La forza dirompente del corpo in politica

di Luigi Manconi

I corpi reclusi, quelli oltraggiosi e quelli oltraggiati, i corpi sofferenti o umiliati, i corpi delle donne che concepiscono con amore: l’identità umana va cercata lì.

Il senso della mia presenza qui è innanzitutto uno: quello di rinnovare con profonda convinzione la mia adesione all'Associazione Luca Coscioni, e lo faccio a partire da quello che ritengo che sia il più intelligente e forte slogan che abbia prodotto l'azione collettiva negli ultimi decenni, "Dal corpo dei malati al cuore della politica". Nella mia mente e nel mio agire pubblico, questa parola d'ordine ha una sua variante che sono convinto voi condividiate interamente: "Dal corpo dei cittadini al cuore della politica"; perché il corpo dei malati esprime nella maniera più intensa una domanda che io ritengo centrale: riportare nel cuore della politica la corporeità, la materialità, la forza dell'identità individuale, che si fonda appunto sul corpo dell'individuo.

La cosa più imbarazzante che ho sentito in queste settimane è l'invito, largamente condiviso e già immediatamente accolto, a non parlare di simili questioni in campagna elettorale; da molti anni mi capita di incontrare esattamente questa eccezione, perché una quota assai significativa dei temi di cui io mi interesso (e che io ritengo squisitamente, profondamente, interamente e direi potentemente politici) viene considerata dalla stragrande maggioranza della classe politica non politica, prepolitica, antipolitica. In tutte le democrazie, a partire dagli Stati Uniti d'America, i grandi dibattiti (anche quelli più squisitamente legati ai conflitti politici come le scorse elezioni presidenziali) hanno avuto al centro del conflitto quelle che possiamo chiamare questioni di vita e di morte, ovvero nascita, aborto, fecondazione assistita, testamento biologico, cure palliative, eutanasia; noi invece tardiamo a coglierlo, ne abbiamo paura, e con ciò continuiamo a condannarci a una condizione di provincialismo culturale. Ritengo invece che questo sia il cuore, il centro della politica, e per spiegarmi voglio partire (scandalosamente, ma credo che sia utile) da quello che è stato per anni l'addebito fondamentale o comunque il più scivoloso e sgradevole, fatto ai Radicali: mi riferisco all'elezione di Ilona Staller. Ai miei occhi, e se volete agli occhi della scienza politica, quello fu invece un passaggio estremamente significativo, non solo per il suo significato garantistico e per la sua audacia culturale (quella di portare un corpo sessuato nel tempio della rimozione del sesso), ma per una ragione ben più profonda: perché c'era, al di là delle intenzioni del soggetto che ne era protagonista, la capacità di rappresentare nelle istituzioni più alte la realtà (e direi l'iperrealtà) della preponderanza del corpo; un corpo oltraggioso della miseria sessuale maschile e oltraggiato dalla rivalsa maschilista dei suoi colleghi. Non mi voglio soffermare troppo su questo argomento, ma vedo un'assoluta continuità tra quel corpo e gli altri corpi, il corpo recluso, coatto, sofferente, il corpo umiliato, il corpo della donna che concepisce.

A proposito di Piero Welby, più di una volta, ho sentito usare questo termine: il corpo prigioniero di quella macchina. Se ci pensate il prigioniero, ovvero nel caso in questione il detenuto, cosa fa del suo corpo, del suo corpo recluso? Fa di esso il principale strumento di comunicazione con l'al di là di quelle mura. Dentro le carceri, la pratica del tagliarsi, dell'autolesionismo, afferma contemporaneamente una padronanza su di sé certamente disperata, impoverita, miserevole, ma insieme l'intelligenza di capire che quello è l'unico strumento di comunicazione per una persona resa muta dalla condizione di prigionia. Ebbene, quella formula usata a proposito di Piero Welby e di molti altri malati; io credo che sia estremamente significativa, la capacità di fare del corpo malato un formidabile strumento di comunicazione con tutti gli altri corpi: con le orecchie, gli sguardi, le voci della collettività. In questo vedo, ancora una volta, la forza dirompente della corporeità. E ancora: pensiamo a quanto è successo intorno alla questione della moratoria della pena di morte, e troveremo di nuovo la crucialità della questione corpo, perché quella questione ha a che vedere con la relazione tra mezzi e fini, ovvero il dilemma sul quale si interroga da secoli chi fa la politica e chi la studia. Ebbene, l'uso del digiuno come strumento, come mezzo di lotta, è esattamente l'intelligenza dell'obiettivo, perché lo anticipa e insieme si identifica con esso: il mio corpo, il corpo di militante, proiettato sull'obiettivo da raggiungere, su quel non toccare il corpo del colpevole da parte di uno stato che vorrebbe giustiziarlo. Pensate a com'è intensa quella relazione, e insieme così delicata e produttiva, tra la capacità di agire con l'intera propria identità (fatta appunto anche di corpo, oltre che di intelligenza e di sensibilità) e quella di far sì che il corpo diventi strettamente correlato all'obiettivo da raggiungere: l'intangibilità del corpo del condannato, rispetto alla pretesa dello stato di interferire su di esso e di negarlo uccidendolo legalmente. Ancora, in questi giorni, il dibattito sull'interruzione volontaria di gravidanza ha assunto uno spazio pubblico di enorme rilievo. Non me ne scandalizzo, ma al contrario vedo in questo un'opportunità; ovviamente mi scandalizza il fatto che esso possa essere affrontato da parte nostra (scusate l'uso di un termine così indistinto, generico equivoco) sempre, solo ed esclusivamente sulla difensiva. Ciò accade per una ragione elementare: perché per decenni abbiamo accettato la più indecente della ripartizione dei compiti. Esistono due campi: il campo laico, tutto concentrato su valori di tipo utilitaristico, economicistico, e il campo religioso, tutto fuso intorno a un sistema di valori etici; avere accettato questa indecente ripartizione, attribuendo dunque alla cultura religiosa la titolarità esclusiva del discorso morale, è stato il fondamento della nostra rovina, quasi che nella domanda di unioni civili non vi possa essere un'istanza morale fatta di mutualità, reciprocità, progetti condivisi, quanto è morale l'istanza che c'è dietro a due persone che vogliono il matrimonio religioso. Noi non screditiamo, sconfessiamo o ridimensioniamo il senso morale di quella famiglia, ma pretendiamo (dico pretendiamo) che debba essere riconosciuta a una coppia, qualunque sia il suo orientamento sessuale, possa esservi un'istanza morale altrettanto forte quanto quella che indirizza altre persone a cercare altre forme di coniugalità. Ritengo che questo sia il nodo cruciale. Abbiamo accettato il fatto che la cosiddetta lotta alla droga fosse da una parte attribuita a chi aveva il compito salvifico nei confronti del tossicomane, e dall'altra parte delegata a operatori sociali che avevano una funzione esclusivamente infermieristica, quasi che nella strategia della riduzione del danno non vi sia ancora una volta una forte istanza morale, che mette al centro innanzitutto la salvezza, l'incolumità dell'individuo.

Il corpo, il corpo come potenza e come energia, il corpo come deficit, come limite e come handicap: questo è il senso, io credo, del ragionamento complessivo che voi fate, al quale mi associo con profonda convinzione. Credo che la discussione sull'aborto non ci debba trovare sulla difensiva: al contrario, dobbiamo affrontarla con coraggio e intelligenza; ad esempio (e qui apro una parentesi) è vero che a praticare l'interruzione volontaria di gravidanza illegale sono donne italiane, ma è vero che la percentuale di donne straniere che praticano quella legale tende a crescere in maniera sensibilissima, e questo è un problema che noi dobbiamo affrontare, affinché non siano altri a cacciarcelo contro. Ecco allora che saremo in grado di affrontare questa discussione anche con gli avversari più aspri e più aggressivi. Una sola cosa, io credo, non possiamo accettare: penso che non sia lecito, in questa discussione, che interlocutori e avversari evochino l'eugenetica. Non vi permettete! Ciò che noi facciamo è il suo esatto contrario, l'esatto contrario di qualunque ideologia eugenetica: qui c'è il suo opposto, c'è la sollecitudine per la sofferenza, c'è la cura per il limite, il deficit, l'handicap, qui c'è l'esatto contrario dell'eugenetica. Non mi sento in grado (non uso questa formula per errore) di reggere qualcuno che discutendo di questo tema punti su di me la pistola dell'eugenetica. Non vi permettete! Non partecipo a un dibattito di questa natura e non partecipo per una ragione precisa: perché ritengo che ciò che davvero ci dà forza è la compassione, nel suo significato letterale, cioè capacità di patire insieme con chi soffre; e questa capacità di patire insieme è non è una virtù mielosa, ma il fondamento del legame sociale e la base della coesione all'interno di una collettività. Concludo con un ultimo argomento. E' stato detto di un caro amico: egli resta fedele alla cultura del 68, e dunque non può comprendere la complessità delle questioni che stiamo affrontando. Ebbene, nel clima di denigrazione di quell'anno e di quel movimento (che come tutti gli eventi umani ha i suoi limiti, i suoi pregi, le sue grandi risorse e le sue aree scure) possiamo persino accettare questo: ma non possiamo accettare che il principio dell'autodeterminazione sia attribuito a un movimento (del quale peraltro sono fiero di essere stato partecipe), perché esso affonda nei secoli nella storia umana. Tutti noi abbiamo letto la sintesi ultima di John Stewart Mill: l'identità umana corrisponde alla sovranità (pensate che termine straordinario) dell'individuo su di sé e sul proprio corpo. E' esattamente così.

Martedì, 4 marzo, 2008 - 14:48
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