La scienza in Italia

Incomunicabilità scientifica

di Giulia Simi

Un grido d'allarme: la non comunicazione scientifica in Italia, dove il politico parla da scienziato, lo scienziato da politico e la persona scientificamente qulificata fatta tacere

Ogni giorno il mondo in cui viviamo ci pone di fronte a nuovi interrogativi. La vita economica e l'innovazione tecnologica, le trasformazioni sociali e le loro conseguenze sulle persone ci obbligano a fare i conti con problemi inediti, spesso inquietanti, e a rivedere categorie e abitudini mentali ormai radicate da tempo. Di fronte a una realtà sempre più complessa e dinamica è importante non lasciarsi vincere dalla sensazione che tutto sia incomprensibile, delegando facoltà di parola e decisioni agli esperti di turno. Da sempre la conoscenza scientifica e le sue applicazioni si ripercuotono sulla vita delle persone: la stessa globalizzazione è un prodotto di ricerche scientifiche e di conseguenti innovazioni tecnologiche. Tuttavia mai come negli ultimi anni la scienza si è trovata al centro della vita dei cittadini, diventando oggetto di confronto politico. I
n questo contesto è fondamentale garantire la concreta possibilità di una partecipazione democratica al dibattito e alle decisioni politiche che riguardano in primo luogo la libertà di ricerca scientifica, i suoi costi e benefici. Ma la partecipazione democratica è possibile solo se esiste il diritto del cittadino di farsi un'opinione libera da pregiudizi e da paure. Oggi quasi tutti i politici parlano di partecipazione democratica, ma contemporaneamente negano questa possibilità quando affermano che le questioni sono troppo complicate perché i cittadini siano in grado di decidere.
E' una posizione antidemocratica e autoritaria, tanto più che le decisioni prese incidono pesantemente sulla vita delle persone. Nel senso che non solo un cittadino viene privato del diritto di decidere, ma viene anche privato della possibilità di conoscere ed eventualmente usufruire dei nuovi diritti che le scoperte scientifiche portano con sé. La legge sulla fecondazione assistita è un caso emblematico: si pensi alla relazione che c'è tra la diagnosi pre-impianto e il diritto di scegliere di avere un figlio sano.
Paradossalmente, questa incapacità di partecipare è vera: per come sono organizzati la scuola e il sistema d'informazione, la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è scientificamente analfabeta. Per molti versi, proprio col referendum sulla fecondazione assistita si è persa l'occasione di cominciare a riscattare il popolo italiano da questa ignoranza abissale, facendogli capire innanzitutto che non era necessario, per prendere una decisione sui quesiti referendari, acquisire le conoscenze di un ginecologo o di un scienziato, ma bastava pretendere di sapere a che titolo "l'esperto" di turno portava la sua opinione, cioè quali fossero le sue conoscenze in quel campo e la rilevanza internazionale delle sue ricerche.
In generale, il giornalista, con domande pertinenti e non condiscendenti, dovrebbe essere in grado di capire e far capire al pubblico se il presunto esperto parla in base a valutazioni scientifiche oppure in base a considerazioni politiche, ideologiche e religiose; dovrebbe essere in grado di sgombrare il campo dalla confusione di ruoli alla quale si assiste: il politico che parla da scienziato, il presunto scienziato che parla da politico e lo scienziato vero che viene silenziato o travisato. In questa giungla riesce a districarsi solo chi ha avuto la fortuna di costruirsi un minimo di mentalità scientifica.
Il problema, ovviamente, è come le ricerche scientifiche vengono comunicate ai cittadini dai mezzi d'informazione. Un giornalista prima di accreditare una persona come esperto dovrebbe sapere in che cosa consiste il metodo scientifico, condizione necessaria per poter parlare di scienza. Questo prevede che ogni prodotto della ricerca venga sottoposto a tre fasi di valutazione prima di essere accettato come "verità scientifica": prima fase, pubblicazione su una rivista autorevole (quelle con referee che verificano la coerenza dei dati scientifici e delle conclusioni); seconda fase, dimostrazione che le evidenze scientifiche siano riproducibili in altri laboratori; terza fase, discussione critica e accettazione dei dati nell'ambito della comunità scientifica (attraverso il confronto in convegni specialistici e altro).
Oggi in Italia sembra, invece, che sia prassi usare qualsiasi dato preliminare, qualsiasi singola pubblicazione, per affermare "verità scientifiche" di comodo, soprattutto se queste servono per prendere importanti decisioni politiche oppure difendere la propria posizione ideologica. Sono molti gli esempi di come in Italia non venga fatta comunicazione scientifica, ma anzi disinformazione. E' successo durante il referendum sulla fecondazione assistita con gli allarmi sulla clonazione umana, come sta succedendo per la ricerca sugli ogm. Oggi l'opinione pubblica è ancora convinta che la sopravvivenza della farfalla monarca sia in pericolo a causa della produzione del mais-Bt, un mais gm resistente alla piralide, terribile insetto parassita. Questo perché nel 1992 uscì un articolo sulla rivista "Nature" in cui si sarebbe dimostrato, con prove condotte esclusivamente in laboratorio, che il mais-Bt rappresentava un grave rischio per la sopravvivenza della farfalla monarca.
Ovviamente, gli ambientalisti ne hanno fatto una bandiera in difesa della biodiversità. Ma è passata del tutto inosservata la smentita della comunità scientifica nel 2002 e il ritiro dell'articolo da parte di "Nature": la farfalla monarca gode di ottima salute proprio negli immensi capi di mais-Bt, e tuttavia molti sinceri ambientalisti continuano a battersi contro la sua estinzione. E' solo un esempio, ma chiaro ed evidente, del gravissimo stato in cui si trova la comunicazione scientifica in Italia e diventa sempre più urgente prenderne coscienza. Il ruolo del giornalista dovrebbe essere anche quello di non fare del cittadino un soggetto passivo dell'informazione, ma stimolarlo a una conoscenza attiva, per esempio utilizzando Internet. Tramite Internet è possibile verificare il valore delle pubblicazioni e delle esperienze scientifiche internazionali. Si scoprirebbero pubblicazioni inesistenti, titoli universitari millantati.
Si scoprirebbe che spesso nelle commissioni tecniche dei nostri ministeri ci sono "esperti scientifici" privi di adeguata conoscenza nel settore, così come capita nei dibatti televisivi. E' possibile, oggi, immaginare che il cittadino che decide di seguire una trasmissione su questioni scientifiche sia messo nella condizione, tramite i siti televisivi o televideo, di conoscere prima i personaggi che intervengono. Si potrebbe auspicare che durante il dibattito scorra un banner che dia alcune informazioni sul ricercatore e il sito su cui è possibile trovarne altre. Non risolverebbe tutto, ma sarebbe un bel passo avanti verso la trasparenza, portando il cittadino anche ad avere un approccio diverso verso la scienza. Tuttavia è ovvio che per affrontare alla radice la questione dell'analfabetismo scientifico e di tutto quello che comporta sul piano politico bisogna mettere mano alla grande questione della scuola e in second'ordine dell'università.
Non è tanto un problema di programmi, perché non è pensabile che la scuola riesca a stare dietro alle scoperte scientifiche, ma la scuola dovrebbe essere in grado di dare a ciascuno gli strumenti necessari per continuare nel proprio cammino di formazione permanente. Il punto fondamentale è che è un diritto del cittadino conoscere il metodo scientifico per poter viaggiare nel meraviglioso mondo della scienza. Il metodo consiste nel capire con quali passaggi una ricerca scientifica si sviluppa, aprire alla curiosità verso il nuovo, comprendere se le argomentazioni che vengono portate sono scientifiche o no, stimolare il gusto della sperimentazione e della creatività; il metodo educa a non avere pregiudizi perché, come ha scritto Thomas Huxley, "è destino delle nuove verità cominciare come eresie e finire come superstizione".

* Vice-Segretaria dell'Associazione Coscioni **Membro di Direzione dell'Associazione Coscioni

Mercoledì, 9 aprile, 2008 - 18:24
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