La nonviolenza come apertura religiosa

di Francesco Pullia*

Ecco allora la nonviolenza, intesa come filosofia di una radicale differenza che, senza più alcuna mediazione, accoglie e vivifica l'istanza religiosa, rinnovandola perpetuamente e portandone i contenuti all'interno della società. Non si tratta di adottare alcunché di velleitario ma di seguire fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, un percorso che, per dirla alla Michelstaedter, è quello del persuaso, cioè di colui che ha in sé la vita, che sa rendersi senza posa fiamma, squarciando l'oscuro abisso dell'insufficienza senza approdare a lidi facilmente consolatori. E nel concretarsi, nel farsi della nonviolenza, il centurione romano, cui prima ho accennato, di von Horvàth, è chiamato a ridestarsi allora dall'indolenza, dalla cecità, per farsi carico del dramma del Cristo morente, per lasciarsi sconvolgere dalla luce abbagliante che è emanata dalla sofferenza. Si sa, a questo punto, quanto rilievo abbia dato Ernst Bloch alla tradizione ereticale e come egli abbia visto all'interno del cristianesimo lo stesso ateismo. Ebbene, Bloch si soffermava molto sul valore prometeico dell'eresia, considerata come un "varcare le frontiere" e sosteneva la necessità di leggere la Bibbia stessa sub specie di storia degli eretici continuamente operante". Che cosa includeva, che cosa immetteva Bloch? Immetteva un principio speranza. Ora anche il teologo Jürgen Moltman fa proprio questo principio ma mentre in Bloch esso è un movimento di rivolta antiautoritaria, il Moltman invece questo movimento viene tutto iscritto all'interno di un disegno escatologico incardinato in Dio. E' il principio che si ritrova all'interno della nonviolenza ed è il principio che è stato per esempio instaurato, nella filosofia italiana, da Aldo Capitini come un attivo coinvolgimento del caduco, del transeunte. Non a caso, Aldo Capitini parla della compresenza dei morti e dei viventi.

E' un principio che ritroviamo nell'azione nonviolenta di Lanza del Vasto o in Ferdinando Tartaglia o, ancora, nella dialettica maieutica e comunicativa di Danilo Dolci. E, a questo punto, non posso non citare l'opera di un autore che io amo particolarmente. Ne Le due fonti della morale e della religione, del 1932, Henri Bergson contrapponeva la religione statica, cui corrisponde la società chiusa, a una religione dinamica cui corrisponde una società aperta perché in presa diretta con lo sforzo creatore che la vita manifesta ed è animata da un mistico e ardente amore per l'umanità. Ecco, io credo che in questa prospettiva di dinamismo, di dinamicità è incluso tutto l'oltrepassamento nonviolento che, come giustamente ha affermato Angiolo Bandinelli, si ritrova nella religiosità anticonfessionale dei radicali e che va oltre il laicismo cupamente ravvolto nei propri dogmi, nelle proprie ipocrisie.

 

*Studioso, storico delle religioni

 

Martedì, 8 luglio, 2008 - 17:28
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