Quando si parla di riforme per l'università, ci si tiene generalmente sul vago, oppure si propongono soluzioni miracolistiche che dovrebbero rimediare a tutti i mali. Bisognerebbe invece partire da problemi concreti, in modo che le proposte siano giudicate per l'effettiva capacità di risolverli senza crearne di più gravi. A titolo di esempio elencherò tre problemi, risolvibili con azioni concrete senza soluzioni miracolistiche. Quello più grave riguarda l'applicazione del nuovo ordinamento didattico, disegnato per impartire un'istruzione universitaria di massa al 30-40% della popolazione giovanile, ma che non può rinunciare a coltivare, in una minoranza degli studenti, una formazione avanzata. Ci sono norme che imporrebbero una selezione all'ingresso degli studi universitari, che consentirebbe di impartire ad alcuni una istruzione preparatoria ai veri studi universitari, ad altri una istruzione universitaria adatta alla massa degli studenti e ad altri ancora una istruzione già dai primi anni più approfondita. Altre norme impongono un'ulteriore severa selezione individuale per l'ammissione alla laurea "magistrale". Quali sono gli ostacoli che rendono difficile l'applicazione di queste norme? Quali incentivi dovrebbero essere offerti alle università che le applicano? Se non si affronta seriamente questo problema si rischia, da un lato, di negare un'istruzione universitaria a chi ne trarrebbe profitto, se solo potesse accedere, dopo la maturità, a corsi preparatori agli studi universitari più impegnativi e più utili per il paese, ma si rischia anche, ad esempio, di abbassare, l'insegnamento universitario di ingegneria al livello prevalentemente richiesto dal mercato e compatibile con la preparazione e le aspettative della maggioranza degli studenti, e di trovarci tra qualche anno a corto di giovani ingegneri in grado di progettare in modo innovativo. Un secondo problema è quello della formazione degli insegnanti di scuola secondaria, per i quali è previsto ora un percorso universitario di almeno otto anni, per ottenere l'abilitazione all'insegnamento. Questo non solo scoraggia gli studenti migliori dall'intraprendere questi studi, ma alimenta scorciatoie irregolari, per raggiungere l'abilitazione all'insegnamento e l'impiego a tempo indeterminato, scorciatoie regolarmente "sanate" da leggine approvate dal Parlamento. Per risolvere questo problema basterebbe una decisa presa di posizione del Governo, che rompa la situazione di stallo dovuta a contrasti tra due diverse specie di docenti: quelli delle facoltà di lettere e quelli delle scuole di specializzazione per la didattica. Nessuna delle due specie vuole mollare la presa sulla formazione degli insegnanti dopo la laurea triennale, che considerano una fonte potenziale di "cattedre universitarie". Ma non dovrebbero essere gli attuali studenti ed i futuri allievi della scuola secondaria a pagare per contrasti tra accademici. Un terzo problema riguarda la qualità dell'insegnamento nelle molti sedi periferiche o "distaccate", dove l'istruzione è impartita da migliaia e migliaia di "professori a contratto" dei quali si ignorano le qualificazioni, e che spesso sono pagati con compensi irrisori. I numerosi corsi, quasi "a costo zero", sponsorizzati da enti locali, dove i docenti ufficiali non possiedono le qualificazioni minime corrispondenti ad un dottorato di ricerca, non sono veri corsi universitari e pertanto costituiscono un inganno per gli studenti, e dovrebbero essere chiusi.