Senza chiese né classe

L'anticlericalismo "religioso" dei radicali

di angiolo bandinelli

Questo anticlericalismo pannelliano si era abbeverato da varie, ed antiche, fonti - tra le quali le leggende metropolitane privilegiavano quelle francesi, come la rivista "Esprit" di Emmanuel Mounier. Il senso di tale anticlericalismo si fece chiaro quando la campagna divorzista cominciò a dipanarsi. Se ne accorse un prete, che allora era anche un politologo, prima di darsi totalmente in braccio al potere di turno: "il PR non può essere considerato erede del laicismo ideologico...se esso cercherà forme di azione che non fanno appello solo alla ragione, ma, ampiamente, al sentimento religioso".Questo anticlericalismo pannelliano si era abbeverato da varie, ed antiche, fonti - tra le quali le leggende metropolitane privilegiavano quelle francesi, come la rivista "Esprit" di Emmanuel Mounier.

Il senso di tale anticlericalismo si fece chiaro quando la campagna divorzista cominciò a dipanarsi. Se ne accorse un prete, che allora era anche un politologo, prima di darsi totalmente in braccio al potere di turno: "il PR non può essere considerato erede del laicismo ideologico...se esso cercherà forme di azione che non fanno appello solo alla ragione, ma, ampiamente, al sentimento religioso".

Ed ecco che dalle bordate divorziste fiorirono espressioni un po' strane. Cos'è il partito radicale? "Un partito di credenti e non credenti". Il Comitato antidivorzista degli intransigenti, dei "refrattari", i Gabrio Lombardi, i Cotta e compagnia? Un movimento di credenti autentici, credenti nella fede e non nel potere mondano della DC... Pannella aprì - a eretici e profughi da ogni chiesa o a protestanti, sempre fianco a fianco con atei, miscredenti d'ogni genere - le porte di un dibattito che fluì per canali insospettati: fogli e periodici protestanti come "La Luce", organo della Chiesa Valdese, o "Questitalia", una stupenda rivista diretta da Wladimiro Dorigo e nutrita da cattolici aperti al confronto con il mondo liberale, che a metà degli anni '60 arrivò a dedicare un numero alla denuncia del Concordato. Dorigo, "come credente", manifestava "profonda soddisfazione" per l'approvazione alla Camera della legge divorzista. A suo avviso, la dichiarazione sulla libertà religiosa uscita dal Concilio Vaticano II poneva "il problema del divorzio" in una nuova luce, quella della "libertà di coscienza".

In nome del Concilio - che aveva chiesto che in "materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza" - Dorigo sollecitava i cattolici perché a loro volta si adoperassero a far sì che godessero della massima libertà anche i non credenti, così come i credenti che assumessero su particolari problemi politici una autonoma posizione rispetto al Vaticano: da credente, chiedeva libertà - nella Chiesa - per i credenti. L'anticlericalismo pannelliano poneva il problema della religiosità non come fenomeno residuale, prodotto dell'incultura delle masse popolari affascinate dai miracoli di San Gennaro, magari nobilitata dalla famosa definizione data dal filosofo Giovanni Gentile, della religione quale filosofia "inferiore", buona per i bimbi delle elementari. Nemmeno si volgeva prioritariamente a rivendicare meriti e problematiche del cattolicesimo liberale nella sua travagliata vita risorgimentale e postrisorgimentale, come accadeva nelle coltissime pagine del "Mondo" pannunziano che lo storico Giovanni Spadolini nutriva di uno spirito politicamente mirato: ancora una volta - diciamo - in funzione di contenimento di una sinistra di classe, oltretutto eversiva, come era o si temeva fosse quella comunista.

L'iniziativa pannelliana sconvolgeva il quadro: faceva appello alla fede dei tutti - quella delle donne e dei preti, la più minuta gente di chiesa e di preghiera - esortandoli perché mettessero in discussione se stessi, e dunque la Chiesa; perché si proiettassero, nella e con la partecipazione alla vita politica e civile, alla ricerca di verità interiori più alte, più rigorose di quelle comandate dal catechismo o dal parroco. Faceva appello, anche, alla dignità del singolo, del "cittadino", perché portasse la contraddizione dell'essere insieme, appunto, cittadino e credente, al fuoco rovente di un dubbio da cui potesse scaturire una verità più alta, drammatica ma storicamente più spessa e più "contemporanea", capace di diventare verità anche "per" la Chiesa. E per questo la sua (la nostra...) era una laicità pungente, provocante e provocatoria, come può esserlo anche la nonviolenza, nello sforzo che l'una e l'altra fanno per rimettere continuamente in discussione se stesse e la loro prassi, senza chiudersi - come capita spesso ai laicisti alla Homais - in una malriposta presunzione di superiorità.

Pannella, quei radicali, esercitavano la laicità, persino con un pizzico ragionato e calcolato di "politicismo", non elaborando trattati teorici, ma parlando e dibattendo nelle piazze, nel contatto con la gente, le popolane e gli "incolti" incontrati nei comizi del più sperduto paese. Era la "agorà", la tecnica e teoria del "narrare", l'oralità, opposte al teorizzare e alla scrittura colta dei pochi per pochi. Era insomma una laicità liberatrice, delle masse e dei singoli.

Martedì, 8 luglio, 2008 - 16:30
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