L’“ECCLESIA” SCAVALCA LA CHIESA

DI angiolo bandinelli

C’ero anch’io, in quella limpida vigiliadi Natale, alle esequie di Piergiorgio Welby. Davanti al palco, la piazza gremita; alle spalle l'immensa chiesa, disegnata per abbracciare il quartiere e che ora, ai nostri occhi, appariva angusta, incapace di accogliere quell'unico uomo, Piergiorgio, che bussava alla sua porta. C'ero: e sono stato un po' responsabile di un piccolo ma non insignificante episodio. Ai piedi della piccola rampa che saliva al palco, due suorine osservavano, indecise e un po' spaesate. Le ho invitate a salire, forse attendevano qualcosa del genere. Lassù, si sono abbracciate con la sorella di Piergiorgio: la conoscevano, evidentemente. Mi sono avvicinato e le ho - ancora - invitate a portare il loro saluto alla salma. Le due suore si sono mosse, si sono fatte avanti. Volentieri, si vedeva. Al loro apparire, la folla le ha applaudite. Era un segno di riconoscenza liberatrice. Piergiorgio non poteva entrare in Chiesa, le due suorine - se non la Chiesa - andavano da lui. Per un istante, allora, ho immaginato che una macchina, una lunga macchina nera, si fermasse lì sotto il palco; e che lentamente ne scendesse una figura, vestita di nero sacerdotale e con in testa lo zucchetto - rosso o viola - del cardinale o del vescovo. Ho immaginato che, fendendo la folla che gli faceva attenta ala, salisse anche lui per la rampa, sfilando davanti a Mina, Marco, Emma, e si avvicinasse alla bara. Lo vedevo inginocchiarsi, recitare una breve preghiera, benedire col segno dalla croce la bara. Pensate a cosa avrebbe significato il gesto, un gesto semplice come quello, per la Chiesa. Una apoteosi. La Chiesa che, ligia alle sue norme canoniche, ai suoi codici e catechismi, si sente impossibilitata ad assolvere Piergiorgio dal suo peccato di orgoglio negatore ma poi, in un impulso di pietà e misericordia - o solo di umana astuzia - va a pregare, nella persona di un suo autorevole rappresentante, per l'anima del fratello errante, con quel gesto sollevandolo, se non perdonandolo, dall'errore. La Chiesa - questa Chiesa - non ha saputo dare il segnale da me immaginato, e forse auspicato dalla gente che si affollava sotto il palco. La Chiesa, assicura il cardinale Ruini, ha "sofferto" per aver chiuso le sue porte alla bara di Piergiorgio. Non so se una Chiesa possa soffrire. Non conosco il soffrire delle istituzioni, conosco (forse) il soffrire degli uomini e delle donne, e ritengo che in quel momento la gente - uomini e donne - sotto il palco di Piergiorgio soffrisse. Ritengo anche che quegli uomini e quelle donne fossero in larghissima parte, se non nella loro totalità, membri e fedeli della Chiesa. Ma, fors'anche, quegli uomini e donne costituivano in quel momento, loro, la Chiesa: meglio, la "Ecclesia", una "Ecclesia" nata spontaneamente, per "consensus fidelium". Come sempre deve essere. Quella "Ecclesia" si costituiva, essa, in chiesa. Ed era una chiesa religiosamente laica e laicamente religiosa. Non spetta a me, laico, interpretare i canoni del catechismo. Da laico, però, posso restare a osservare i gesti, come uomini e istituzioni si muovono, giudicarli. E in questo caso non ho potuto non sentirmi profondamente offeso dal comportamento della Chiesa, di "questa" Chiesa. Adesso, il cardinale Carlo Maria Martini offre, agli uomini di Chiesa evidentemente, un serio e pacato ragionamento, con il quale investe i temi relativi all'eutanasia e all'accanimento terapeutico; soprattutto, ribadendo la necessità di non trascurare "la volontà del malato, in quanto a lui compete - anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite - di valutare se le cure che gli vengono proposte...sono effettivamente proporzionate". Sono parole semplici e chiarissime, oltreché autorevoli. In evidente imbarazzo, la risposta fornitagli immediatamente dal Cardinale Camillo Ruini: il caso non autorizzava nessun altro comportamento, Piergiorgio Welby "fino alla fine ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata per la Chiesa impossibile e contraddittoria, avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio". Una prima, incredula, osservazione: Ruini ha rivendicato a se stesso la responsabilità del "sofferto" rifiuto ai funerali religiosi: la vicenda - ha detto - "mi ha chiamato in causa personalmente...". Un modo per defilare e scagionare l'istituzione, o un gesto di identificazione con essa? Ruini è persona esperta ed abile, ma anche molto sicura, fino a un sospetto di autoreferenzialità. Comunque sia, i due alti prelati si sono confrontati sul terreno della dogmatica, della casistica, della canonistica più interne alla istituzione, in uno scontro molto forte (di cui molti sospettano radici profonde e lontane, legate anche alle vicende che hanno portato alla elezione di Benedetto XVI). In questa forma, le loro dichiarazioni, il loro scontro, non ci interessano. Ci avrebbe interessato, e perfino coinvolto, se l'uno o l'altro - per dire - avesse compiuto il gesto di amore e di carità che per un istante ho vagheggiato. Il manzoniano Cardinal Borromeo si duole profondamente che sia stato l'Innominato a recarsi da lui e non, viceversa, lui stesso ad accorrere dalla pecorella smarrita. Oggi, ancora una volta, l'occasione è stata perduta.

Mercoledì, 21 novembre, 2007 - 17:07
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