IL DISCORSO DI RATZINGER

La “ragionevole” intolleranza della Chiesa contemporanea

di Adalgiso Amendola

Il Papa avrebbe ancora una volta presentato il cattolicesimo come il nucleo duro della ragione moderna, l’unica via contro il relativismo contemporaneo.

Il discorso che Benedetto XVI ha inviato all'Università "La Sapienza", dopo aver declinato l'invito a partecipare all'inaugurazione dell'anno accademico, è stato accolto, da un sistema massmediale oramai incapace di qualsiasi criticità - anche minima - nei confronti delle strategie comunicative del Vaticano, come una difesa dell'autonomia delle Università e come una straordinaria esaltazione della tolleranza e della laicità dei saperi. Era, probabilmente, quanto l'attuale gerarchia ecclesiastica si attendeva: un ulteriore passo nella costruzione dell'immagine di un Papato dialogante e intellettualmente à la page, detentore di un messaggio tutt'altro che confessionale, capace di offrire un contributo indispensabile per elaborare un concetto di "laicità" forte, adeguato al mondo contemporaneo, alle sue crisi e alle sue incertezze. L'euforia con cui i giornali si sono gettati nella missione apologetica non fa però onore innanzitutto alla serietà del discorso di Benedetto XVI. A guardar bene, infatti, Ratzinger non ha fatto altro che offrire una versione sintetica dei punti-chiave del suo insegnamento, che solo il nostro mondo dell'informazione - e certi nostri politici, anche e soprattutto sedicenti laici - possono scambiare per una magistrale lezione di "tolleranza". Il discorso di Ratzinger è fondato tutto sulla rivendicazione della "ragionevolezza" del cattolicesimo, una rivendicazione che, dice il Papa, è perfettamente condivisa da un laico sostenitore del "liberalismo politico" quale John Rawls. Ma, per Rawls, la ragionevolezza del cattolicesimo sta nel fatto che esso, pur esprimendo una visione del "bene" particolare, non universalizzabile e da tenersi ben distinta dall'ambito pubblico del "giusto", nondimeno può trovare in sé ragioni per convergere sui principi ispiratori della sfera pubblica: il cattolicesimo è una dottrina ragionevole, insomma, perché un cattolico può, senza contraddizione, rivendicare per sé una certa idea del bene e condividere con gli altri un'idea comune dello spazio pubblico. Per Ratzinger invece, la ragionevolezza del cattolicesimo consiste nel fatto che esso è il depositario di un'esperienza etica bimillenaria: in forza di questa sua "storia" (sarebbe più chiaro dire, in forza della tradizione) esso può presentarsi non come una semplice "fede", ma come la radice più profonda della ragione moderna, nata greca e poi perfezionatasi, appunto, attraverso la tradizione cattolica. Il cristianesimo ragionevole e tollerante di Papa Ratzinger è praticamente tutto qui: nel presentare il cattolicesimo come il nucleo duro della ragione moderna, cui bisognerà tornare se si vuole uscire dall'inaridimento relativista della ragione contemporanea. Il discorso di Benedetto XVI è allora, in un certo senso, davvero un discorso laico: ma non in quanto riconosce l'autonomia della ragione pubblica dalla fede, ma solo perché riduce a ragione "laica", cioè valida indipendentemente da qualsiasi considerazione di fede, il discorso etico cristiano, e, in forza di tale riduzione razionalistica, ne propone la validità universale "razionale", e, in quanto tale, anche coercibile nei confronti di tutti attraverso lo strumento giuridico. I "laici" in questi anni hanno fatto di tutto per facilitare il compito del Vaticano di presentare la Tradizione cattolica quale "etica ragionevole": di fronte a questa "ragionevolezza" papale, fatta, in ultima analisi, di richiami alla forza storica della Chiesa e al suo peso sociale - dovete considerare ragionevole la nostra pretesa di diretta rilevanza pubblica, perché ... siamo tanti e duriamo da duemila anni! - i laici hanno continuato a svuotare la loro concezione dello spazio pubblico di ogni "sostanza", riducendo la stessa laicità ad una mera esigenza di continuo "compromesso": troppe volte, il richiamo alla laicità si è ridotto ad un invito a cercare il migliore equilibrio delle forze possibili, in un paese come l'Italia, creduto, a torto, irrimediabilmente condizionato dalla presenza del Vaticano. Davanti a questa timidezza suicida, ben venga l'orgogliosa rivendicazione, da parte degli scienziati, dell'autonomia della ricerca scientifica: essa spezza il tranquillo, unanime consenso, che la strategia vaticana tenta di creare intorno all'idea di una ragionevolezza, sì "laica", ma produttiva e aperta solo se guidata dalla tradizione cattolica (e se disposta all'ascolto dei "consigli" dei sui rappresentati istituzionali). Gli scienziati sono tornati a riempire l'idea di laicità, con la forza del loro discorso antisuperstizioso, una forza anch'essa radicata nella lunga storia della libertà del sapere e della conoscenza: ma, da soli, gli scienziati possono rappresentare solo una "parte" di un discorso laico vivo e vitale, da contrapporre al "ragionevole" dottrinarismo di Ratzinger. L'altra parte potrà venire, credo, da un'altra forza: da quella speciale saggezza dei corpi, e del loro desiderio di liberazione, che sanno su se stessi quanto poco "ragionevole" sia la pretesa di applicare a tutte e tutti, a tutte le sessualità, a tutte le passioni, a tutte le vite, la stessa uniforme monotona pretesa normalizzante. Nei giorni della contestazione della Sapienza, mentre gli scienziati rivendicavano la loro autonomia di pensiero, gli studenti cercavano di portare in "frocessione" i corpi non conformi e ribelli all'uniformità sessuale dettata dall'alto. Da questa combinazione del desiderio di autonomia dei saperi e del desiderio di libertà dei corpi, può nascere uno spazio di ben altra, incarnata, "ragionevolezza", da far valere contro la pretesa di spacciare per ragione universale la parte più conservatrice della tradizione cattolica. * Prof.di Filosofia del diritto e Sociologia del diritto presso l'Università di Salerno.

Lunedì, 4 Febbraio, 2008 - 13:42
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