Reportage dall'Australia/1

L’aborto e le staminali agli antipodi del Vaticano

di Marco Valerio Lo Prete

In concomitanza con la Giornata Mondiale della Gioventù ed i moniti papali, in Australia si liberalizza la legislazione su aborto e ricerca sulle staminali embrionali.

La nostra centenaria tradizione "Come è possibile che lo spazio umano più bello e più sacro, il grembo materno, sia diventato luogo di violenza indicibile?". Così lo scorso 17 luglio il Papa Benedetto XVI, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, aveva deciso di affrontare il tema dell'aborto di fronte a decine di migliaia di giovani riunitisi per l'occasione a Sidney, in Australia. Come succede spesso per gli interventi papali, i livelli di lettura sono molteplici: c'è l'appello universale rivolto ai media del globo, ma allo stesso tempo c'è il fendente alla classe politica locale. Infatti la "pacata riflessione" proseguiva con un monito: "I diritti umani sono universali, fondati sulla legge naturale e non dipendono da alcun negoziato o patrocinio, tantomeno da un compromesso". Quel compromesso che poche settimane prima proprio a Sydney, nel Parlamento dello Stato del New South Wales, il governatore Morris Iemma aveva cercato e trovato, guidando i colleghi all'approvazione di una legge che ha cancellato il bando sull'uso di embrioni umani per la ricerca sulle cellule staminali. Cattolico, oltre che governatore, Iemma aveva così sfidato contemporaneamente la minaccia di scomunica lanciata, in una conferenza stampa della vigilia, dall'arcivescovo di Sydney, il Cardinale George Pell. Secondo lo storico Geoffrey Blainey "la distanza è stata la tirannia sotto la quale si è forgiato il passato dell'Australia". Ma c'è da giurare che qualcuno, nel Paese, di fronte agli anatemi papali lanciati in occasione della sua visita, abbia pensato pure agli aspetti positivi che derivano dall'avere un continente ed un oceano frapposti tra sé ed il Cupolone. In realtà nel dibattito politico locale gli interventi delle autorità religiose - non solo cattoliche, vista la pluralità delle confessioni presenti nel Paese (vedi box) - non mancano; eppure l'Australia rientra tra quei Paesi liberal-democratici in cui l'agenda politica, pur influenzata da quanti legittimamente decidono di misurarsi alla pari con tutti gli altri nell'arena pubblica, in fin dei conti è dettata dai cittadini e dai loro rappresentanti eletti. Il recente dibattito sulla legislazione in materia di interruzione volontaria di gravidanza che si è svolto nel Parlamento dello Stato di Victoria, il secondo più popoloso del Paese, ne è la conferma. Il dibattito sull'aborto nel Parlamento di Victoria Pur non esistendo una legge a livello federale, l'aborto in Australia è permesso in tutti gli Stati (6) e Territori (2) del Paese; in alcuni di essi l'interruzione di gravidanza è però inclusa tra le offese criminali, non punibile solamente a certe condizioni. Con il voto dell'assemblea dello Stato di Victoria, salgono a quattro le entità federate che hanno completamente depenalizzato l'aborto. Infatti, a nemmeno tre mesi dalle parole di Benedetto XVI, il Parlamento di Melbourne ha deciso di mettere mano alla legislazione in materia di aborto e riformarla in senso maggiormente liberale. Il 10 ottobre scorso il Senato ha approvato alcuni cambiamenti fondamentali alla legislazione vigente: l'aborto è stato depennato dalla lista dei reati presenti nel Criminal Act del 1958; la nuova legislazione permette alle donne di accedere all'aborto, se praticato da un medico opportunamente registrato, nelle prime 24 settimane di gestazione e, nel rispetto di ulteriori e più gravose condizioni, anche oltre le 24 settimane; l'obiezione di coscienza, infine, viene regolamentata. Tanto è bastato per scatenare alcune reazioni scomposte: "Vergogna! Avete le mani sporche di sangue!", con questo slogan alcuni giovani del gruppo "Youth 4 Life" hanno accolto il risultato in aula. Di parole grosse, d'altra parte, ne erano volate anche nelle settimane precedenti. Alla vigilia del voto Joseph Oudeman, vescovo e membro del consiglio di Catholic Health Australia, aveva minacciato la chiusura di tutti i reparti di ostetricia degli ospedali cattolici nel caso la legge fosse stata approvata senza modifiche. Ciò che non va giù è la clausola in materia di obiezione di coscienza: "La legge afferma che un medico obiettore di coscienza rispetto alla pratica abortiva deve indirizzare il paziente presso un dottore o una struttura ospedaliera che possa praticare l'aborto", aveva dichiarato il vescovo alla stazione radio 3AW. Ciò vorrebbe dire "cooperare" nel compimento di un omicidio. Christine Tibett invece, presidente del Royal Australian and New Zealand College of Obstetricians and Gynaecologists, ha dichiarato: "La legge riflette la attuale pratica clinica, per questo sono soddisfatta che la votazione sia andata così". Anche sul campus dell'Università di Melbourne, la più importante dello Stato ed una delle più grandi del Paese, gli studenti non hanno mancato di dire la loro: i collettivi della sinistra antagonista hanno smesso per alcuni giorni la loro veste "anti- capitalista", accettando di raccogliere firme a sostegno del disegno di legge assieme a Laburisti, Liberali e quanti altri volessero unirsi, esclusivamente in nome di "libertà ed autodeterminazione". Gruppi di studenti "per la vita" hanno invece scelto di tappezzare l'università con grossi manifesti; lo slogan: "Tutti quelli che sono a favore dell'aborto sono già nati". Tautologie a parte, e nonostante alcune speculazioni giornalistiche che volevano un'opinione pubblica sempre più conservatrice in materia, le indagini demoscopiche più recenti dimostrano che oggi, e ormai da anni, i cittadini australiani sono convinti che la legalizzazione dell'aborto sia la via più efficace per regolare il fenomeno ed eventualmente sconfiggerlo. Nell'ultima autorevole indagine a disposizione, l'Australian Survey of Social Attitudes del 2004, alla domanda "Una donna dovrebbe avere il diritto di scegliere se avere o meno un aborto?", l'81% degli intervistati si dichiarava "molto d'accordo" o "d'accordo", con solo il 9% di contrari. Opinione condivisa, praticamente nelle stesse proporzioni, tra credenti e non credenti e tra fedeli di diverse religioni.

Martedì, 4 novembre, 2008 - 14:08
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