Lettera pubblicata in prima pagina di Agenda Coscioni di luglio, e ri-pubblicata con citazione della fonte sulla prima pagina di Republica il 12 luglio 2008
Questa è la storia di mia madre, Livia, che coraggiosamente si è riuscita a liberare da quella terribile malattia che è la SLA. Livia, nata nel 1935, carattere forte, indipendente, amante della libertà, appassionata di libri, della bicicletta delle corse a piedi, ex infermiera, separata negli anni '80, cresce una figlia da sola. Nel 2001 le viene diagnosticata la SLA ! Lei è documentata, divora libri di neurologia e sa perfettamente a quale dramma andrà incontro. Fortunatamente è una forma più lenta delle altre, ma a poco a poco tutte le funzioni fisiche rallentano, creando innumerevoli difficoltà a compiere gli atti più scontati della vita, fino ad arrivare al suo ultimo anno, il 2007, dove decide di liberarsi del suo corpo, che ormai è diventato una prigione, prima di raggiungere l'inabilità totale e di perdere quindi ogni dignità. Era davvero difficile vivere in quelle condizioni ed anche per i suoi cari era molto doloroso vederla spegnersi con impotenza.
La sua casa era stata attrezzata, da mio marito, nei minimi dettagli perché potesse vivere sola, come da suo desiderio, non potevamo privarla anche di questa libertà, la mente era lucida e non voleva che nessuno decidesse per lei. Fortunatamente il mio lavoro part-time mi consentiva, di pranzare e trascorrere ogni giorno alcune ore con lei, prima dell'uscita da scuola del nipotino e poi di risentirci dopo cena per la buonanotte. Talvolta accennava con lucidità al suo desiderio di suicidio con me e le sue amiche, ma si reputava una vigliacca perché non aveva il coraggio di farlo e nemmeno come avrebbe potuto avere la certezza che sarebbe andato a buon fine. Come si poteva biasimarla? Noi capivamo benissimo la sua situazione, ma potevamo solo consolarla e starle vicino. Il suo desiderio era l'eutanasia, poter abbandonarsi in un sonno profondo, assistita da un medico e da me, sua figlia, nella tranquillità della sua casa, in tutta legalità. Ma questo non era possibile, non in Italia, e nemmeno alla Dignitas di Zurigo poteva essere accompagnata, senza farci subire conseguenze legali. Nell'ultimo anno le cose erano peggiorate molto, la difficoltà della parola rendeva complicata anche una semplice telefonata, si stancava dopo qualsiasi banalissima azione e riusciva a malapena a passare dalla sedia rotelle al letto o al wc, e spesso, cadendo a terra. Lei sapeva benissimo che al prossimo peggioramento avrebbe dovuto lasciarsi assistere e perdere la sua minimissima autonomia, ma non si parlava più di questo, nemmeno di suicidio. Tutti noi pensavamo che si fosse rassegnata. Quel giorno era serena e nessuno avrebbe immaginato quello che sarebbe successo.
Aveva organizzato tutto, nei minimi dettagli. Verso le 16, orario in cui nessuno sarebbe entrato in casa sua, ha raccolto tutto il suo coraggio e soprattutto le sue ultime forze, ha bevuto (con la sua cannuccia) un flacone intero di in potente sonnifero, mescolato a qualche cucchiaio di Martini (probabilmente per potenziarne l'effetto) e si è sdraiata, composta sul suo letto, infilandosi un sacchetto in testa, chiuso con il suo foulard, la sua ossigenazione era già scarsa, e si è addormentata per sempre. Ovviamente la telefonata del dopocena non ha avuto risposta. Frequentemente non rispondeva al telefono, soprattutto se si appisolava, e dopo tanti falsi allarmi, come da sue disposizioni, sarei passata a casa sua a verificare che non fosse caduta solo dopo qualche ora di silenzio. Era mezzanotte quando entrai in casa. La trovai nel suo letto. Accesi la luce e scappai per le scale piangendo, tremando, fra un vortice di emozioni il vuoto, il dolore per la perdita, la sorpresa inaspettata, ma anche la grande soddisfazione nel vedere che ci era riuscita! Vorrei averle potuto dire: "Mamma ce l'hai fatta! Sei stata coraggiosa! Sei libera!". Ha lasciato dolci bigliettini di addio a tutti noi, ribadendo la serenità nella sua decisione. Quella non era più vita. Capisco il suo gesto e lo approvo. Sono orgogliosa di avere avuto una mamma così coraggiosa. Ora le sue ceneri, per desiderio del suo amato nipotino di 9 anni, sono in un angolino di casa nostra, e talvolta mi permettono di intrattenere la famosa "corrispondenza di amorosi sensi". Firmato Sua figlia C. ***
Cara C.,
hai avuto una mamma coraggiosa e mi inchino davanti al suo agire. Se n'è andata serena e consapevole di fare la cosa giusta.Mi dispiace che non abbia trovato un medico accondiscendente che la potesse aiutare,confortandola. Sono certa che hai un bellissimo ricordo della tua mamma, proprio perchè se n'è andata in punta di piedi e non volendo disturbare. Aveva sicuramente un alto concetto della dignità della persona e si vedeva perdere giorno dopo giorno un'altra capacità vitale. Lasciamola andare e non tratteniamola,e facciamo tesoro di questa testimonianza estrema, che sia una tessera nel mosaico che la nostra Associazione sta componendo sulle scelte di fine vita oltre a quello sulla libertà di ricerca scientifica e la vita indipendente di disabili gravi. Sta in buona compagnia, una donna coraggiosa accanto a uomini coraggiosi come Luca, Piero, Giovanni e tutti gli altri che ci hanno lasciato.
Ti abbraccio con affetto a nome di tutta l'Associazione Luca Coscioni.
Mina Welby
commenti
Io lo farei
auto/eutanasia
Tanto rispetto...
cara C. che fierezza e
Un inchino per la signora,
mi sono commossa leggendo