Prima della L. 40: Roberta e Beniamino raccontano la loro storia


Siamo una coppia bolognese, e andremo a votare il prossimo 12 e 13 giugno, votando un sì convinto a tutti e quattro i quesiti, un sì motivato non solo da motivi laici, etici e politici, ma anche dall'esperienza personale.

Negli anni scorsi infatti, prima che entrasse in vigore la legge 40 sulla fecondazione assistita, abbiamo fatto ricorso alla fivet (fecondazione omologa) presso due diverse strutture pubbliche italiane, e abbiamo capito molte cose sulla nostra pelle.

Per cominciare, abbiamo incontrato nelle sale d'aspetto molte altre coppie aspiranti ad aver figli, e abbiamo capito che la fecondazione assistita riguarda potenzialmente tutti, non uno sparuto numero di persone: perché più tardi si fanno figli, come succede oggi in Italia (è un dato di fatto, un mutamento che ha tante ragioni sociali) più è probabile incorrere in problemi di infertilità o sterilità. Come è successo a noi, ci si sposa intorno ai trent'anni, si fanno tentativi in proprio per circa due anni, poi si iniziano a fare esami e preoccuparsi, e altro tempo segue per la diagnosi; nel nostro caso dopo un intervento in laparoscopia a Roberta è stata accertata una forte endometriosi, una malattia purtroppo molto frequente -una donna su dieci!- anche se poco conosciuta, che invalida la fertilità, accompagnata da chiusura delle tube, forse determinata dalla stessa malattia. Dunque una diagnosi certa di sterilità. A questo punto ci siamo messi in lista per la fecondazione assistita; l'attesa nel 2001 non era così lunga come si crede (ci eravamo iscritti a 5 diversi centri pubblici del nord-Italia e abbiamo fatto due tentativi nelle due strutture che ci hanno chiamato per prime, ovvero dopo sette-dieci mesi dall'iscrizione); ma insomma basta far due conti ed ecco che, come molte altre coppie, si è ormai fra i 35 e i 40 anni. E a questo punto si ha bisogno di fare dei tentativi assolutamente rispettosi del caso individuale e della salute e dell'età della donna (che spesso, come nel nostro caso, ha un apparato riproduttivo 'debole' o delicato), anche per quanto riguarda la stimolazione ormonale e l'impianto eventuale di embrioni: macellaia è invece questa legge che considera il ventre materno una neutra macchina incubatrice e costringe al pesantissimo impianto obbligatorio di tutti gli embrioni prodotti...

Ma per far chiarezza bisogna ricordare che regole simili erano già in vigore in non poche strutture pubbliche, prima dell'entrata in vigore di questa legge. Infatti il cosidetto far west della procreazione assistita consisteva nel fatto che, pur in regime pubblico, ogni ospedale emanava un proprio codice etico e a questo i medici dovevano attenersi (mentre magari gli stessi medici operavano in strutture private liberamente). Dunque sia nel cattolico Veneto che nella rossa Emilia-Romagna c'erano ospedali che non congelavano gli embrioni e prevedevano l'impianto obbigatorio di tutti gli embrioni fecondati: regole simili si era dato l'ospedale di Reggio Emilia, dove abbiamo effettuato il primo tentativo. Altri invece, come l'ospedale Mangiagalli di Milano, dove abbiamo effettuato il nostro secondo tentativo, applicavano un codice etico laico, che prevedeva di consultare la donna e la coppia sia riguardo al tipo di stimolazione ormonale da eseguirsi, sia riguardo al numero di embrioni da installare (permettendo anche la fecondazione eterologa). Nel nostro caso, nessuno dei due tentativi effettuati ha funzionato, ma la differenza di cura e di trattamento che abbiamo ricevuto nelle due strutture pubbliche è enorme: dalla prima di Reggio Emilia siamo quasi scappati, psicologicamente provati e inorriditi, e pensiamo con ansia e senso di ingiustizia al fatto che le regole applicate in quell'ospedale siano adesso perfino più laiche della legge 40 cui tutte le coppie devono sottoporsi.
La fecondazione assistita procede a stimolazione ormonale, per ottenere dalla donna più oociti di quelli prodotti col ciclo mestruale regolare (uno o due): se ne vuole ottenere un numero alto (da sei a dodici) perché incerta è poi la fecondazione in vitro degli oociti con lo sperma maschile (di solito se ne fecondano fra la metà e due terzi). A Reggio Emilia i medici consigliavano alte dosi di stimolazione ormonale (Roberta non rispondeva a una dose 'media' e i medici consideravano un'ovvietà che lei fosse pronta a sottoporsi a una dose alta, disapprovando i nostri dubbi); poi, secondo le regole che oggi sono legge, arrivati alla estrazione degli oociti, l'unica violenta 'scelta' che viene lasciata alla coppia era la seguente: "quanti oociti volete provare a fecondare in vitro"? Si tratta e si trattava di una scelta falsa, paradossale, che davvero violenta chi deve compierla. I medici ti facevano infatti presente che è meglio provare con tanti, perché non tutti si feconderanno; però ti dicevano anche che, nel caso si fossero ottenuti molti embrioni, nessuno sarebbe stato congelato e per regolamento etico era obbligatorio impiantarli tutti. Dunque si è posti di fronte a una scelta lacerante: rischiare di non ottenere embrioni, o rischiare gravidanze multiple (avendo poi presente l'orrendo mostro giuridico del diritto all'aborto terapeutico). E' una scelta che non ha alcuna motivazione clinica, unicamente imposta da regole cosidette "etiche".

Nel nostro caso, fallito il primo tentativo, non abbiamo assolutamente voluto ripeterne un secondo alle stesse condizioni, e ci siamo invece rivolti alla Mangiagalli di Milano dopo aver studiato il loro regolamento. Qui abbiamo trovato un'equipe medica libera di prescrivere, dosare e attuare una terapia sulla base dello studio di caso (il caso della nostra coppia), e tenuti conto dei nostri esami clinici e del precedente tentativo effettuato; il dosaggio ormonale ha potuto essere discusso e concordato apertamente con il medico, che ci ha prospettato alcune possibilità senza atteggiamento colpevolizzante; nel caso della produzione di oociti e poi di embrioni, stava a noi la scelta del numero da impiantare.

Anche il nostro secondo tentativo è fallito, e consigliati dall'equipe milanese non abbiamo voluto effettuarne altri (non abbiamo voluto tentare la fecondazione eterologa, allora avremmo potuto farlo). Ma questi due tentativi, anche se faticosi, sono stati preziosi per il nostro cammino verso il desiderio di figli, che ha poi felicemente preso strade ulteriori.

La sterilità, nel nostro caso come in quella di molte altre coppie, è una malattia, e alla stregua di qualsiasi altra malattia può e deve essere curata: oppure in Italia esistono organi di serie a e di serie b, per cui un problema al cuore ha diritto di cura, mentre un problema all'apparato riproduttivo è sottoposto a condizioni e discriminazioni, costringendo tutti a sottostare a norme violente che niente hanno a che vedere con il profilo medico e curativo.

Questo è solo il riflesso di un modo di intendere la religione pruriginoso e oltranzista, per il quale in campo riproduttivo non ci sono malattie ma solo castighi. Noi però crediamo ancora che i nostri organi (tutti, anche quelli riproduttivi) siano nostri, indifferentemente: e che tutti ugualmente appartengano a un dio che non fa preferenze. Nessuno dovrebbe accettare delle leggi fatte per soddisfare solo il desiderio di controllo di una chiesa: è sui nostri corpi che rischia di nascere il fondamentalismo; se non vogliamo vedere quanto sia violenta e fondamentalista la legge 40 è perché pensiamo non ci riguardi o perché pensiamo che il cattolicesimo sia più gentile e tollerante di altre religioni. Nessuna religione è cattiva, e nessuna religione permette di far violenza al corpo di chiunque.
Questa è una cattiva legge, che confonde le acque e cerca di imporre un pensiero non più laico: grazie a questa legge nessun medico può più operare laicamente, e una coppia infertile o sterile è posta in tanti momenti nell'insopportabile e ingiusta condizione di dover rinunciare a cure e speranze di figli. Perché per questa legge alcuni nostri organi appartengono solo a un Dio in cui non possiamo riconoscerci.

Noi voteremo quattro sì, e speriamo con tutte le nostre forze che questo referendum raggiunga il quorum e i voti necessari all'abrogazione; se non li raggiungerà sarà comunque importante essere in molti milioni a ribadire il diritto alle proprie scelte, a difendere la vita non in un paio di cellule ma nelle centinaia di uomini e donne, di coppie che ogni giorno compiono un atto d'amore.

Roberta e Beniamino, Bologna

Domenica, 5 giugno, 2005 - 12:30

commenti

ZuDiXcOSeSHy

e un augurio anche a questo bambino

che immagino abbia adesso un anno o due ... ha cominciato a vivere in salita, meno male che non è stato costretto dal destino o da colpe umane ad una lotta che così piccolo poteva vederlo soccombere (non nel senso di morire, ma di non poter diventare quello che può diventare per mancanza di affetto e di opportunità)

allora sono proprio

una coppia fortunata :-) tutto è bene quello che finisce bene ... l'ho sempre sostenuto diciamo che non ci sono ragioni affinchè perchè debba arrivare a finire la strada debba diventare più lunga e tortuosa ... già è difficile ... mi immagino l'emozione di aver dovuto allestire una cameretta in fretta e furia ... una cosa è certa: ogni bambino adottato anche piccolo ha una storia già densa alle proprie spalle (chissà quale storia quando era ancora in pancia della sua madre biologica, quale storia dopo la nascita magari prima in una casa, poi in un istituto, poi in una famiglia affidataria), idem la famiglia che lo adotta, considerato quanto ha passato prima di arrivare a poterlo abbracciare ... c'è una ricchezza di contenuti enormi ... a volte penso che la lunghezza dell'iter dell'adozione possa avere senso solo pensando che dà paretiticità di peso esistenziale al periodo antecedente del figlio e dei genitori adottivi ... tutti sono provati e forse se i genitori non lo fossero quanto il figlio non saprebbero sostenerlo adeguatamente sottolineo il forse 'notte

idem la famiglia che lo

idem la famiglia che lo adotta, considerato quanto ha passato prima di arrivare a poterlo abbracciare 

questa coppia è stata molto fortunata

Il loro caso si è risolto abbastanza velocemente, anche se non senza qualche delusione. Hanno avuto un piccolino di pochi mesi e quando è arrivato non avevano nemmeno una culla, perché ovviamente non sapevano quando avrebbero avuto un bambino e di che età. Comunque è una storia finita bene, ovviamente dopo sofferenze che puoi intuire dal loro racconto. Ciao :)

ti ringrazio

ciao :-) Ps qualcosa della pratica di adozione internazionale la so per lavoro ... la vedo la marea di carte che mi portano a legalizzare ... e quanti viaggi fanno ... tre anni tempo medio ... sommaci quelli di tentativi senza sapere di avere problemi, poi gli anni delle analisi e dei nuovi tentativi ... si arriva almeno a sei sette anni da quando si aveva pensato ad avere un figlio ...

riferirò il messaggio

Si tratta di una coppia di amici che hanno avuto fortuna. Essendo una coppia giovane hanno potuto adottare un bimbo piccolo. Però è pur sempre una strada faticosa e in salita per molte coppie. Riferirò il messaggio di augurio, farà loro piacere. Credo che tu possa raccontare la loro storia: mi hanno mandato questo testo per leggerlo ad un dibattito pubblico. Grazie a te.

mi avete commosso interessan

mi avete commosso interessante il resoconto sui diversi protocolli mi pare di capire che avete deciso di adottare mi piacerebbe rileggervi e raccontare la vostra esperienza mi sembrate una bella coppia auguri di tanta serenità :-)

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