Intervento di Giulia Simi

This text will be replaced

 

Intervento di Giulia Simi
 
 
Siamo arrivati alla fine di questo congresso on-line, e ancora non sono intervenuta. Sinceramente ho difficoltà a intervenire.
Mi domando se questa esperienza on-line sia stata positiva oppure no?
Ha avvicinato nuove persone permettendo un dibattito ad ampio respiro?
Se si guardano i numeri, il risultato non è stato quello sperato ed anch'io ho avuto grosse difficoltà a seguirlo passo per passo.
Seguire un congresso on-line che dura un mese richiede un tempo che non sempre si ha e la sua durata crea un meccanismo psicologico che ti porta a rimandare di giorno in giorno non solo un eventuale intervento, ma anche a rimanere aggiornato sul dibattito.
Ho accolto all'inizio con favore l'idea del congresso on-line, perché ho sempre pensato che la rete ha grosse potenzialità che dobbiamo sfruttare; si pensi come strumento per la trasparenza oppure per nuovi contatti.
Potenziamo in tutti i modi le nostre capacita di usare la rete, ma bisogna stare attenti di non farne un “mito”, ma deve essere considerato uno strumento da usare insieme ad altri.
Sarà importante analizzare e studiare questa esperienza, ma non possiamo fare a meno di un congresso tradizionale. Si potrebbe immaginare che sia preceduto da alcuni giorni di congresso on-line per chi non può essere effettivamente presente, così come le votazione degli organi e delle mozioni si possono fare on-line. In qualche modo mi immagino un congresso con due sessione parallele:  tradizionale e on-line
In questo congresso mi è mancato l'incontro e il rapporto umano con molti iscritti; un congresso è anche un momento per conoscere direttamente nuove persone; spesso da incontri anche di corridoio ti vengono nuove idee e ti aiuta a ritrovare entusiasmo e voglia di fare. Spesso idee nuove vengono dalla discussione e non semplicemente dall'ascolto e dalla riflessione personale.
Un congresso on-line si dice facilita la partecipazione dei malati. Da una parte è vero, ma dall'altra, penso a Luca, alle grandi difficoltà fisiche e psicologiche che comportava per lui anche un piccolo spostamento fuori dalle mura domestiche, ma sono altrettanto sicura che dal contatto con suoi compagni radicale riusciva a trarre forza vitale per andare avanti e ricchezza di idee. Questo l'ha aiutato ad essere quel leader che tutti gli riconosciamo.
La mia difficoltà di intervenire ha anche motivazioni sostanziali.
Mancano risorse finanziarie, ma soprattutto risorse umane, ma nel contempo, abbiamo giustamente la grande ambizione di rilanciare la riforma laica e liberale in Italia, come vero e proprio programma di governo del Paese.
Ci sono stati alcuni interventi su questo e in particolare quelli di Gilberto Corbellini e la risposta di Emma Bonino. Capisco la questione che solleva Gilberto. Il suo intervento per me è stato importante perché ad esempio ancora oggi abbiamo difficoltà ad avere un effettivo congresso permanente per la libertà di ricerca scientifica che sia punto di riferimento per la politica europea. Il mio tentativo è di rispondere a Corbellini in modo positivo. Cosa possiamo fare?
Sicuramente, come dice Emma, bisogna tenere conto che siamo in un sessantennio di Regime, di non democrazia e soprattutto di non informazione.
Sul Corriere della Sera Battista e altri scrivano che esiste pluralità di informazione, ma è una pluralità funzionale al regime per dare continuità alle sole posizioni riconosciute dalla partitocrazia. Purtroppo la mancanza di informazione si riscontra in modo grave quando si parla di scienza. Lo stesso Gilberto porta l'esempio dei due ricercatori che saranno ricevuti dal ministro Gelmini, e che saranno premiati perché il Corriere della Sera ci ha costruito un caso. Tutti noi ricordiamo benissimo quanti danni l'informazione di regime ha provocato durante il referendum sulla fecondazione assistita o nel doloroso caso di Eluana Englaro.
In questi giorni si è discusso di rivedere il criterio di Harwad del 1968 per cui la morte dell'encefalo equivale alla morte dell'individuo. E' chiaro che i fenomeni biologici continuano dopo la morte, ma la scienza conferma che la morte dell'encefalo rappresenta un punto di non ritorno. Eppure sia sul Corriere della Sera come sul La Repubblica niente di tutto questo veniva detto, se si vuole possiamo farne argomento filosofico, ma un giornalista scientifico dovrebbe sapere distinguere con chiarezza ciò che sono speculazione filosofiche da quelle che sono i risultati riconosciti al momento della scienza.
Penso che in questo il contributo dell'Associazione sia fondamentale. Penso ai numerosi scienziati e ricercatori che fanno parte del Consiglio Generale che potrebbero monitorare e denunciare un'informazione scientifica verosimile che provoca danni ancora maggiori della non informazione, da cui poi dipendono le scelte politiche.
In Italia esistono scienziati e ricercatori che fanno il proprio lavoro seriamente, ottenendo risultati importanti, non a caso sono spesso sconosciuti dai nostri media. E' importante, come dice Gilberto, che l'Associazione riesca a coinvolgerli. Sicuramente non è facile, ma dipende anche da noi nel tentare di fare uno sforzo maggiore per affrontare le questioni scientifiche e del mondo accademico in modo sistematico e con più rigore per diventare un punto di riferimento importante di questo mondo.
Non esisteva un caso “Coscioni” da “sfruttare”, ma esisteva un partito che ha messo a disposizione degli strumenti che hanno permesso a Luca di uscire fuori. E' la stesso cosa che dovrebbe fare l'associazione con tanti ricercatori e professori sconosciuti, cominciando a sfruttare quelle che sono le potenzialità inespresse del Consiglio Generale creando al suo interno un comitato della bioetica ombra, ma questo è solo un esempio.
L'ultimo questione che vorrei toccare è il testamento biologico. Non sono d'accordo quando Panebianco dice che bisogna lasciare una zona grigia, perché bisogna evitare intrusioni “iper-regolatorie”. Mi domando se di questa zona grigia faccia parte anche l'eutanasia clandestina. Come Associazione, come radicali è nostra intenzione non avere una legge “iper regolatoria”, semplicemente vogliamo che sia riconosciuto alla persona il pieno diritto di decidere, non ad altri. Quindi non capisco di quali zona grigia si parli.
Sono però convinta che la nostra vera battaglia sia per la legalizzazione dell'eutanasia, perché come diceva Piergiorgio Welby quando il dolore fisico e psicologico diventa crudele allora ci deve essere la scelta anche di una morte opportuna.
Sono convinta che l'Associazione ha grandissimi potenzialità perché   temi come sanità, eutanasia, libertà di ricerca, università, scuola e disabilità toccano in modo diretto la vita delle persone. Ma sono questioni che devono essere anche affrontate a livello europee. Spesso si dice che l'Europea è distante ed appare una struttura burocratica senza una vera politica, basta pensare alla politica estera. Superare le nazioni per arrivare a un federalismo che sia per i cittadini europei significa che questi temi devono fare parte dell'agenda politica europea. Non è facile, ma ritengo che questo deve diventare una priorità dell'Associazione. In fondo questa è l'idea alla base del congresso mondiale permanente per la libertà della ricerca scientifica e è fondamentale spingere sempre più per creare una rete internazionale di scienziati, professori, medici e malati.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito
sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons: Attribuzione della paternità

Licenza Creative Commons

cc Associazione Luca Coscioni, via di Torre Argentina, 76 - 00186 Roma, Italia.
Tel. 06 689791, Fax. +39 06.68805396, Email info [at] lucacoscioni.it