Orgoglio laico

Laicità e individualità

di Maurizio Mori*

Il mio intervento è teso a chiarire i rapporti tra religioni e il mondo secolarizzato. Da questo punto di vista io mi permetto di criticare ad esempio, l'opinione spesso riportata ed espressa da Giuliano Amato il quale dice: chi ha la fede è come se avesse una marcia in più. Io non capisco bene in che senso si possa dire che chi ha la fede e crede in qualche cosa di trascendente che si fa fatica a credere e a capire che cosa sia, abbia una marcia in più. Ecco, io sinceramente partirei da un'idea di laicità come fattore orgoglioso, noi dobbiamo renderci conto che il mondo è quello che è, e non possiamo crearci illusioni, miti, sogni più o meno di visionari, storici eccetera. Questo quindi dobbiamo considerare, e io credo che la convivenza civile in una società avanzata come la nostra, debba partire dal fatto che se le religioni vogliono avere voce in capitolo, anche sulla vita civile, lo devono fare ma non possono invadere il territorio degli altri.

I laici non sono persone che hanno una marcia in meno, che hanno una gamba in meno o che hanno un po' di testa in meno. Io credo che noi dobbiamo essere orgogliosi di essere laici, abbiamo credenze generali, abbiamo nostre convinzioni solide di carattere etico, anzi pacifiche, aperte all'altruismo, rispettosi dei diritti altrui e da questo punto di vista credo che dobbiamo affermare a pieno titolo, queste nostre credenze sul piano etico, civile e sociale, e farle valere, sono queste che stanno alla base della convivenza civile come è vista oggi. Io credo che oggi come oggi, i rapporti tra religioni appunto e società civile in una società avanzata, si giochino soprattutto sui campi, per religioni intendo soprattutto quelle cristiane, si giochino soprattutto in campi legati ai problemi delle biotecnologie, perché le altre questioni, televisione, telefonino, il treno, il commercio, l'istruzione pubblica, sono giustamente state accettate e direi che le idee laiche hanno stravinto, la libertà di parola, la libertà di stampa, la stessa giusta libertà di religione, ciascuno può giustamente credere alla propria religione. (...) Finora la vita era ritenuta essere qualche cosa di misterioso, qualche cosa su cui bisognava neanche toccare, era inviolabile, ma perché di fatto non riuscivano a controllarla e neanche a conoscerla, addirittura si credeva che la vita avesse celato e fosse inconoscibile, ci sono state elaborazioni filosofiche in questo senso. Ecco io credo che oggi anche la vita viene ad essere conosciuta, viene ad essere controllata e questo comporta un cambiamento radicale nei rapporti con la religione, perché Dio, come ente trascendente, sarebbe l'ente specifico che viene a creare la vita e che è lui il signore e padrone della vita e da questo punto di vista, gli uomini ne sarebbero preclusi e avrebbero il dovere di non intervenire in nessun senso.

Ecco, a me pare che queste nuove capacità che l'uomo ha devono reimpostare i rapporti tra le religioni e società civile perché, mentre le religioni ritengono appunto che la vita deve andare secondo un corso proprio, io credo che noi dobbiamo far valere le ragioni laiche, circa il controllo dei processi vitali, per indirizzarlo a scopi sociali, scopi sociali che sono il rispetto dei diritti individuali da una parte e anche io credo si debba considerare l'aumento generale del benessere di tutti i eventi. (...) C'è un ultimo aspetto che vorrei considerare nei quattro minuti che mi restano, e cioè il tipo di cambiamento che è in corso e che è sotteso all'aumento delle conoscenze e delle capacità tecniche. Questo perché, io prima ho parlato di diritti individuali, io credo che qui ci sia un nodo importante, talvolta l'etica laica è accusata di essere individualista e di avere un radicale individualismo, ecco io credo che noi dovremmo essere orgogliosi di potere mettere al centro l'individualità, e noi possiamo mettere al centro l'individualità perché gli avanzamenti tecnici da una parte allentano quelli che sono i rapporti organici, quindi noi riusciamo a fare cose, abbiamo la possibilità, la capacità di fare cose che un tempo potevano essere fatte solo attraverso l'attenta collaborazione di molte persone. Questo comportava che prevalesse la categoria dell'unismo, cioè l'idea che la società è un tutto e quindi vale l'interesse del tutto rispetto all'interesse delle singole parti.

Fortunatamente oggi pur avendo ancora forti legami morali, psicologici, ma noi ad esempio possiamo sceglierci con maggiore libertà le amicizie. Una volta uno viveva in un quartiere e la stessa incapacità di movimento, la stessa incapacità di comunicare, doveva vivere li ed era schiavo a esser lì; oggi noi possiamo sceglierci gli amici che abitano in un'altra città, in altri paesi o in altri continenti e questa capacità comporta senz'altro un allentamento di alcuni dei tradizionali vincoli ma dall'altra parte apre nuovi spazi di libertà.

*E' coordinatore della sezione Bioetica del Centro studi Politeia di Milano, socio fondatore e segretario della Consulta di Bioetica di Milano e fondatore e direttore della rivista "Bioetica".

Martedì, 8 luglio, 2008 - 16:51
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