Legge 40: i giudici la bocciano

di Domenico Danza

Il TAR del Lazio annulla, per eccesso di potere, divieto di analisi preimpianto dell’embrione

Dopo essere stata bocciata dagli ambienti scientifici di tutto il mondo, la legge 40/04 oggi subisce lo stesso trattamento dai nostri Tribunali. La relazione del ministro della Salute sui dati presentati nel 2007 sulle tecniche di PMA in Italia ha confermato gli effetti negativi dell'applicazione della legge 40 del 2004 e cioè riduzione di percentuale di gravidanza, aumento degli aborti spontanei, aumento delle gravidanze plurime, queste ultime rappresentano un incremento del rischio per la salute della donna e del nascituro. Tra i dati certi che disegnano questo triste scenario, ne manca solo uno che si può supporre con alta probabilità ma che non è stato ancora quantificato da nessuno: l'entità esatta del fenomeno del cosiddetto "turismo procreativo", ossia del numero di persone che viste le eccessive restrizioni imposte dalla legge scelgono o sono letteralmente costrette a cercare di avere un figlio altrove, creando cosi una discriminazione economica tra chi può permettersi di farlo e chi non può. Un bilancio in rosso, insomma, a voler fare i ragionieri, sotto il segno del fallimento totale i cui effetti sono sempre sotto la lente della magistratura ordinaria che sempre più spesso è costretta a ristabilire quel diritto fondamentale che è la libertà di cura e l'autonomia decisionale del medico gravemente lesa dal dettato normativo della Legge 40, la prima Legge nella quale si stabilisce un protocollo medico. Per la prima volta, infatti, i medici hanno avuto tra le mani Linee Guida non di orientamento come quelle fornite dal Piano Nazionale Linee Guida, costruite da esperti a supporto dei medici, basate sull'Evidence Based Medicine, sull'ottimizzazione globale delle cure, sull'analisi delle strategie migliori in letteratura medica. Sono state previste Linee-Guida vincolanti, ossia costrittive oltre che restrittive del campo d'azione del medico, assolutamente contrastanti con lo spirito tradizionale delle Linee- Guida che sono un orientamento, un suggerimento, ma mai un dettato, poiché ogni buon medico sa che a dettare le regole in medicina è l'unicità del paziente che si ha di fronte, la sua individualità e soprattutto il suo interesse. E invece sono arrivate le Linee-Guida vincolanti finalmente definite dal TAR "illegittime per eccesso di potere", a dettare regole se possibile ancora più coercitive della Legge. E ci sembra pertanto triste oggi, in un paese definito civile, moderno e democratico, dover ringraziare un magistrato per aver posto una questione di libertà laddove le maglie strette di norme e legislazioni hanno imbrigliato quello che è il fondamentale diritto alla libertà di cura e il costituzionale diritto alla salute. Un impianto legislativo che in materia sta diventando quasi surreale. Linee-Guida, come abbiamo ricordato, vincolanti, permettono una diagnosi osservazionale dell'embrione che significa non diagnosticare nulla, a meno che sguardi particolarmente intensi, secondo gli estensori, non abbiano particolari poteri diagnostici a molti di noi sconosciuti. E poi una Legge di Stato, la stessa legge 40 che al contrario non pone limiti alle metodiche di diagnostica preimpianto quando spiega che si possono effettuare indagini cliniche per finalità diagnostiche e terapeutiche. Per ritornare, invece, ai paradossi e alle coercizioni che ci ha regalato l'impianto legislativo della Legge 40 basta pensare ai tre embrioni. Dare la possibilità almeno di produrne tre rappresenta l'ammissione della consapevolezza che non tutti gli embrioni possono avere la stessa vitalità e quindi di impiantarsi dando concrete speranze di gravidanza: fattori variabili quali età, patologie, cause di sterilità diversificando gli individui conferiscono loro diverse potenzialità riproduttive. La legge 40 non tiene conto di queste differenze e prevede un trattamento sanitario standard che penalizza le coppie più " deboli riproduttivamente" ed entra in contrasto con il diritto costituzionale di tutela della salute creando discriminazioni su più livelli. La riduzione dei risultati legata all'obbligo che ha il medico di eseguire la stessa terapia per tutte le coppie senza poterla personalizzare in base alle loro diversità biologiche si traduce, infatti,in un aumento del rischio per la salute delle donne in quanto costrette alla reiterazione di tentativi con sofferenze non indifferenti sul piano fisico e non di meno su quello psicologico. Quest'ultima sentenza sottolinea ancora una volta come sia impossibile impostare e ispirare i valori di una legge sul concepito senza entrare in conflitto oltre che con il complesso di norme giuridiche che ci governano anche con i valori fondanti che ispirano la nostra Costituzione democratica. Non c'è dubbio, credo, che l'interesse del concepito concretamente si arresti davanti al prevalente interesse della donna della sua salute fisica e psichica. Un concetto chiaro già trent'anni fa quando la Corte Costituzionale spiegava chiaramente che non esiste equivalenza tra diritto non solo alla vita ma anche alla salute di chi è già persona rispetto a chi persona deve ancora diventare.

Lunedì, 4 Febbraio, 2008 - 14:28
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