Gianni Bonadonna, Medici umani, pazienti guerrieri

Baldini Castaldi Dalai, 2008, pp. 188, euro 17,00

Gianni Bonadonna è un oncologo di fama internazionale che per anni ha lavorato all'Istituto dei Tumori di Milano raggiungendo risultati notevoli nello studio di farmaci per il trattamento di alcune forme di cancro. Nel 1995 un ictus interrompe bruscamente la sua carriera professionale. Dopo una lunga riabilitazione inizia il suo impegno, insieme ad altri medici ammalati, per cercare di cambiare la pratica medica rendendola più umana. Nasce il gruppo Dall'altra parte che in un libro edito nel 2006 da Rizzoli pone le basi di questa battaglia portata avanti soprattutto attraverso conferenze e pubblicazioni e, alla fine del 2007, anche attraverso la "Consulta dei medici ammalati" insediata dall'allora ministro della Salute Livia Turco con il compito di elaborare un Libro Bianco di proposte per il rinnovamento della medicina e della sanità (a proposito: che fine ha fatto?).

Il dato per me significativo di questo libro è che il professor Bonadonna arriva a giudicare "i limiti umani della medicina clinica fondata in prevalenza sui dati di laboratorio" grazie al fatto che lui stesso è stato il "medico dei protocolli, della statistica applicata alla cura dei tumori, un ragionatore apparentemente freddo e distaccato". Malgrado oggigiorno la medicina abbia raggiunto un grado elevato di conoscenza ed esista una terapia adeguata per un vasto numero di malattie sempre più pazienti preferiscono rivolgersi alle cosiddette medicine alternative se non a coloro che Bonadonna definisce senza mezzi termini cialtroni. Nella maggioranza dei casi si tratta di un rifiuto della medicina occidentale, sempre più specialistica ma interessata più alla malattia come insieme di sintomi piuttosto che alla sofferenza del malato.

Secondo il celebre oncologo la causa principale di questo distacco tra classe medica e pazienti va ricercata in parte nella trasformazione dei medici di famiglia "in un esercito di impiegati a stipendio fisso" e indica, quale via d'uscita, la valorizzazione di questa figura riportandola in qualche modo alle sue origini. Fino a non molto tempo fa, infatti, quando la scienza medica era ancora molto lontana dai traguardi odierni, la risorsa principale del medico di famiglia derivava dal conoscere a fondo i suoi pazienti, dal saperli capire e consigliare e, nei casi estremi, sostenere e confortare, perché quando l'ammalato è grave e la medicina dice che non c'è più niente da fare invece, a quel punto, si può fare molto (e Bonadonna non trascura di sottolineare l'importanza delle terapie del dolore, fondamentali nell'era della medicina tecnologizzata). Più discutibile è la parte del libro che Bonadonna dedica all'eutanasia, in cui sottolinea che per lui essa non fa parte della pratica medica (mentre si dice a favore del testamento biologico). Cita il caso di Piergiorgio Welby, che fa rientrare in una discussione generale sull'eutanasia che definisce una "propaganda alla morte".

Parla anche di "sarabanda politica" creata attorno al suo caso, di "uso strumentale della sofferenza" e afferma che il medico dovrebbe ascoltare la propria coscienza per evitare al malato di raggiungere uno stadio di dolore e di strazio insopportabili: "Quando un malato chiede ad un medico di interrompere un'esistenza non più degna di essere chiamata così, la risposta può venire soltanto dalla coscienza". E' mia opinione che l'autore compia in questo caso un errore di prospettiva. Jacques Pohier, che Welby citava spesso per il suo concetto di "morte opportuna", dice che il nodo centrale non è tanto la relazione del medico con il paziente e la sua malattia, bensì quella del malato stesso con la propria malattia.

E' la coscienza del malato che il medico umano deve interrogare e le misure che poi conseguentemente deve prendere rientrano piuttosto nel campo della deontologia. Sentirsi ripetere ancora una volta che battersi per una legge che regolamenti l'eutanasia significa non curarsi dei malati che invece vogliono continuare a vivere e a vedere rispettati i propri diritti significa non attribuire un reale primato alla coscienza e alla libertà personali e stilare una classifica della dignità delle diverse scelte (premesso che siano ponderate e consapevoli).

Giovedì, 10 luglio, 2008 - 16:49
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