Una nuova agenda per la politica italiana

Intimità democratica

di Luigi Manconi

Amore omosessuale, aborto ed eutanasia non sono questioni pre-politiche.Nelle democrazie mature costituiscono il cuore dei conflitti etico-giuridici.

Fino ad oggi si è consentito che il dibattito su questi temi fosse rappresentabile in maniera caricaturale. Ovvero, da una parte la morale tradizionale che ha nella famiglia eterosessuale, monogamica e procreatrice, il suo modello; dall'altra parte, una sorta di diritto al libertinaggio

Vorrei cogliere anzitutto un passaggio di questo dibattito, il riferimento alla necessità di abbandonare stereotipi e pregiudizi, anche pregiudizi positivi, perché non si deve avere ritrosia ad affrontare le questioni complesse e aggrovigliatissime che la globalizzazione ci consegna e dunque ad affrontare i conflitti culturali ed etici che le migrazioni portano nel nostro paese e che vivono, in maniera spesso dirompente, all'interno delle stesse comunità straniere che vivono nel nostro Paese. E dunque il riferimento a culture altre, presenti in Italia, che riproducono elementi di disparità nel rapporto uomo-donna è un passaggio obbligato che abbiamo tardato a considerare.
Quando per la prima volta, una quindicina d'anni fa, mi capitò d'interessarmi alla grande questione - così dolente e dolorosa - delle mutilazioni sessuali, appresi un dato che da allora mai ho dimenticato e che in ogni occasione mi preoccupo di ricordare, ovvero il fatto che la mobilitazione contro infibulazione e mutilazioni sessuali ha avuto, nei paesi dove esse vengono praticate, come ruolo fondamentale di lotta contro quelle pratiche efferate, i movimenti femminili. Ma contemporaneamente noi dobbiamo considerare anche i più classici meccanismi del pregiudizio e dell'intolleranza.
Per vent'anni di migrazioni nel nostro paese la situazione è stata, in qualche misura, sotto controllo. Di più: l'Italia è stato l'unico Paese europeo, attenzione, l'unico Paese europeo, che non aveva all'interno del quadro politico un partito che ponesse l'espulsione degli stranieri come prima e fondante ragione della propria identità.
Ciò a differenza di tutti gli altri Paesi europei dove abbiamo avuto in questi decenni partiti che si caratterizzavano eminentemente con la lotta contro lo straniero e con l'obiettivo dell'espulsione di esso. Si nominavano, si definivano attraverso questo obiettivo. Questa situazione che con ironia amara si può definire di relativo privilegio, è stata rotta esattamente nell'anno di grazia 2008: le elezioni politiche nazionali del 13- 14 aprile e le elezioni per il Comune a Roma hanno visto la rottura di quello che chiamerei un "patto di civiltà pubblica".
Cos'era questo patto di civiltà pubblica? Consisteva nel fatto di non accogliere quella che, nella sua sintesi estrema, era la scellerata equazione "rumeno uguale stupratore". Pur ignorando questioni come quella dell'intolleranza, della discriminazione e della xenofobia, l'effetto diretto dell'equazione "rumeno uguale stupratore", dobbiamo assumere come decisivo il fatto che quell'equazione scellerata è falsa perché nel momento in cui viene assunta come verità pubblica, cancella la vera realtà dei fatti, ovvero "italiano uguale stupratore", ovvero "stupro uguale pratica domestica, familiare", come si può dire, "infra-muraria".
Ecco quindi l'effetto devastante che quella affermazione razzistica determina poi nella società, nella mentalità comune e nel senso collettivo che, introducendo e definendo quella equazione, occulta quell'altra realtà. Ma non voglio sottrarmi invece ai temi che più direttamente riguardano l'incontro di oggi, e qui mi preme unirmi ai molti che hanno molto apprezzato, oltre - come è giusto - allo sviluppo del dibattito, il suo titolo.
L'amore civile è una definizione che non va considerata come una tra le molte. Penso che sia felicissima come formulazione letteraria e sapientissima come senso politico; perché noi stiamo parlando appunto di "amore civile", cioè stiamo parlando appunto di quella democrazia dell'intimità che costituisce tema del lavoro di Giddens, ma che è poi l'esito di una discussione che ha, in Italia e in Europa, una storia ormai quasi quarantennale e che partendo da una attività critica contro quella che Habermas definiva la "colonizzazione del quotidiano", ha fatto sì che si considerasse la sfera delle relazioni private, l'ambito degli affetti, la dimensione dei rapporti personali, come questione politica decisiva.
E' qualcosa che già a metà degli anni ‘70 emergeva con forza grazie al movimento femminista, e che poi via via è diventato posta in gioco dei movimenti collettivi e dei conflitti che attraversano tutte le democrazie mature, tutte senza eccezioni. Io non mi stanco di ricordare che alle elezioni presidenziali americane precedenti due dei decisivi dibattiti televisivi tra candidati vertevano esattamente su tali temi: l'amore omosessuale, l'aborto, il testamento biologico e l'eutanasia, ovvero le questioni che la cultura più gretta all'interno di tutto lo schieramento politico, considera impolitiche o pre-politiche - precedenti cioè alla politica vera e propria, quella economico sociale - o comunque prive di implicazioni politiche.
Questioni che hanno costituito e costituiscono, in tutte le democrazie mature, il cuore dei grandi conflitti etico-giuridici che appassionano le opinioni pubbliche e però arrivano a determinare le opzioni, quelle che poi formano le maggioranze e le minoranze in quei Paesi. Per ragioni storiche ben note, tutto ciò avviene - seppur tardivamente - anche in Italia.
Dunque la "democrazia dell'intimità", assieme alle grandi questioni di vita e di morte, diventano, grazie al Cielo, cuore dell'azione pubblica. E' fondamentale che questo, chi ha avuto la fortuna di intuirlo, possa oggi operare per metterlo almeno all'interno dell'agenda politica come domanda, come rivendicazione, come capacità di apertura di conflitti. Dal momento che temiamo seriamente che non sarà questo Parlamento a considerarlo tra le proprie priorità, allora sarà compito di chi dentro al parlamento vuole giocare un ruolo attivo e dinamico, far sì che sia posto come problema, che sia aperto come conflitto, che sia interpellato come questione che non può essere rinviata.
A me è capitata la fortuna, che ritengo davvero tale, di presentare il primo disegno di legge sulle unioni civili in Italia nel 1995. Questo fatto io oggi lo posso considerare sotto due punti di vista; un punto di vista mi indurrebbe a dire: "Ahimè, ahinoi, nulla è successo da allora!". Tredici anni sono passati invano senza che si facesse un passo avanti nonostante che, esattamente nell'ultima legislatura, abbiamo sperato che qualche passo avanti si potesse fare.
Questa prospettiva disincantata è profondamente motivata ma credo sia consentita anche un'altra prospettiva, ovvero il fatto che nel 1995, quando io presentai quel disegno di legge, la formula "unioni civili" era sconosciuta ai più e sconosciutissima alla stragrande maggioranza dei parlamentari. In tredici anni non è più così: soprattutto nella società è cresciuto in misura rilevantissima il consenso intorno a questo tema. In misura rilevantissima. La società è davvero cambiata da questo punto di vista.
C'è una trasformazione materiale delle domande e delle forme di vita che nessuno può ignorare e che, nel momento in cui la classe politica e il parlamento chiudessero gli occhi di fronte a esse, a quelle domande, questo implicherebbe un costo per la classe politica. Dunque iniziative come quella di oggi, il lavoro meticoloso, paziente, persino umile - chiedo scusa per l'uso di un termine equivoco -, che è stato fatto in questi anni, che bisogna continuare a fare e che la creazione dell'associazione Certi Diritti, il lavoro dell'associazione Luca Coscioni, garantiscono, io penso che sia decisivo. Perché abbiamo tutto l'interesse a che, se il parlamento e la classe politica vorranno davvero ignorare queste tematiche, siano queste tematiche a interpellare, con la forza di una mobilitazione civile, il parlamento e la classe politica. Per concludere: io penso che la possibilità di successo a tutti i livelli e nelle diverse dimensioni - intanto in quello della società, ma poi sul piano culturale, istituzionale e infine politico-parlamentare - abbia molto a che vedere con un dato. Sintetizzo in maniera brutale: non per colpa dei presenti, anzi, nonostante i presenti, il dibattito su questi temi si è consentito che fosse rappresentabile in maniera caricaturale. Ovvero, da una parte la morale tradizionale che ha nella famiglia eterosessuale, monogamica e procreatrice, il suo modello; dall'altra parte, una sorta di diritto al libertinaggio.
Da una parte un pieno di morale, dall'altra parte una sorta di amoralità secolarizzata. Questa rappresentazione caricaturale, che peraltro grava pesantemente su tutti i conflitti etico-giuridici che affrontiamo, compreso quello relativo al testamento biologico, rimanda all'enorme responsabilità di chi non è religioso nel non aver lavorato per elaborare un proprio sistema di valori. Questa rappresentazione caricaturale funziona eccome.
Funziona perché, ad esempio, la domanda di riconoscimento politico delle unioni civili, nella versione più "indulgente", viene considerata da parte degli avversari come una sorta di concessione a un principio di autodeterminazione che nelle moderne società delle libertà è difficile comprimere, o comunque l'accoglimento di una rappresentazione sociologica per cui vi sono varie forme di famiglie, ma esse - tutte - rimandano sostanzialmente a una sorta di sfera della sregolatezza, della licenziosità, appunto, una sorta di diritto al libertinaggio. Ovviamente non ho nessun pregiudizio contro il diritto al libertinaggio, mi piacerebbe persino praticarlo se ne fossi capace, ma non è questo il punto: è che lo ritengo poca e debole istanza rispetto a quell'apparato ideologico, fondato su una morale tradizionale che si vuole "naturale", e dunque destinato a soccombere di fronte a questa morale tradizionale definita come naturale.
Ritengo che sulle unioni civili, ma anche su altri temi, noi dobbiamo rivendicare con forza e con fierezza, senza mai scordarcene, che noi stiamo chiedendo riconoscimento di diritti individuali, prerogative di civiltà, garanzie sociali, sulla base del fondamento morale di una forma di unione civile che è tale, cioè ha un suo fondamento morale altrettanto degno, dunque degno di tutela quanto altre forme coniugali, in quanto l'unione civile esprime anch'essa un progetto, una reciprocità, una mutualità, dunque un sistema di valori. E allora quei diritti civili che si chiedono e di cui si vuole il riconoscimento giuridico, hanno anche un loro fondamento morale. Io ritengo che questo noi questo dobbiamo cominciare a dire e ciò, e solo ciò, a mio avviso, potrà aiutarci a sfuggire a quella condizione di sostanziale subalternità che il dibattito pubblico su questi temi costantemente ci assegna.

Mercoledì, 4 giugno, 2008 - 17:11
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