In Italia anche il centro è contro il mercato


L'Opinione
23/08/2005
di Marco Cappato

L'invocazione di un “Centro”? riformatore da parte di Mario Monti ha certamente avuto il merito di sottolineare la fisiologica incapacità del duopolio politico italiano di governare senza essere paralizzati dai ricatti dell'estremismo massimilista, ideologico o populista. Con l'eccezione di coloro esplicitamente impegnati nella costruzione di un disegno neo-centrista, buona parte della classe politica italiana ha rivendicato l'indissolubilità del bipolarismo, oltre naturalmente ad autoattribuirsi una patente riformista.

Comprendo la ragione per la quale Monti non abbia ritenuto di menzionare le riforme proposte dai radicali, anche per via referendaria, nell'ultimo decennio, su fiscalità, liberalizzazione del mercato del lavoro, degli ordini professionali e delle corporazioni (anche sindacali), riforma delle pensioni e della sanità. Infatti, delle proposte che sono state cancellate dalla possibilità di conoscenza dei cittadini e dal dibattito pubblico possono essere prese in considerazione soltanto da chi abbia la voglia e la forza di sollevare, oltre al problema delle riforme, quello della sistematica illegalità delle istituzioni italiane.

Ammessa e non concessa l'indegnità politica della fabbrica riformatrice radicale, resta da porre a Monti una domanda sulle ragioni per le quali un nuovo “centro”? dovrebbe poter fare oggi, con l'attuale sistema politico-istituzionale, ciò che non ha fatto negli anni (ma anche nei decenni) scorsi. Con tutto il male che si può dire delle potenzialità liberali di Calderoli e Bertinotti, i centristi italioti sono avversi tanto quanto gli “estremi”? a una politica di radicale riforma dell'economia a favore del mercato e della concorrenza. Nessuno di loro - salvo eccezioni, sempre utili per coprire “posizioni”?con splendidi editoriali privi di conseguenze - ha assunto come priorità politica quella dell'attacco alla montagna del debito pubblico italiano (accumulatasi in decenni di centrismo consociativo) e agli altri disastri di stampo statalista, corporativista e assistenzialista che Mario Monti come pochi altri conosce nella loro portata devastante, soprattutto rispetto al ruolo dell'Italia in ambito europeo ed internazionale.

Ecco perché mi pare che Monti, sollevando il problema del “centro”?, abbia descritto un'esigenza ineludibile per uscire dallo stallo della politica italiana, ma abbia indicato una soluzione che sembra più una scorciatoia politicistica. Monti non parla né di mettere mano a una riforma istituzionale sul modello anglosassone, che definisca con nettezza le responsabilità di governo ed opposizione e bonifichi la palude partitocratica, né di attaccare il moloch dei finanziamenti pubblici, che ha parastatalizzato la vita politica e sindacale, ma anche e sempre più la vita economica e della cosiddetta “società civile”?. Senza passi significativi nella direzione di queste riforme, il “Centro”?, sia esso collocato nei due poli oppure riesca un domani a scardinarli, si presenta come una delle tante sabbie mobili della palude italiana, ugualmente destinata ad accompagnare il Paese sul fondo del declino e della marginalizzazione internazionale. Lo faranno, certo, come sempre hanno fatto dal “Centro”?: con apparente moderazione, senza toni accesi, ma con un'avversione al mercato, alle regole e alla “morale”? - che oggi così in tanti e così a sproposito invocano – che non ha nulla da invidiare a rifondaroli, leghisti e compagnia bella.

Martedì, 23 agosto, 2005 - 17:09

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