Libertà e neutralità

Liberalismo dei fini oltre che dei mezzi

di Piergiorgio Donatelli

La società liberale alla prova della rivoluzione bio-scientifica

La cultura liberale ha messo al centro due famiglie di idee, legate da una parte al rifiuto della crudeltà e dall'altra al rispetto della soggettività. In termini più tecnici, possiamo parlare del valore della promozione del benessere e del principio di libertà, come John Stuart Mill lo definisce, e cioè la sovranità su se stessi nei limiti in cui ciò non danneggia l'eguale libertà degli altri. Le idee di libertà personale e il rifiuto della crudeltà si sono imposte nelle nostre società come il frutto di una trasformazione culturale complessiva. Insisto su questo punto perché è molto diffusa, invece, la tesi di una neutralità delle idee liberali rispetto alle altre idee che compongo le visioni personali degli individui. Bisogna fare chiarezza perciò sul concetto di neutralità. L'idea di neutralità è collegata a due linee importanti nella tradizione liberale: è collegata a quella che potremmo chiamare un'interpretazione etica del liberalismo, rappresentata ad es. da John Rawls, secondo cui il cuore del pensiero liberale consiste nell'affermazione di un principio di non interferenza della vita personale; ed è connessa a un'interpretazione che potremmo chiamare economica del pensiero liberale, come una concezione gradualista e antingegneristica della società (ad es. von Hayek). Questa seconda interpretazione del liberalismo può portare a pensare che il consolidarsi di una società liberale non può interferire con la logica che governa la società stessa, che si tratta invece di comprendere questa logica (di tipo economico e sentimentale) per farla funzionare al meglio. Anche in questa luce, quindi, sembra di nuovo che i liberali si debbano tenere fuori dalla contesa circa le visioni del mondo, che debbano rimanere neutrali. Vi è un senso in cui i liberali tengono necessariamente alla neutralità: essi sono impegnati a difendere la libertà personale e quindi l'antipaternalismo e la battaglia contro il dirigismo. È ovvio che la componente etica del liberalismo (la protezione di una sfera di discrezionalità assoluta nella vita degli individui) e la componente economica (la difesa di un assetto politico che promuove l'iniziativa privata) sono essenziali per la posizione liberale. Però credo che sia importante non caratterizzare questa vena neutralista del liberalismo in modo tale da non riconoscere che il pensiero e la tradizione liberale si sono caratterizzati come una fonte di revisione critica della cultura complessiva delle società. Anche nella ricezione più recente nel nostro paese, poniamo nei confronti delle religioni, sembra che la linea liberale debba dettare un lasciar stare, una non ingerenza in sfere come la religione. Mentre la storia del pensiero e della pratica liberale (sociale, politica, costituzionale) è stata caratterizzata da una doppia mossa: dalla protezione della religione, ad esempio, e con essa l'intera sfera degli orientamenti personali, assieme alla critica netta della religione come potere politico e istituzionale. I liberali hanno visto bene che il principio di libertà di confessione religiosa può essere difeso e realizzato solo nei limiti in cui si combatte la religione come fonte della vita associata, solo attraverso una dislocazione della religione dentro la sfera della coscienza. In questo senso, il pensiero liberale non ha difeso solo la neutralità del pubblico rispetto al privato (poniamo l'orientamento religioso) ma lo ha fatto operando una revisione critica delle tradizione religiose, del loro significato e del loro ruolo nella società. Ma ciò è accaduto per tutti i materiali culturali e sentimentali su cui la tradizione liberale è entrata in contatto. Mill è un autore classico che ci può aiu- tare a comprendere questo punto. Egli è il più limpido difensore dell'idea di neutralità, che egli spiegava nei termini della tesi della sovranità assoluta di ciascuno nel proprio privato e cioè sul proprio corpo e sulla propria mente, nei limiti in cui non mettiamo a repentaglio l'eguale sovranità degli altri individui, ma al contempo non lascia il privato a se stesso ma impegna invece la società liberale a criticare e a educare gli individui nella sfera privata. Sto segnalando quindi un problema per il liberalismo contemporaneo: la mossa di distinguere tra sfera privata e pubblica tende ad assomigliare a una mossa in cui si abbandona il privato a se stesso. È come se il liberalismo neutralista avesse fatto propria, nella sfera privata, l'idea tipicamente scettica e positivista secondo cui dei fini non si può disputare. Ora mi sembra che la posizione di Mill sia molto diversa e che valga la pena di sottolineare e di sviluppare questa distanza da linee importanti del liberalismo contemporaneo, le quali hanno generato poi la vicenda complessa, in cui ancora ci troviamo, di risposta a questo neutralismo e di difesa invece del ruolo delle identità e delle culture nella sfera pubblica. Mill è lontano da questo orizzonte perché egli non fa della distinzione tra pubblico e privato una dicotomia. Le due sfere sono connesse tra di loro. Ciò che rientra nella sfera privata è funzionale alla definizione del pubblico e viceversa. Allo stesso modo non si tratta semplicemente di spostare materiali che abitano nella sfera pubblica in quella privata (come le credenze religiose), ma di reinterpretare e di trasformare tali materiali per renderli candidati adeguati a rientrare nella sfera privata. Secondo Mill la dislocazione nella sfera privata va vista da due punti di vista. Da una parte si deve controllare che i materiali dislocati nella sfera privata siano tali da consentire agli individui di essere capaci di avere una vita pubblica e cioè di mantenere vivo il principio di libertà, sviluppando un rispetto attivo nei confronti delle esistenze individuali degli altri, un interesse rispettoso della loro sfera di libertà, un interesse verso credenze e stili di vita da cui si potrebbe imparare e migliorare. Dall'altra si deve controllare che i materiali trasferiti nella sfera privata consentano l'espressione e lo sviluppo di sé e non costituiscano invece un ostacolo alla possibilità di fare di sé qualcosa di unico e personale. Perciò il liberalismo di Mill richiede da una parte la distinzione, tipica della tradizione liberale, tra pubblico e privato, dall'altra non abbandona il privato e i suoi materiali a se stessi ma si impegna in una reinterpretazione e trasformazione di essi, in un'operazione critica. La possibilità di costruire una società liberale rispettosa verso la libertà individuale richiede che nutriamo un interesse critico verso le modalità di educazione e di espressione del proprio io, un interesse critico verso i materiali della cultura interna dell'individuo. Se consideriamo ora i temi della bioetica, possiamo vedere come essi tocchino in modo centrale i principi del pensiero liberale e chiamino in causa una revisione della cultura complessiva. Da una parte, è chiaro che tutti i temi dei cambiamenti delle scienze biologiche e in generale della bioetica all'inizio ma anche alla fine della vita sono temi liberali, cioè chiamano in causa aree da proteggere come personali e che sono quindi fonti di diritti inalienabili, e al contempo occasioni per minimizzare la sofferenza o positivamente per migliorare le condizioni delle persone e del genere umano. Prendiamo ad esempio le questioni all'inizio della vita, che riguardano tra le altre cose le nuove tecniche riproduttive, la diagnosi preimpianto, l'uso delle cellule staminali per la ricerca. Qui sono chiamati in causa: la sovranità della donna sul suo corpo, in sfere così intime e significative come la sessualità e la procreazione, e la qualità della vita e la salute del nascituro. La ricerca scientifica in questo campo è essa stessa espressione di vari temi liberali: la ricerca è innanzitutto un esempio significativo del tema della libertà di pensiero; ma la libertà di ricerca consente di dare contenuto alla individuazione concreta di condizioni di vita migliori per il genere umano, che è sia parte dell'idea liberale di promuovere per quanto è possibile il benessere e la qualità della vita sia dell'idea, espressa ad esempio nella nostra Costituzione, di un diritto alla salute, cioè della difesa delle condizioni minime che consentono di avere una vita da vivere in modo proprio e personale. Cosa fanno i liberali quando leggono in queste circostanze, come quelle legate alla procreazione, i loro principi di libertà e di qualità della vita? Ho suggerito finora che non dovremmo pensare alla tradizione liberale come la difesa di certi principi, che sono neutrali e indipendenti rispetto alla cultura complessiva e ai modi di vedere delle persone, ma come un motore di revisione critica della società e delle sue tradizioni culturali. Quindi, la difesa della libertà e della qualità della vita nei temi della bioetica, poniamo all'inizio della vita, costituisce un modo di cambiare la percezione di queste circostanze, di trasformare i concetti coinvolti: di nascita, di procreazione, di ciò significa preoccuparsi del bene dei nascituri. Nel mettere in collegamento queste aree della vita con le idee di libertà e di felicità i liberali hanno contribuito a trasformare il significato di queste aree. Non credo che sia una ricostruzione adeguata quella di sostenere che la tradizione liberale si è mantenuta neutrale. Al contrario, l'idea stessa di neutralità è stata conquistata trasformando radicalmente la scena concettuale delle nostre società. Prendiamo ad esempio il concetto di procreazione. L'idea che ci sia una libertà della donna sul suo corpo in questo campo, che la procreazione sia una questione di scelta e quindi sia di libertà sia di responsabilità, è stato l'esito di una trasformazione radicale del concetto di procreazione, di dislocazione della procreazione dalla sfera della natura che fa il suo corso, e che va rispettata e onorata in quanto intangibile, alla sfera di ciò su cui si sceglie e si interviene. Mettere la libertà della donna al centro delle questioni procreative, come ha fatto la storia liberale, ha significato trasformare radicalmente il concetto di procreazione, e quindi anche di donna, il significato della distinzione tra maschile e femminile, e quindi di corpo e di cosa significa che il corpo è fonte di scrupoli morali. Possiamo vedere in modo chiaro il contrasto tra come il corpo è fonte di scrupoli morali in questioni come la sessualità nelle società tradizionali, attraverso il concetto di onore e di castità delle donne, e nelle società moderne, attraverso il concetto di rispetto della privatezza e dell'intimità. Questo è un contrasto concettuale fondamentale, una differenza di visioni, di percezioni e di sentimenti. Penso che dovremmo vedere i liberali e la loro tesi centrale che è quella di distinguere tra pubblico e privato, e quindi l'idea di una neutralità del pubblico rispetto alle scelte nel privato, come il frutto di una trasformazione culturale e concettuale radicale e non semplicemente come l'applicazione dell'idea di neutralità a queste situazioni, come il corpo e la sessualità. I liberali hanno fatto valere l'idea di una sovranità della donna sul suo corpo in scelte intime come quelle della sessualità e della procreazione trasformando le nozioni di corpo, di sessualità e di ciò che significa essere donne e uomini. Ho insistito sull'idea che la cultura liberale è una vera e propria cultura complessiva e che i suoi meriti non dipendono dal fatto che ci sono principi liberali extra-storici, universali, invulnerabili, sul modello trascendentale di Kant o sul modello giusnaturalista dei diritti naturali. I meriti della cultura liberale si vedono se confrontiamo cosa significa vivere in una società, ad esempio, con le idee di rango, onore, castità, o in una società con le idee di eguaglianza, preferenza sessuale, intimità. Questa insistenza, questa rilettura della tradizione liberale ha vari scopi. Innanzitutto, attraverso di essa arriviamo a vedere come i principi liberali siano come delle espressioni abbreviate di qualcosa di più vasto e largo che è un'intera cultura, un modo di vedere le cose, un modo di reagire, atteggiamenti e sentimenti. E chiaramente questo è un modo oneroso di porre la questione liberale. In particolare, significa che la difesa dei principi liberali chiama in causa la difesa di un'intera cultura, in particolare nel significato riflessivo che ha il concetto di cultura e cioè non semplicemente le condotte ma anche la consapevolezza critica e riflessiva del perché si agisce in un certo modo (che è il problema dell'Italia). Ciò ha varie conseguenze. Come ho detto, non è adeguato l'atteggiamento liberale facilmente neutralista declinato in vari modi, tra cui il lasciar fare, come se la società liberale potesse convivere anche in condizioni culturali in cui nessuno è animato da convinzioni liberali. Qui si vede come i liberali non possono conciliarsi troppo facilmente con culture che avversano profondamente il liberalismo (ad esempio il cattolicesimo interpretato come una dimensione di vita antimoderna, che è l'autointerpretazione che caratterizza il presente pontificato). Inoltre, dovremmo respingere le interpretazioni della società liberale che la concepiscono secondo uno schema prefissato e chiuso. Ciò che è fertile e interessante nel punto di vista liberale sono i nuovi modi di vivere che sono scoperti. In effetti, non sappiamo cosa potrà significare libertà, individualità e felicità nel futuro, e quella liberale è anche una battaglia per questo tipo di avventura in cui non sono scritti gli esiti sin dall'inizio. In questo senso, al posto dell'immagine del pensiero liberale come una forma di liberazione dai pregiudizi per elevarsi alle vette della ragione purificata, mi sembra migliore l'idea della società liberale (difesa da Isaiah Berlin, ad esempio) come un luogo in cui scopriamo nuovi modi di vivere, nuovi modi di essere felici e di essere se stessi, di sperimentare solidarietà e legami. In questo senso credo che le nuove scoperte nella ricerca biologica costituiscano chances di cambiamento positivo, perché consentono di sperimentare forme di vita nuove: di minimizzare la sofferenza, di migliorare la qualità della vita, di preoccuparsi in modo responsabile e attivo del benessere delle generazioni future. Ma ciò dipende e dipenderà dalla capacità di costruire una cultura attorno a queste innovazioni e a questi cambiamenti. Possiamo vedere i temi più recenti della bioetica in questa luce. Portare la procreazione per intero nel campo della scelta e della responsabilità, e perciò estendere la responsabilità a molti aspetti che ora fanno parte di ciò che non controlliamo, trasforma radicalmente il concetto di procreazione e di ciò che significa volere il bene del proprio figlio. Ci sono chances molto positive ma anche pericoli, ad esempio che un allargamento ampio della responsabilità nei fatti (attraverso un uso generalizzato del counseling genetico) non sia accompagnato da un concetto di responsabilità all'altezza delle nuove circostanze. I liberali devono e sono in grado di affrontare questi temi. In questo senso, però, è meglio se pensiamo alla tradizione liberale come l'invenzione e la costruzione di una cultura e non solo come un arbitro neutrale di un gioco a cui essa non prende parte.

Martedì, 4 novembre, 2008 - 15:57
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