L' esplosione demografica e il "Rientro Dolce"

di Luca Pardi

La popolazione umana è passata da un miliardo circa nel 1800 al valore attuale di 6,7 miliardi. E' importante notare, per apprezzare la velocità del processo di esplosione demografica, che per raggiungere il primo miliardo di umani c'è voluta l'intera storia biologica dell'uomo, poi 130 anni per raggiungere il secondo miliardo nel 1930, e successivamente 30 per il terzo (1960), 15 per il quarto (1975), 12 per il quinto (1987) e ancora 12 per il sesto (1999). Da allora il tasso di crescita della popolazione tende a diminuire. Ma ovviamente non la crescita, e infatti la popolazione umana aumenta di più di 70 milioni di individui ogni anno. Della biomassa totale dei vertebrati terrestri (mammiferi, uccelli e rettili) solo il 3% è costituito dagli animali selvatici, il 97% è costituito per un terzo dai nostri corpi e per il resto dai nostri animali domestici, per lo più bovini, ovini e suini. Questo dato da solo mostra che siamo in condizioni di tracimazione ecologica, di superamento dei limiti biofisici del pianeta. Si definisce capacità di carico di un ecosistema la popolazione che quell'ecosistema può sostenere con le infrastrutture naturali di cui è dotato. Nel caso dell'uomo l'ecosistema è ormai l'intero pianeta. Il fatto che la popolazione continui a crescere significa che la capacità di carico non è ancora stata raggiunta? Secondo il nostro modo di vedere, l'attuale situazione con un rallentamento del tasso di crescita della popolazione indica uno stato precedente al collasso. Tale riduzione si accorda bene con la riduzione in atto ormai da diversi anni dell'energia media disponibile pro-capite. Il legame fra questi due dati non può essere dimostrato, ma suscita una forte suggestione. E' infatti evidente che la capacità di carico del pianeta è stata estesa solo grazie alla scoperta dell'uso dei combustibili fossili, ed in particolare del petrolio, che hanno moltiplicato enormemente le potenzialità di produzione di cibo e di sviluppo tecnologico, fatto che, a sua volta, ha innescato l'esplosione demografica. Di fatto Malthus, pur nella pionieristica semplicità del modello, aveva ragione nelle sue affermazioni su popolazione e risorse, ma ebbe la sfortuna storica di formulare la sua teoria proprio alla vigilia della scoperta del primo pozzo petrolifero. Pur non sposando quindi, la parte storicamente caduca delle teorie politiche e sociali maltusiane, con i loro odiosi risvolti di razzismo e classismo, ci sentiamo neo-malthusiani sul piano metodologico del riconoscimento dei limiti biofisici naturali come strumento imprescindibile su cui costruire il nostro futuro. Da Malthus ad oggi i modelli si sono affinati e, in particolare, sul piano dell'indagine del ventaglio di possibili scenari futuri molto è dovuto al lavoro di Forrester e del gruppo di Dinamica dei Sistemi del Massachusset Institute of Tecnology guidato da Donella Meadows, che dal 1971 ad oggi ha proposto un modo di vedere il mondo basato sull'approccio olistico e sistemico, invece che riduzionista e meccanicistico. Il primo lavoro universalmente noto di questo gruppo di ricercatori fu il famoso primo rapporto per il Club di Roma intitolato "I limiti dello sviluppo" commissionato da Aurelio Peccei. Nonostante la pervicace azione di disinformazione che ha tentato di propagandare la leggenda secondo cui quel rapporto sarebbe stato pieno di errori di previsione, a distanza di 35 anni si può dire che la dinamica del sistema mondo inventata dai ricercatori del MIT è sorprendentemente accurata. Il valore di quel lavoro deve essere ancora apprezzato in tutta la sua gravità proprio perché, pur mantenendo un profilo di razionale e scientifica prudenza, lo scenario che allora si riteneva più realistico prevedeva una crisi demografica-economica ed ambientale nella prima metà del secolo XXI. E' dunque evidente che se di errore si tratta, esso deve essere ancora verificato. Lo stato attuale dell'umanità nel suo complesso è uno stato di massimo, di picco, da molti punti di vista. Siamo probabilmente prossimi al picco della popolazione, abbiamo superato il picco dell'energia procapite, abbiamo raggiunto nelle nazioni ricche livelli mai raggiunti nella speranza di vita, nel livello di alfabetizzazione, nel grado di emancipazione delle donne, nel livello di protezione sanitaria. Ma siamo prossimi al picco della principale fonte energetica primaria che ha letteralmente mandato avanti il mondo nell'ultimo secolo: il petrolio. Cioè si avvicina il momento in cui la materia prima che ha determinato, quasi da sola, l'esplosione demografica e del benessere nelle nazioni del nord del pianeta, inizierà il suo inesorabile declino. Il Picco globale del Petrolio è stato per alcuni anni, dalla fine degli anni 90' fino al 2004, un soggetto trattato in ristretti circoli considerati un po' eccentrici e quasi tacciati di settarismo religioso. In realtà il tema è stato lanciato da personalità che non hanno nulla di eccentrico, mistico o millenaristico. Molti di loro, di fatto, non possono essere definiti neppure ecologisti in senso stretto. Per lo più si tratta di tecnici petroliferi che dopo aver lavorato per una vita nelle più importanti compagnie petrolifere, raggiunta l'età della pensione hanno deciso di approfondire il lavoro pionieristico del geologo Martin King Hubbert che, nel 1954, aveva previsto con esattezza il picco del petrolio continentale degli Stati Uniti d'America con quasi 20 anni di anticipo. C. Campbell, J. Laherrere, K. Deffeyes e altri non sono chierici di qualche nuova religione millenarista, ma geologi petroliferi che sanno esattamente dove e come si trova il petrolio, le tecniche per estrarlo, quanto ne è stato estratto e quanto sia facile o difficile trovarlo. Di questo si sono occupati tutta la loro vita professionale. Essi affermano che il picco globale o è gia in atto o si verificherà fra pochi anni. I fatti degli ultimi anni danno loro ragione. In rapida sequenza i maggiori bacini petroliferi mondiali hanno raggiunto e superato il picco. Oggi l'unico bacino petrolifero di cui non si ha contezza del superamento del picco è il Medio Oriente nel suo complesso, ma, come hanno efficacemente indicato numerosi scritti recenti, i segnali sono anche per quell'area tutt'altro che rassicuranti. A partire dal 2004 anche alcune istituzioni nazionali ed internazionali, hanno ammesso ufficialmente la realtà del problema del picco. L'International Energy Agency (IEA), un agenzia intergovernativa dei governi OCSE, ammetteva che il picco sarebbe avvenuto prima del 2015 in assenza di opportuni investimenti. Da allora vari dipartimenti del governo americano si dono occupati del tema, diversi paesi e perfino alcune compagnie petrolifere vi hanno fatto cenno. Oggi il quadro di previsione sulla "data" del picco è molto variegato, ma si ha la quasi certezza che esso avverrà nella prima metà di questo secolo. Secondo gli studi più realistici sul tema l'evento si colloca fra il tempo presente e il 2018. Questo è il quadro temporale entro il quale secondo noi dovremmo attrezzare le società umane a reagire. Il problema energetico riassume in se tutti gli altri, ma non li esaurisce. E' ovvio che un declino della disponibilità di energia pone il problema di sopravvivenza per centinaia di milioni, forse miliardi di individui. Le risorse minerarie e il cibo dipendono interamente dalla disponibilità di energia per produrli. Lo stesso vale per il complesso insieme di infrastrutture, civili, industriali e del trasporto che caratterizzano la struttura materiale delle società cosiddette avanzate. Un soft landing richiede una lunga preparazione e non può prescindere da accordi internazionali, finalizzati a stabilire quote di consumo e di produzione, paragonabili a quelli del Protocollo di Montreal sui CFC e a quello di Kyoto sui gas serra. Per questi motivi noi pensiamo che la politica debba occuparsi della grave crisi ecologica ed energetica causata dalla sovrappopolazione umana. Il rientro dolce Per "rientro dolce" intendiamo il rientro della popolazione mondiale entro limiti socialmente ed ecologicamente sostenibili. Il termine rientro non va inteso come ritorno ad un passato pre-moderno, pre-tecnologico, pre-scientifico. La speranza del Rientro (dolce) prende sostanza proprio nel contenuto tecnologico delle scelte possibili. La rinuncia alla trasformazione dell'energia termica in energia meccanica, ad esempio, passaggio essenziale dell'uscita dall'era fossile, implica l'uso di quelle tecnologie che proprio l'era fossile ha permesso di sviluppare. La potenzialità del risparmio energetico si nutre delle tecniche moderne di costruzione delle abitazioni. L'idea di un trasporto meno entropico di quello basato sul modello attuale è, anche'esso, un salto in avanti tecnologico. Non c'è quindi alcuna condanna moralistica dell'energia fossile in quanto tale. I combustibili fossili hanno permesso una straordinaria crescita ecologica, economica e culturale della nostra specie. Adesso dobbiamo farci carico delle responsabilità che derivano da questa crescita. Ultimo aspetto, la possibilità di concepire con amore e non nella schiavitù del mandato biblico dell'andate e moltiplicatevi (come bestie) risiede nella diffusione delle semplici tecnologie contraccettive fra tutti gli uomini e le donne del mondo e della cura e cultura della salute sessuale e riproduttiva. Una cultura che ha anch'essa solide basi naturali. Nell'uomo infatti, animale sociale per eccellenza, il sesso non ha solo una funzione riproduttiva, ma una eminente funzione di coesione fra individui che si manifesta nel godimento della natura ricreativa, rituale, e disinteressata dell'atto sessuale. In questo punto preciso io credo si inserisca una specificità radicale nel dibattito sulla e sulle famiglie. Il sesso visto in questa prospettiva, liberato dalla funzione riproduttiva, non esclude più infatti le persone anziane e gli omosessuali e non relega nella vergogna neppure la sessualità prepuberale. Il futuro possibile può essere solo un Rientro (dolce) ecologico, in senso stretto, con le tecnologie esistenti e quelle possibili. Non certamente un Ritorno (amaro) ad un medioevo ecologico termodinamicamente inaccessibile. Il rientro dolce consiste nel problema di armonizzare tre strumenti principali: il contenimento demografico, il contenimento dei consumi, l'aumento dell'efficienza nello sfruttamento delle risorse. Ognuno di questi strumenti ha un contenuto politico, tecnologico e culturale. Nessuno di essi implica, secondo noi, la via per un ritorno a qualcosa di pre-esistente. Certo sarà difficile, in un confronto proficuo, convincerci che l'impossibilità del ritorno si realizzi con la perpetuazione dello status quo, o del business as usual, che caratterizza la visione economicista della società. Il mantra della crescita è quanto di più lontano da una visione relativista, è, al contrario, militanza fanatica, fede religiosa, e negazione tutto ciò che non sia l'elefantiasi del metabolismo socio-economico.

Venerdì, 7 settembre, 2007 - 11:51
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