La mappatura della fede oragnizzata in Italia

di Sandro Magister

Riportiamo la trascrizione, non rivista dall'autore, di un intervento di Sandro Magister, vaticanista de l’Espresso, pronunciato il 20 dicembre 2007 in occasione dell'incontro "Geografia della fede organizzata: associazioni, media e leader del mondo cattolico in Italia", dall'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo" e da LaPolis, Laboratorio di Studi Politici e Sociali.

La mappatura della fede organizzata che cercherò di descrivere nei termini in cui oggi si presenta, e che sono fortemente diversi da quelli di due decenni fa, a mio parere ha un periodo cronologico di origine che può essere fatto risalire agli anni ‘90. Sono gli anni che vedono il declino ed il tramonto della Democrazia Cristiana, vedono salire alla testa della CEI il cardinale Camillo Ruini, che tra le grandi doti ha quelle di essere il più grande talento politico prodotto dalla chiesa italiana negli ultimi 30 anni.

E ancora abbiamo il nascere, proprio in questo periodo, di una serie di aggregazioni cattoliche all'epoca non percepite come tali, perché la loro vera fioritura avviene all'inizio del 2000 e fino ai giorni nostri. Una semina che poi ha una fioritura, un'esplosione addirittura coincisa ad esempio con i referendum del 12 giugno 2005 sulla fecondazione assistita. La figura di Ratzinger, si è detto, va analizzata per le novità che può aver portato nel paesaggio della chiesa in Italia. E allora parto proprio da qui. Il 6 dicembre, il Cardinale Ruini, vicario del papa per la diocesi di Roma, ha riunito a porte chiuse tutti i preti della diocesi di Roma per un incontro, seguito da dibattito, dedicato ad una analisi del libro di Ratzinger, "Gesù di Nazareth". Il Cardinal Ruini ne ha dato una sua "guida di lettura" e nella fase finale della sua relazione ha avuto un passaggio di notevole interesse che riguardava il terreno politico. Il problema di partenza era il capitolo del libro dedicato al discorso della montagna: quest'ultimo - Matteo 5,7 - effettivamente ad una prima lettura sembrerebbe qualcosa di antipolitico di per sé o di politicamente non realizzabile, che va al di la di qualsiasi metro terreno. In realtà è la chiave, lo dice Ratzinger e lo dice Ruini nella sua esposizione, per capire il nesso molto particolare che esiste tra l'input dato dal messaggio del Vangelo e quell'azione pratica che ogni cristiano che viene al mondo è chiamato a svolgere nella città degli uomini. Quindi a partire da questa apparente impossibilità di tradurre il discorso della montagna in una dottrina politica, che cosa si deve cogliere da questo discorso così caratterizzante il vangelo di Gesù? Cito le parole di Ruini: "la mancanza di concreti ordinamenti sociali nell'annuncio di Gesù racchiude un processo caratterizzante. Gli ordinamenti politici e sociali concreti vengono liberati dall'immediata sacralità, da una legislazione basata direttamente sul diritto divino ed affidati alla libertà dell'uomo".

E prosegue: "in realtà già nella Torah, cioè dell'antico Testamento, si può scorgere un dialogo continuo tra norme condizionate dalla storia e metanorme, norme superiori, che esprimono quanto richiesto perennemente dall'alleanza con Dio. Gesù si muove su questa stessa linea, non formula un ordine sociale ma sicuramente premette agli ordinamenti sociali i criteri fondamentali che come tali però non possono trovare mai piena realizzazione in alcun ordine terrestre. Anche oggi quindi la cristianità deve continuamente rielaborale, riformulare e correggere gli ordinamenti sociali, ispirata da quelle grandi parole - apparentemente irrealizzabili - del discorso della montagna". Una politica quindi non sacralizzata e mai esaurita. Sempre da rielaborare, da riattualizzare, da correggere. Ed è esattamente questo il compito di cui la chiesa si sente investita nel mondo. Perché la chiesa vive nella città terrena. Come potete intuire, la gerarchia della chiesa che oggi governa la chiesa nel mondo ed in Italia, non si ferma affatto a questi enunciati richiamati. Non teme di entrare molto decisamente e concretamente sul terreno dell'agire politico. Giustamente si diceva prima che la chiesa, superate fase precedenti, è molto autonoma ed indipendente dalle formazioni poltico-sociali che si contendono la vicenda storica.

È una chiesa che a sua volta interviene autonomamente, con una valenza critica, nei confronti della realtà, abbastanza pronunciata in alcune occasioni. Con quali strumenti, con quali modalità oggi la chiesa fa politica? E' esattamente quello che adesso cercherò di delineare, con un'avvertenza iniziale: il mio compito è prima di tutto non quello di dire cosa io, da osservatore vedo, ma ricostruire cosa la gerarchia della chiesa vede il paesaggio che ha contribuito a creare, quello del cattolicesimo italiano all'opera sul terreno politico. Per fare ciò, prendo una traccia riservata che è un promemoria che nell'ultimo Consiglio permanente della CEI è stato presentato e discusso esattamente sul tema: la geografia della fede organizzata. La mappatura delle nuove organizzazioni cattoliche.

I Il nuovo associazionismo: clericalismo "radicale"

Addirittura nel documento che la CEI ha pubblicato dopo il grande convegno ecclesiale di Verona tenutosi nell'ottobre 2006 - il IV convegno ecclesiale del dopo Concilio - sintetizzandone le conclusioni, c'è un pragrafo dedicato esattamente a questo, che fa i nomi e cognomi di queste nuove organizzazioni di recente entrate sulla scena. E su tre di queste, in particolare, quel memorandum dà conto. E sono: Forum delle Associazioni Familiari, l'Associazione Scienza e Vita, e Reti in Opera. Una premessa: nell'entrare a descrivere queste tre nuove forme aggregative, l'autore del promemoria fa già delle notazioni che caratterizzano la novità di questi nuovi fenomeni. In particolare ciò che le caratterizza rispetto alle associazioni precedenti è ad esempio il fatto che mentre l'Azione Cattolica, che era la prima delle organizzazioni classiche del mondo cattolico organizzato, era tipicamente generalista, parlava di tutto e dava dei principi interpretativi di tutto, queste nuove forme associative sono molto mirate. Vanno su temi specifici, che non sono teorici ma sono molto operativi.

Si può dire che c'è una certa affinità alle modalità con cui, in anticipo rispetto a queste forme aggregative cattoliche, si è mosso nel dopoguerra in Italia il Partito Radicale, facendo campagne molto mirate di volta in volta. La campagna sul divorzio è stata una di queste. Il concentrare tutte le proprie forze organizzative su un obiettivo specifico, che può essere una legge, un referendum...queste organizzazioni si muovono su terreni molto delimitati. Una di queste organizzazioni, non citata in questo memorandum ma che può essere ad esse associata, è il Movimento Per la Vita, anteriore a queste organizzazioni, nato negli anni '80, tipicamente nato per far fronte ai vuoti applicativi della legge 194 sull'aborto. Fare di tutto per aiutare le donne tentate dall'abortire. Così pure si possono citare altre organizzazioni che sono "la preistoria" di queste odierne: anche la Compagnia delle Opere, l'Associazione dei genitori delle scuole cattoliche. Di nuovo, associazioni molto specifiche, molto mirate, su degli obiettivi precisi. E poi un secondo elemento che si dice accomuna queste associazioni: queste nuove formazioni si caratterizzano per l'abbandono dell'estenuante esercizio di una mediazione ad oltranza. Si caratterizzano invece per essere in grado di esprimere un giudizio sulla storia, capace - quando necessario - di porsi come segno di contraddizione nel dibattito pubblico del paese. Si tratta altresì di testimoniare che in Italia c'è una forza popolare che sa ripensare il proprio destino fuori dagli schemi ideologici e fuori dalle costrizioni politiche. Anche qui siamo di fronte ad un nuovo elemento caratterizzante queste nuove aggregazioni. Quando si dice che l'esercizio della mediazione non è più l'elemento centrale per attuare gli obiettivi, questo era diverso una volta. "Mediazione" era la parola tipica dell'Azione Cattolica, quasi sacra.

La mediazione si esercitava poi con i corpi politici un mondo molto organizzato che provvedeva a questo tipo di mediazione. Oggi non si viaggia più sulla mediazione, si viaggia sulle parole d'ordine molto forti, attuabili e volutamente dirompenti. Un altro elemento caratterizzante tutte queste organizzazioni, in modo perlomeno programmatico anche se non sempre attuato in forma massiccia, è la loro trasversalità. Sono cioè associazioni che nascono in ambito cattolico ma che tendono a non qualificarsi come esclusivamente cattoliche. Anzi, tendono ad avere nei propri elementi direttivi, persone esterne al cattolicesimo stesso, esterne alla fede. L'ebreo, il non credente e così via. Anche questo volutamente perché tendono a proporre come terreno comune d'intesa qualcosa di non esclusivamente cattolico, ma che ha a che fare con quelle metanorme come la legge naturale, i 10 comandamenti, come i diritti universali. Vediamo come vengono descritte in modo sommario queste tre organizzazioni.

Il Forum delle Associazioni Familiari nasce nel 1992, ma nessuno se ne accorge in quel momento. Ci si accorge molto di più di esso quando nel parlamento italiano, tra le forze politiche, si lavora per produrre quella che poi diventerà al legge 40. Una legge che viene portata in parlamento non da uno specifico dei due schieramenti, ma votata abbondantemente da parti consistenti del centro-sinistra. E viceversa nello spostamento di centro-destra vi sono delle componenti, pur circoscritte, che non votano questa legge. È una legge sicuramente trasversale, ed è quella legge che poi, una volta approvata, provoca quella reazione che sfocia nel referendum 2005, nel tentativo di abrogarla. Il Forum ha agito in modo molto efficace per produrre la legge 40. Una legge - come risulta dal memorandum della CEI - che non era in sintonia totale con la dottrina cattolica, ma che fin dall'inizio viene definita come "male minore".

Qualsiasi tipo di fecondazione artificiale, non solo l'eterologa, non è accettata dalla morale cattolica propriamente intesa. Una legge quindi non soltanto accettabile da un punto di vista dottrinale cattolico, ma prodotto di un compromesso con altre forze portatrici però di idee abbastanza consonanti con i capisaldi ritenuti non negoziabili dalla componente cattolica e dalla gerarchia stessa. Poi voglio far notare che in questo promemoria c'è una parola che da qui in avanti non è più tabù: la parola "lobby". Leggo: "In sostanza il Forum delle Associazioni familiari si muove nello spazio pubblico come una lobby virtuosa, con modalità sempre trasparenti ed esercitando un ruolo di raccordo fra quanti, credenti e non credenti, laici e cattolici, credono nel valore e nel ruolo della famiglia". Che il Forum delle Associazioni Familiari sia una lobby, pur nel senso virtuoso qui detto, è indiscusso ormai. E devo dire che incontrando i dirigenti del Forum, già due o tre anni fa, essi stessi si auto-definivano con questa parola.

Anche perché il loro riferimento è più un certo associazionismo americano che non quello tradizionale italiano. E negli usa la parola "lobby" non è assolutamente parola vergognosa. A proposito di questo, il Forum svolge questo compito in maniera effettivamente trasparente: se uno guarda il calendario delle attività parlamentari, si accorgerà che molto frequentemente è in agenda un incontro tra dei parlamentari, tra delle commissioni parlamentari ed il Forum invitato come tale, come specialista del ramo "famiglia", che comprende tante cose. Tutto il settore matrimoniale, il diritto di famiglia ma anche la questione del fisco. Il Forum è promotore da anni di riforme fiscali molto forti come quelle del quoziente familiare, già presente in Francia. Un gruppo di pressione che si muove guardando a tutti i parlamentari, a tutti i partiti; alla vigilia di ogni elezione, sia amministrativa, sia europea, sia politica, il forum ha sempre emesso dei manifesti con dei punti programmatici chiedendo ai candidati di firmarli. Dicendo: "Se siete eletti, vedremo se poi applicherete queste cose che firmate". Un modo di fare associazione nato in campo cattolico, nuovo rispetto al passato.

L'Associazione Scienza & Vita è di nascita molto più recente. E' nata il 7 dicembre 2005 per raccogliere l'eredità dell'omonimo comitato che dal febbraio al giugno di quell'anno si era impegnato nella campagna per l'astensione nel referendum sulla legge 40/2004. Questo nuovo fenomeno aggregativo è nato sull'onda di un precedente fenomeno aggregativo formatosi per una campagna ad hoc. Il modello dell'associazionismo finalizzato è evidente. Non nasce prima l'organizzazione e poi si vede cosa fare; c'è un problema e nasce l'organizzazione per affrontarlo. Il problema era appunto il referendum, e la questione da risolvere era come arrivarci.

L'associazione Scienza e Vita era nata per svolgere questo compito, svolto poi in strettissima vicinanza e sintonia con i vertici della CEI, che fin dall'inizio dettarono l'obiettivo astensione. Scienza & Vita si occupa del campo della biopolitica, della vita a partire dal momento del concepimento. Una frase classica, sempre presente nei documenti della gerarchia e del Papa, per esprimere la protezione della vita per come la chiesa la intende: dal concepimento alla morte naturale. Cosa potrei aggiungere ancora? Un altro elemento caratterizzante: che i loro gruppi dirigenti sono a loro volta molto nuovi. Non si tratta di trasmigrazioni da associazioni collaudate dell'antico mondo cattolico, che esaurito il loro compito producono nuove leve. No, i dirigenti quasi tutti non hanno un passato associato. Basta scorrere gli organigrammi: il presidente attuale del Forum è Giovanni Giacobbe, un giurista; il predecessore era Luisa Santolini, una insegnante di scuola media superiore, oggi deputata UDC, la stessa che dirigeva il Forum in quella fase in cui si produsse in parlamento la Legge 40. Altri associati sono a loro volta sconosciuti, se non per un numero estremamente ristretto di persone. Giuseppe Barbaro e Paola Soave sono i vicepresidenti attuali del Forum. Se invece andiamo al comitato Scienza e Vita, troviamo dei nomi un pochino più noti ma, ancora una volta, assolutamente nuovi rispetto al curriculum del tradizionale associato del mondo cattolico. Gli attuali presidenti, un uomo ed una donna, sono il genetista Bruno Dalla Piccola e la bioeticista Maria Luisa Di Pietro, insegnante universitaria. E tra quelli del comitato direttivo vi sono Carlo Bellieli (neonatologo), Gianluigi Gigli (già presidente dell'associazione mondiale dei medici cattolici), Claudia Navarini (bioeticista), Daniela Motarfonso, Marco Livetti (costituzionalista), Laura Palazzoni (membro CNB), Gino Passatello, Edoardo Patriarca (l'unico forse a venire dall'Agesci), Adriano Pessina (successore di Elio Sgreggia nel dipartimento di Bioetica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore), Lucio Romano (ginecologo), Lucetta Scaraffia (insegna storia all'università di Roma), Patrizia Vergani (ginecologa), Luca Diotallevi (sociologo, un altro che forse ha qualche precedente in organizzazioni cattoliche). Un gruppo dirigente quindi nuovo, forgiatosi nella campagna referendaria del 2005. La meno operativa di quelle finora dette è Reti in Opera, che nonostante aggreghi una serie di organizzazioni anche dell'antico mondo cattolica, tra le quali le ACLI, in realtà è più una rete delle reti, che finora ha prodotto soltanto dei manifesti di intenti più che non essersi prodotta su campagne mirate ed operative. Vi sono dentro componenti che vanno dalle Acli all'azione cattolica, all'Agesci, alla Coldiretti, alla Cisl, alla Comunità di Sant'Egidio, per un certo periodo presieduta da Paola Bignardi, recentemente presidente della Azione Cattolica italiana. In un certo senso quella tra le nuove associazioni che maggiormente eredita i tratti delle precedenti. Non a caso è quella che meno nuova e che meno opera in modo abbastanza innovativo. A queste associazioni se ne potrebbero aggiungere delle altre, che è inutile spiegare per filo e per segno.

Ma qui vorrei passare invece ad un'altra cosa, che non è propriamente un'associazione ma la cui esistenza è di assoluta importanza tenere conto. Riguarda la Conferenza Episcopale Italiana. Perché la CEI è capace di essere così presente in maniera da tallonare minuto per minuto i lavori parlamentari? Perché ha creato, anche qui di nuovo negli anni '90, un organismo ad hoc che lavora all'interno della CEI e che si chiama Osservatorio Giuridico Legislativo. Compongono questo organismo 6 o 7 persone, quasi tutti dei giuristi. Il Presidente si chiama Mariano Venerando ed è un giurista e gli altri componenti sono ciascuno specializzati per un particolare settore: comunicazioni, immigrazione, bioetica, enti no profit, diritto della famiglia e diritti fondamentali della persona. Sono i temi più cari all'attenzione della chiesa italiana, quelli nei quali si mettono in gioco quei principi non negoziabili che sono elemento caratterizzante della predicazione delle gerarchie cattoliche in questi anni.

E cosa fa questo osservatorio? Basterebbe vedere il bollettino che produce ogni mese, apparentemente molto modesto; sembra quasi un ciclostilato vecchio stile. Contiene l'inventario preciso di tutti i ddl, di tutte le leggi che vanno in parlamento, di tulle le discussioni nelle commissioni legislative, di tutte le decisioni della Corte dei Conti, del Consiglio di Stato, dei TAR. Un esempio molto semplice: tutto quel gran pasticcio capitato con la clausola introdotta nel decreto sicurezza, un po' forzatamente e con degli errori, è stata monitorata quasi in tempo reale da questo osservatorio legislativo, che ha saputo molto prima di tutti i parlamentari e di tutti i senatori che erano lì, il pasticcio in cui stavano infilando. Tanto che i deputati cattolici più in contatto con la CEI sono stati i primi ad accorgersi di queste cose. Torno indietro un istante: l'osservatorio, che è creatura di Ruini, non è sua invenzione però. La CEI non lo aveva , ma la conferenza episcopale tedesca lo aveva da 20 anni, composto da una trentina di giuristi. Ha trasposto in Italia questo strumento, rivelatosi molto efficace.

Tanto che il Forum delle associazioni familiari ha sempre operato in stretta connessione con questo osservatorio. Questo Osservatorio dice di se stesso: "per l'informazione, la documentazione, l'orientamento sulla legislazione nazionale e regionale, nonché sulla giurisprudenza delle alte corti, (corte costituzionale, corte di cassazione, consiglio di stato e corte dei conti), questo centro si avvale - in collegamento permanente con il Parlamento - degli uffici parlamentari ad hoc". Cioè c'è un filo diretto, continuo. Uno strumento a disposizione della CEI e delle nuove forme aggregative.

II. I media, l'altra parte del gioco

Bastano questi elementi per capire come effettivamente siamo di fronte ad una mappatura degli strumenti che il mondo cattolico ha in Italia abbastanza nuova rispetto a quella in vigore nei decenni del dopoguerra. A questa vanno aggiunti anche i media: Avvenire è parte di questo gioco. Faccio un esempio che dà idea di come funziona questo gioco. Avvenire, il 21 novembre, con un editoriale in prima pagina di Eugenia Roccella - che non è cattolica e che viene dal Partito Radicale - ha lanciato una proposta di moratoria sugli embrioni, con una raccolta di firme. Lo spunto è stato un avvenimento di cronaca immediatamente preso al volo: la notizia che con nuove scoperte scientifiche è possibile fare a meno di distruggere gli embrioni direttamente ed invece creare staminali embrionali a partire da staminali adulte. Questo tipo di proposta di moratoria a livello europeo perché si arrivasse ad un ordine del giorno un po' come era stato per la pena capitale all'ONU.

Questo lancio è stato fatto da avvenire ma attuato da scienza e vita. Quest'ultima, che ha i propri comitati anche a livello regionale e provinciale, ha attivato i propri militati sul territorio per raccogliere le firme e far circolare questa proposta. Ha fatto scrivere degli odg parlamentari a prima firma Binetti, Bobba...i più naturalmente prossimi a questo mondo associato. E' chiarissimo che c'è una simbiosi di movimento tra gli strumenti informativi, il nuovo associazionismo, la CEI, a sua volta con questo nucleo osservatorio di specialisti che fornisce a tutti quelli che ne hanno bisogno gli strumenti adatti. Poi c'è anche l'Osservatore Romano. Quest'ultimo - intendiamoci - non ha una grande diffusione, ma da quando ha cambiato direttore, a sua volta è entrato in questo grande gioco.

Da poco più di un mese infatti non ha più la cronaca d'Italia, non ha più la cronaca di Roma; sezioni che sono annegate nella cronaca internazionale, all'interno di un giornale che si presenta come molto internazionale, come d'altronde è la Chiesa. Ma c'è un gio- organi di stampa italiani le cronache erano occupate dalla clausola anti-omofobia nel decreto sicurezza, l'Osservatore Romano, con olimpico silenzio, ha lasciato che i giornali italiani parlassero di queste cose. Ma, prima e dopo, ha pubblicato articoli che hanno dato una lettura più complessiva di queste cose ed anche più approfondita nei sensi profondi di questi avvenimenti.

E chi ha scritto questi articoli? Adriano Pessina, il successore di Sgreccia, uno dei componenti del direttivo di Scienza e Vita ed una delle nuove firme dell'osservatore romano. E se voi guardate a queste nuove firme dell'osservatore romano, vedete esattamente quei nomi che vi ho citato prima. Lucetta Scaraffia c'è, Eugenia Roccella c'è, c'è Anna Foa (ebrea), c'è Giorgio Israel. Un circuito che si muove, che non è soltanto operativo ma anche intellettuale. Non si può esitare a dire che un altro giornale che fa parte di questo gioco è Il Foglio di Giuliano Ferrara. Il giorno dopo l'approvazione della moratoria sulla pena di morte dell'ONU, ha pubblicato quel grande appello ad una simbolica moratoria sull'aborto, sulle milioni di vite nascenti soppresse con l'aborto in tutto il mondo. Un appello lanciato da un organo non cattolico, ma da un foglio trasversale e da un direttore ateo ma devoto. Solo il giorno dopo Avvenire è intervenuto, intervistando Ferrara e facendo notare che se questo appello lo avesse lanciato un cattolico non avrebbe avuto lo stesso impatto che questo appello ha avuto ed ha.

III 8 per mille e astensione al referendum del 2005

Un'anticipazione di un'analisi che uscirà sul prossimo numero di Polis, la rivista dell'Istituto Cattaneo di Bologna, scritta da Luca Diotallevi, del Comitato direttivo di Scienza&Vita. Sociologo, ha fatto un'analisi del referendum del 2005 sulla fecondazione assistita, per individuare se è possibile riconoscere un incrocio tra il voto che è stato dato, per chi l'ha dato, sì o astensione, e la presenza cattolica in Italia. Una premessa: in un'analisi di prossima pubblicazione, del sociologo Paolo Segatti (università di Milano), si afferma che "la preminenza data alla religione come fattore dell'identità nazionale è maggioritaria nella penisola anche se politicamente inerte, qualora non venga intenzionalmente attivata da quella o questa forza politica". Si sostiene in altre parole che c'è una identificazione molto ampia dei cittadini italiani con il cattolicesimo - identificazione che è diversa dall'appartenenza o dalla pratica religiosa - che è però politicamente inerte.

L'analisi di Diotallevi del referendum del 2005 è esattamente un'analisi che produce questo risultato; fa vedere come una identificazione cattolica diffusa in Italia, che sarebbe rimasta inerte, la chiesa italiana è riuscita ad attivarla, a risvegliarla e a farle produrre il risultato che si è ottenuto. A grandissime linee, gli elementi che Diotallevi mette in gioco sono questi tre: il primo, le firme per l'8 per mille alla chiesa cattolica, il grado di civismo e poi la modernizzazione sociale. Quello che si scopre è che di questi tre elementi, fatti interagire con i risultati del referendum, quello che ha di gran lunga una relazione più forte con i risultati è il primo, quello delle firme dell'8 per mille alla chiesa cattolica. Un numero di firme effettivamente molto alto; è vero che non tutti quelli che fanno la dichiarazione dei redditi firmano, però tra i ben 16 milioni di firmatari - che non sono pochi - in questi 20 anni tra l'80 ed il 90% dei firmatari sono stati per la chiesa cattolica. E non sono andati affatto declinando, ma addirittura crescendo. Il risultato più alto che si ha è quello dell'anno scorso, con l'89,81% dei sottoscrittori a favore della chiesa cattolica. Diotallevi ha fatto una mappatura di questa identificazione, provincia per provincia, espressa dal voto dell'8 per mille alla chiesa cattolica e del voto "sì" al referendum. Una media di "sì" attorno al 24%. In nessuna provincia italiana il sì ha raggiunto la maggioranza assoluta, però a Bologna il 43%, a Livorno il 42,8%, a Firenze il 42,1%. Bene, in queste stesse province nella quali il "sì" è avuto una percentuale di "sì" maggiore, , in queste stesse province abbiamo i dati più bassi della firma a favore dell'8 per mille alla chiesa cattolica. Le province che hanno avuto il "sì" all'abrogazione più basso in assoluto e che contemporaneamente hanno la firma all'8 per mille più alto, sono in buona parte le regioni meridionali ed insulari.

Ma si sbaglierebbe se si guardasse a questo tipo di risultato come una sorta d'Italia dove c'è l'arretratezza da una parte e dove c'è la modernità. Perché quando si incrociano gli altri fattori del civismo e della modernizzazione, il conto non torna più. Vi sono zone dell'Italia molto moderne, molto civiche, in cui contemporaneamente si ha un voto molto alto per la chiesa cattolica ed un voto molto basso per il referendum del 2005. Andiamo avanti, alle interessanti considerazioni finali di Diotallevi. Passata la buriana del referendum, diversi commentatori - lui dice, ed io lo ricordo - hanno detto che non poteva andare diversamente vista la presenza della chiesa cattolica italiana. Diotallevi dice che questo non è affatto vero che le cose dovevano andare automaticamente così, per quattro motivi che lui elenca. Anzitutto la chiesa cattolica, la CEI, non ha fatto quel che ha sempre fatto in occasioni del genere; cioè si è mossa volutamente in modo diverso. Se noi pensiamo a quanto accaduto nel referendum del 1974 per il divorzio o quello del 1981 per l'aborto, due grandi referendum che hanno visto alla prova la questione cattolica, le cose si sono svolte - per quanto riguarda la chiesa - in modo molto diverso da come sono andate nel 2005. In quei casi la chiesa si è mossa sostanzialmente di fronte a fatti che hanno proceduto per conto loro.

Il referendum del 1974 è stato un'operazione del Partito Radicale, alla quale hanno cercato di rispondere in qualche modo organizzazioni cattoliche, ma poi la chiesa si è trovata di fronte a fatti che non dipendevano da lei. Nel 1981, c'era il PR che ha fatto delle sue proposte, ma c'era una corrente abrogazionista dentro il mondo cattolico che si è mossa subito per il voto. E la gerarchia si è trovata di fronte a questa presa di iniziativa da parte di una organizzazione cattolica e ne ha preso atto, adeguandosi. Ed ha perso. Nel 2005 non si sono mosse le organizzazioni cattoliche, anzi: quel poco di movimento che si notava in campo cattolico era esattamente per il "no", era per il voto. Perfino Ferrara, l'ateo-devoto, inizialmente era per votare no. Si diceva: dobbiamo dire il nostro no, dobbiamo esprimerci.

Magari perdiamo ma la testimonianza è importante. La considerazione fatta dal Cardinale Ruini è stata completamente diversa: non ha aspettato si muovessero le organizzazioni cattoliche, si è mosso lui per primo. Sapendo che non avrebbe potuto muoversi dopo che altre grosse organizzazioni cattoliche si fossero già espresse per il "no". La CEI si è mossa in modo sconcertante, facendo campagna per il non voto. Una seconda cosa che non va trascurata: la partnership non confessionale.

Fin dall'inizio, nell'organizzazione della campagna del 2005, si è voluto da parte della chiesa cattolica, non qualificarla come una campagna in difesa della dottrina cattolica e basta, ma come una campagna in difesa dei diritti della persona umana, diritti che devono essere riconosciuti da tutti. Quindi la trasversalità come elemento nuovo; muovendosi in questo modo la chiesa cattolica ha staccato la sua parola d'ordine da una parola strettamente politica. Ha dato l'impressione che invece di una operazione politica si trattasse di lanciare un messaggio a tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalle posizioni politiche. Questo ha creato una asimmetria: il fronte del "sì" era fortemente politico, perché i promotori erano tutti organismi politici, mentre l'astensione non aveva questo connotato se non in piccola parte.

Un'altra cosa è quella accennata prima della capacità e della volontà deliberata della gerarchia cattolica italiana di fermare sul nascere la tendenza del corpo cattolico organizzato di votare "no" invece che di astenersi. Effettivamente dai sondaggi che davano man mano l'andamento revisionale del voto referendario, si è notato che mentre i sondaggi del "sì" non registravano variazioni, i sondaggi dell'astensione strategica - non quella fisiologica - hanno avuto una ascesa abbastanza netta, seppur contenuta: dal 17% al 25% dell'elettorato, secondo quanto riporta Diotallevi. Infine un altro elemento che non va trascurato per dimostrare il modo nuovo in cui si è mossa la chiesa cattolica: non soltanto il referendum è stato vinto attivando mezzi e modi di far campagna molto nuovi, ma anche la legge 40 era il prodotto di un'attivazione assolutamente inedita della chiesa italiana, addirittura nel produrre una legge che pure era giudicata non coincidente con la dottrina cattolica.

Questi elementi, tutti assieme, mostrano come quella questione dell'identificazione cattolica molto alta tra i cittadini italiani, che è inerte ma che se viene attivata può produrre dei risultati particolari, in questo caso è stata davvero attivata in forma vincente da un punto di vista degli obiettivi della chiesa stessa. Siamo di fronte ad una mappatura, ad una geografia della fede organizzata che oggi fa politica in Italia, straordinariamente nuova e niente affatto residuale.

@pprofondisci L'intervento in audio-video è ascoltabile su: www.radioradicale.it/scheda/242702

Martedì, 4 marzo, 2008 - 17:17
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