La senescenza del sistema universitario e della ricerca italiano è un'emergenza. Non solo con riferimento all'età media di docenti e ricercatori, rispetto agli altri paesi industrializzati. Ci si dovrebbe però guardare dal fare della demagogia ‘giovanilistica'. Cioè dal fantasticare, come chi si illude che si possano risolvere i problemi della qualità della ricerca e della formazione in Italia applicando dogmaticamente gli algoritmi scientimetrici, che la cura possa essere quella di definire per legge dei vantaggi o degli svantaggi fondati su soglie di età nell'accesso a fondi o carriere. Perché la senescenza è una conseguenza. Non la causa. Peraltro, la soluzione proposta andrebbe tarata in base agli studi empirici sulla maturazione della creatività scientifica, che intanto non è meccanicamente correlabile con l'età, e comunque è differenziata a seconda delle discipline: in media più rapida nelle scienze fisico-matematiche o chimico-molecolari, e più lenta in quelle naturalistiche, mediche e umanistiche. Quale è allora la causa della gerontocrazia e della senescenza della cultura accademica e scientifica in Italia? Semplice: l'assenza di meritocrazia. In Italia manca completamente la cultura dell'affidabilità e dell'indipendenza (accountability, dicono gli anglofili) dei sistemi di valutazione. Fino a quando i professori universitari continueranno a governare, senza doverne rispondere ai consigli di amministrazione delle università, ovvero finché il funzionamento di un'università non sarà valutato e controllato da qualcuno pagato per fare quel mestiere, che non sia allo stesso tempo direttamente interessato dalle decisione che si prendono in quella sede, difficilmente le università potranno funzionare in modo efficiente. Analogamente, fino a quando le commissioni che valutano i progetti di ricerca e distribuiscono i finanziamenti sono nelle mani di chi direttamente o indirettamente ha un interesse personale nella destinazione, non c'è età che tenga. Un trentenne, nel contesto di un sistema come quello esistente, non avrebbe alcun incentivo a comportarsi in modo diverso da come oggi ci si comporta. Migliorare la qualità della ricerca e dell'insegnamento scolastico e universitario è essenziale per rilanciare il paese. Non si può immaginare però di riqualificare la ricerca senza migliorare la qualità dei docenti e dei ricercatori. La qual cosa implica la messa in atto di procedure meccanismi efficaci di reclutamento. Ovvero che consentano di discriminare tra chi è davvero bravo e disponibile a lavorare sodo, per arruolarlo nei laboratori e nella università giovani. Il che non è in linea di principio difficile. Nel senso che qualsiasi meccanismo, inclusi tutti quelli già provati in Italia potrebbe andar bene. Se vi fosse un reale interesse, come c'è in molti altri paesi europei, dell'università e del sistema della ricerca a realizzare tale obiettivo. Nei fatti in Italia non c'è. E non ci sarà mai fino a quando non saranno istituiti dei sistemi di controllo sulle scelte effettuate dai docenti nei concorsi in termini di vantaggio per l'università: sistemi che devono essere indipendenti, ovvero non eletti pseudodemocraticamente, e responsabili dell'efficienza dell'università. Naturalmente sarebbe ora anche di abolire il valore legale del titolo di studio. Nonché si dovrebbe consentire la contrattazione differenziati degli stipendi, anche nella scuola: di modo che vi siano dei reali incentivi a lavorare meglio. Ma la prima e più importante cosa da fare è quella di togliere, anche nell'interesse loro e della qualità della loro vita intellettuale, potere politico ai professori universitari. Certo, esiste concretamente il pericolo che per le università vada a finire come con le aziende sanitarie. Che sono state e vengono occupate dai politici. Nel qual caso sarebbe anche peggio, se fossero cioè i politici a decidere quali ricerche fare e cosa insegnare. Per cui, un sistema di valutazione affidabile non è comunque qualcosa che si può inventare dall'oggi al domani. Soprattutto se la sua creazione avviene in un contesto politico fortemente polarizzato in senso ideologico, che rischia di squalificarne ad ogni cambio di governo l'assunzione di obiettività.