sociale, perché altrimenti la linea indicata e realizzata attraverso il referendum sulla procreazione assistita diceva: "voi cittadini analfabeti in queste materie non avete diritto di voto, anzi, dovete fare una sorta di obiezione di coscienza al voto in queste materie". E in questa materia, attenzione, poiché c'era una grande e forte e dichiarata opzione antiscientifica in quelli che facevano questo discorso, il potere poi non viene attribuito ai sapienti, ma viene attribuito formalmente soltanto al Parlamento, ma poiché una valutazione deve esserci che non è quella democratica dei cittadini, che non è quella rigorosa degli scienziati, ecco che torniamo di nuovo alla imputazione a sé, di chi? In Italia certamente della religione e delle gerarchie ecclesiastiche. Un altro passaggio importante: non ho usato la parola "laico" se non all'inizio; ho usato la parola "democrazia", che è altra questione; quest'ultima è veramente in ballo e in discussione. Quindi noi abbiamo oggi questo tipo di problema, quello della creazione dell'ambiente, perché anche la grande opportunità offerta dalla scienza non venga subordinata alle ideologie ma ricondotta alla logica democratica. Anche qui c'è uno sviluppo, l'art. 33 della Costituzione italiana dice: "l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento". L'articolo 13 della Carta dei diritti dice: "le arti e la ricerca scientifica". Badate, ho fatto parte della Convenzione che ha scritto quella carta e l'avere messo "ricerca scientifica" aveva il deliberato obiettivo proprio di reagire alla pretesa antiscientifica che circolava in quel momento. Credo allora che noi siamo di fronte non ad una puntigliosa rivendicazione di vecchi combattenti intrisi di "laicismo cattivo"; credo che questo momento di riduzionismo dei diritti, della loro espulsione dall'agenda politica, della loro sottovalutazione e silenziamento dovuto alla campagna elettorale (perché può turbare qualche idillio), sia un rischio per un sistema che voglia essere democratico. Perché le questioni che abbiamo di fronte sono quelle che caratterizzano la democrazia dei tempi che stiamo vivendo.

Martedì, 4 marzo, 2008 - 15:01

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Seguo Rodotà da circa dieci

Seguo Rodotà da circa dieci anni, da quando mi occupo di privacy in ambito sanitario (sono un'infermiera docente). Ogni volta mi trovo d'accordo con quello che dice e scrive, anzi, mi sembra che legga il mio pensiero su questioni fondamentali della nostra vita (appunto: il nascere, il viviere, il morire), pensiero che io non riuscirò mai ad esprimere coì compiutamente, e per questo lo ringrazio, anche per l'intervento di Salerno. Purtroppo stiamo tornando indietro, da un punto di vista di affermazione dei diritti, e quello sulla legge 194 è solo uno dei tanti esempi; ancora devo discutere con colleghi e studenti che affermano "la vita è sacra e non si tocca" e con questo chiudono ogni possibilità al dialogo, al confronto , all'affermazione dei diritti degli altri sanciti da Costituzione e leggi, e questi sono operatori sanitari, che lavorano nelle corsie, quale assistenza erogano? quale rispetto dei valori di cui è portatore il paziente? quale può essere il loro impegno a far sì che "il consenso informato" sia promosso e tutelato? Ringrazio ancora il prof. Rodotà per le sue parole e per i libri che pubblica, e per essere un riferimento importante per la mia vita professionale e personale.
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