Mega-città Mega-problemi

di Nicolas P. Retsinas

Il mondo ha raggiunto una situazione di iper-urbanizzazione: il 2007 segna il primo anno in cui più della metà della popolazione mondiale è "urbana", non "rurale". In effetti siamo entrati nell'era delle "mega-città", metropoli con più di 10 milioni di abitanti. Nel 1950 solo Tokyo e New York avevano raggiunto quella soglia. Oggi ci sono 20 mega-città, tra cui Città del Messico, Karachi, Manila, Dacca, Lagos, Giacarta, e Chongqing. Questo fenomeno di drastici spostamenti di popolazione non è senza precedenti. Durante la Rivoluzione Industriale, le concentrazioni di popolazione nelle città europee e americane facevano parte, e ne erano il contraltare, di una economia rurale. Ma il progresso economico e tecnologico di quei tempi era avvenuto al prezzo di decenni di fetidi slum, spaventosa mortalità infantile, e terribili epidemie. Questa volta, con città 10 volte più grandi e una domanda di lavoratori incerta, i costi potrebbero essere esponenzialmente più grandi. In generale, un ottimista potrebbe rallegrarsi dell'urbanizzazione, in quanto segno di modernizzazione: la probabilità che cittadini dei paesi sviluppati vivano in città è molto maggiore di quella dei cittadini di paesi ancora in via di sviluppo (74% contro 43%). La città, in fin dei conti, è un centro di cultura, una calamita che attira artisti, scrittori, musicisti: il luogo dove gli spiriti creativi creano. Le grandi città hanno compagnie di ballo, spettacoli operistici, orchestre. Ancora, la città è il luogo dove si concentrano le industrie, che generano il grosso del prodotto interno lordo della maggior parte dei paesi. Ancor più, la città è un centro di sviluppo delle idee. Il mescolamento delle persone stimola l'innovazione intellettuale che alimenta le società più vivaci, almeno nel mondo sviluppato. Ma l'urbanizzazione, storicamente, ha anche creato le premesse per una classe povera, di cittadini con impieghi marginali o disoccupati, che vivono in una crudele disperazione. Pensiamo alla Londra di Charles Dickens: Scrooge voleva ridurre la "popolazione in eccesso".; oppure pensiamo alle riflessioni di Karl Marx sul "lumpen proletariat", condannato alla sussistenza. Il colera, il tifo, l'influenza, sono malattie che hanno falciato molte vite, in tutto il 19.mo e parte del 20.mo secolo. Poi, col tempo, questi orrori sono finiti, quando furono create le infrastrutture: acqua potabile, fognature, leggi sul lavoro, istruzione pubblica, progressi della medicina. Col tempo, nel 19.mo secolo, le città si sono trasformate in luoghi di vita brillante. Oggi, Dickens e Marx potrebbero felicemente prendere un cappuccino a Firenze, andare all'opera a Londra, al Covent Garden, o perlustrare i musei di Parigi. Le città americane ed europee hanno ancora folti gruppi di poveri, certamente. Vivono in piccoli appartamenti con poche comodità, ma non muoiono più, né di fame né di colera. Gli immigrati, in particolare, che si affollano - legalmente o no - in queste città sviluppate, confidano che, per quanto disperate siano le ristrettezze in cui vivono, i loro figli staranno meglio. Le nuove mega-città, in ascesa nel mondo in via di sviluppo, possono tuttavia scoraggiare anche il più incaponito degli ottimisti. Si tratta di spaventosi agglomerati di gente, attirata non tanto da una promessa di prosperità, ma da una speranza di pura sopravvivenza. La popolazione di migranti che invade la maggior parte di queste aree urbane in esplosione proviene dalle campagne dello stesso paese. In Cina, per esempio, 150 milioni di persone hanno lasciato le loro residenze rurali negli ultimi 10 anni, creando un vuoto di lavoratori nel settore agricolo. Anche il flusso di rifugiati politici o di guerra è costante. Pochi fortunati possono conseguire un reddito fisso, a volte persino avere delle proprietà, ma la maggior parte vive in slum ove la sporcizia dell'acqua, il caos politico, e l ' i n e s i - stenza di i n f r a - strutture pubbliche sono tali che farebbero sobbalzare Dickens e Marx. Le Nazioni Unite stimano che, oggi, 2,8 miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno. E' questa enorme e disperata classe inferiore quella che affolla queste mega- città. E' più probabile che i bambini vadano in giro a delinquere in bande che andare a scuola. Il colera e il tifo, malattie definite "rare" nei libri di testo occidentali, sono endemici. Spesso non esiste un nucleo geografico centrale, come pure non esiste un governo centrale che soprintenda a questo caos. Parti di queste città sono moderne, con i soliti grattaceli, autostrade e lavoratori con i borsoni della spesa. Intorno, però, ci sono anelli di povertà spaventosi, dove milioni di persone vivono in baracche con tetti di carta. Senza qualche azione concertata, da parte di Stati e istituzioni internazionali, queste mega-città si estenderanno, sia in superficie sia in disperazione. La filantropia aiuta, ma questi paesi in via di sviluppo richiedono politiche pubbliche che promuovano l'acquisizione di proprietà, allarghino l'accesso al credito e favoriscano la trasparenza del governo. Non esistono panacee per migliorare le condizione di miliardi di persone: ci vollero più di 50 anni per arrivare ad occuparsi degli slum nel 19.mo secolo. Ma è urgente occuparsi di quello che si deve fare oggi. Gli abitanti degli slum di Lagos, Manila e Karachi sono parte dell'economia globale, strettamente connesse al resto del mondo. La loro miseria si espanderà al di là delle loro frontiere e, se ciò avviene, l'era delle città rischia di divenire un incubo globale.

Venerdì, 7 settembre, 2007 - 12:33
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