"Ma il Cardinale non vuole capire"


La Stampa
23/01/2007
di Flavia Amabile

Mina Welby, ieri per la prima volta il cardinale Ruini ha parlato ampiamente di suo marito Piergiorgio Welby. Lo ha descritto come uno che ha «perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita».
«Il cardinale Ruini ancora oggi non ha capito la storia di mio marito. Piergiorgio è stato addormentato per poter morire tranquillo, non è stato ucciso. Si è fatto tutto in modo accurato, preciso, ha rifiutato la cura del ventilatore e questo è avvenuto con una sedazione. Ruini forse non sa qual è il significato della parola eutanasia. Vi include tutte le morte dolci e anche il rifiuto di accanimento terapeutico».

Il presidente della Cei fa confusione?
«Sì è un po’ confuso nella sua terminologia e penso anche che sia una confusione voluta».

Una confusione strumentale?
«I radicali non sono graditi alla Chiesa, sono anticlericali, il che non vuol dire essere contro la Chiesa ma contro certe concezioni che arrivano dalla Chiesa. Per combatterli può servire anche agitare di continuo questa parola».

Il cardinale Ruini ha fiducia in una conversione di Welby «nell’istante della morte»...
«Piergiorgio era sicuro di sé il pomeriggio del 20 dicembre. Mi ricordo che ne parlammo. Gli dissi: “Piergiorgio incontrerai il tuo papà, tutti quelli che ti erano cari, anche il tuo amico Luca”. Mi fece l’occhiolino e mi sussurrò un “sì” ma non so se questo volesse dire che pensava davvero che esistesse un aldilà o che credesse in Dio. Su queste cose è sempre stato molto riservato. So che era in pace con Dio, che non aveva nulla per cui essere rimproverato né di cui pentirsi».

Perseverare lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre fine alla propria vita - come sostiene il cardinale Ruini significa che per la Chiesa cattolica Welby si è suicidato.
«Non ha voluto uccidersi. Era solo terribilmente stanco e sofferente. L’aria del respiratore gli gonfiava il petto, questo gli provocava fortissimi dolori. Non poteva nemmeno prendere antidolorifici perché gli creavano ulteriori dolori. Durante gli ultimi giorni stava sempre peggio, dovevo di continuo raddrizzarlo, mi diceva: “Non ce la faccio più”. Mina, mi capisci?».

E lei?
«Ancora adesso vedo i suoi occhi imploranti che mi dicevano “basta!” e mi vengono gli scrupoli, perché invece gli ho fatto coraggio, ho insistito perché andasse avanti. Ogni tanto mi diceva “spegni il respiratore poi vai in cucina e accendi la radio”. In cinque-dieci minuti sarebbe morto soffocato, ma non volevo che soffrisse, non me la sono sentita. Ma lui voleva soltanto liberarsi da una vita che non riteneva più vita. Non mi sembra che questo sia un suicidio. Anche Giovanni Paolo II ad un certo punto ha detto: “Lasciatemi andare alla casa del Padre...”».

Il cardinale Ruini rivela anche che il suo «no» ai funerali non è stato privo di sofferenza.
«Dopo tutto questo tempo rispondo che è stato quasi preferibile. Il rifiuto ha portato a una discussione che ci ha arricchito».

Lei si è sempre dichiarata cattolica. Lo è ancora?
«Certo, mi sento assolutamente libera di pensare e dire quello in cui credo. Non mi risulta che Gesù abbia mai trattato male un moribondo o un malato...».

Martedì, 23 gennaio, 2007 - 12:36

commenti

Riflessione sull'articolo de La Stampa

Cito e commento alcune dichiarazioni della signora Welby nell'intervista de La Stampa: - "Il cardinale Ruini ancora oggi non ha capito la storia di mio marito. Piergiorgio è stato addormentato per poter morire tranquillo, non è stato ucciso." Io penso, e penso che lo pensiate anche voi, che quello che si fa con l'eutanasia è uccidere. Uccidere per una giusta causa, può essere, ma uccidere. Uccidere qualcuno che ha sofferto molto, troppo, e non ce la fa più a resistere, ma uccidere... Mi sembra quantomeno pericoloso arrivare a dire che Piergiorgio Welby non sia stato ucciso. Ma non si tratta di una valutazione morale nè giuridica, solo di una costatazione dei fatti. Il negare che Welby sia stato ucciso, paradossalmente, nega il senso stesso della sua battaglia per il diritto alla vita e soprattutto per il diritto alla morte, che ai Radicali sta così a cuore. - "non so se questo volesse dire che pensava davvero che esistesse un aldilà o che credesse in Dio. Su queste cose è sempre stato molto riservato. So che era in pace con Dio, che non aveva nulla per cui essere rimproverato né di cui pentirsi». La fede e la spiritualità personali non sono cose di cui è agevole parlare, ma dico solo una cosa: per il cristiano nessun uomo non ha nulla per cui essere rimproverato o di cui pentirsi. Non perché sia una religione triste e infelice, ma perché il cristiano ha, fino all'ultimo, la consapevolezza che sta nelle mani di Dio, e che lui solo sa quanto abbiamo da pentirci per quello che abbiamo, o non abbiamo, fatto in vita. - "Ma lui voleva soltanto liberarsi da una vita che non riteneva più vita. Non mi sembra che questo sia un suicidio. Anche Giovanni Paolo II ad un certo punto ha detto: “Lasciatemi andare alla casa del Padre...” Per favore, si evitino citazioni di cui non si capisce il senso... Il senso della frase di Giovanni Paolo II sta nella comprensione di aver completato il proprio viaggio in terra, di essere (o meglio, di ritenersi) pronto per lasciare questo mondo, pronto per essere accolto tra le braccia del Signore, che lo ha chiamato. Giovanni Paolo II non ha richiesto nè ha sperato di morire, perché vivere era quello che voleva, svolgendo il suo ministero fino all'ultimo minuto, mentre c'era chi gli consigliava di "lasciar andare", "lasciar perdere" per evitare le sofferenze che invece ha voluto patire per arrivare dove è arrivato. Mi pare un accostamento privo di considerazione e di rispetto per entrambe le figure considerate. - Il cardinale Ruini rivela anche che il suo «no» ai funerali non è stato privo di sofferenza. «Dopo tutto questo tempo rispondo che è stato quasi preferibile. Il rifiuto ha portato a una discussione che ci ha arricchito». Personalmente, mi è dispiaciuta la scelta del Vicariato, non perché non trovassi nella lettera del Catechismo della Chiesa Cattolica una motivazione valida, ma perché penso che la scelta stessa avrebbe dovuto essere motivato molto molto meglio, e non solo annunciata. Una scelta del genere, e di questa entità mediatica, se è chiara e limpida ai cardinali, può non essere tale anche per i fedeli e soprattutto per i non credenti. Per questo io credo che, appunto per quel dialogo che la signora Welby auspica e apprezza, la decisione, seppur condivisibile, avrebbe dovuto essere spiegata molto meglio, per esigenze di chiarezza e di onestà verso tutti. Credo anche che il dialogo sia basato sulla comprensione delle idee delle parti in dialogo. - Lei si è sempre dichiarata cattolica. Lo è ancora? «Certo, mi sento assolutamente libera di pensare e dire quello in cui credo. Non mi risulta che Gesù abbia mai trattato male un moribondo o un malato...». Non mi risulta neanche che abbia lasciato morire nessuno, ma che lo abbia compatito, consolato, curato, aiutato. Nè mi risulta che individui parte della Chiesa Cattolica si siano mai permessi di "trattare male un moribondo o un malato", cosa evidentemente deprecabile a prescindere dalla sensibilità cristiana. La signora Welby è e deve rimanere libera di pensare e dire quello in cui crede, ma forse un poco di esame di coscienza sulla Parola di Gesù potrebbe essere d'aiuto, almeno per correggere certe citazioni.

Risposta a: "Riflessione sull'articolo de La Stampa"

"Mi sembra quantomeno pericoloso arrivare a dire che Piergiorgio Welby non sia stato ucciso. Ma non si tratta di una valutazione morale nè giuridica, solo di una costatazione dei fatti. Il negare che Welby sia stato ucciso, paradossalmente, nega il senso stesso della sua battaglia per il diritto alla vita e soprattutto per il diritto alla morte, che ai Radicali sta così a cuore." Sono d'accordo, e credo che, (spero che nessuno voglia negarlo) il lasciarlo in vita in quelle condizioni sarebbe stato molto peggio che ucciderlo, perchè, se è vero che è stato ucciso, a tale affermazione segue...è stato ucciso perchè l'ha chiesto. E l'ha chiesto perchè era arrivato a una condizione di incredibile sofferenza. Uno Stato che si dichiara tale, non può condannare un uomo a un tale grado di sofferenza. E' obbligato, in quanto Stato, a intervenire per tutelare chi appartiene allo Stato ed esercita, richieste motivate e lecite e motivate da una precisa condizione (in questo caso la malattia). Capitoli Ruini: la sua è stata decisione politica. Difatti, i funerali sono normalmente concessi a chi si suicida. L'errore (errore per la Chiesa) di Welby è stato quello di farne un caso pubblico: e Ruini doveva rispondere con un'azione pubblica. Affermi inoltre: "Non mi risulta neanche che abbia lasciato morire nessuno, ma che lo abbia compatito, consolato, curato, aiutato. Nè mi risulta che individui parte della Chiesa Cattolica si siano mai permessi di "trattare male un moribondo o un malato", cosa evidentemente deprecabile a prescindere dalla sensibilità cristiana." Io penso che non permettere a Welby di chiedere l'eutanasia, sia molto più grave di trattare male un moribondo...significa disonorarlo, deturparlo dei suoi diritti, negargli la sua stessa vita, significa depredarlo della dignità. E di questo, la Chiesa è colpevole.

Eraldo Ciangherotti

Col tuo intervento, hai ben difeso Piergiorgio Welby, anche se probabilmente...ti sfugge. E quindi hai difeso la sua Associazione. Hai detto che la vita va rispettata fino alla sua NATURALE conclusione. Appunto, rileggiti il messaggio di Welby a Napolitano, Piergiorgio chiedeva proprio di interrompere la vita ARTIFICIALE che gli era data da una macchina. La conclusione naturale della vita di Piergiorgio era già stata segnata: poi una macchina, artificialmente l'ha rimandata. Un grazie, quindi, per aver espresso le stesse cose che Piergiorgio Welby portava avanti. Davide Alessandro Ferrari P.S. invio per la seconda volta questa risposta, dato che hai pubblicato il tuo intervento 2 volte.

Associazione Coscioni: le nuove pompe funebri del 3° millennio

Associazione Coscioni: le nuove pompe funebri del terzo millennio Maria Antonietta Coscioni va in giro per l’Italia a trovare clienti, tra i malati, da convincere per assicurare loro, in nome della libertà, un “protocollo di uscita” davvero mozzafiato. Questa donna dice nell’ultimo anno di essere stata colpita da avvenimenti di grande significato emotivo, la morte del marito Luca Coscioni che ha rifiutato la tracheotomia per dire basta alla vita, la nomina a Presidente dei Radicali italiani al fianco della “coppia di fatto” Pannella-Bonino, infine gli ultimi 88 giorni di vita di Pier Giorgio Welby, prima che il Dottor Marco Riccio ne causasse volontariamente e deliberatamente la morte. Adesso eccola arrivare a Genova gridando subito “una legge per l’eutanasia”. Ci prende in giro la Signora di 36 anni, bella e volitiva, perché non vuole dire che ai Radicali della vita dell’uno piuttosto che dell’altro malato non interessa nulla se non l’usarli per ottenere la legalizzazione di un diritto a morire che mai potrà diventare tale. Perché in Italia ad un diritto che viene concesso corrisponde sempre un dovere da parte delle Istituzioni di garantirlo, e grazie a dio, nessuno può specializzarsi in medicina per somministrare la morte. D’accordo con il Cardinale Martini laddove sottolinea che l’accanimento terapeutico è la terapia sproporzionata rispetto alla condizione del malato, ma l’eutanasia resta un omicidio. La grande vedova che gira anche come conferenziera ci vuole convincere che l’eutanasia è una via di uscita dalla sofferenza, ma in nome del diritto alla libertà, si vuole annullare il fondamento stesso della libertà, che è la vita. Resta la strada delle cure palliative e delle terapie del dolore, oggi molto avanzate, ma di cui non si come mai, la Signora Coscioni e tutto il suo staff non fanno cenno alcuno. Probabilmente la gestione della morte è più interessante della gestione della vita. Non ci sono, è vero, solo le sofferenze fisiche ma anche quelle psichiche ed emotive alle quali dobbiamo cercare di trovare risoluzione senza cedere alla tentazione della morte. Dare un senso al tempo della morte non vuol dire né praticare l’eutanasia né eccedere nell’accanimento terapeutico. La vita non deve essere allungata e neppure ridotta, deve solo essere rispettata come un bene di cui ciascuno gode fino alla sua naturale conclusione.

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