Mina Welby risponde a Don Benzi.


13/02/2007

Sono Mina Welby, la moglie di Piergiorgio Welby e voglio rispondere a Don Benzi. Le mie parole possono essere anche travisate, ora che Piergiorgio è morto. Piergiorgio aveva amato la vita sempre, benché fosse dura e faticosa. Nessuno gli ha impedito nulla. Era perfettamente libero di pensare e di agire fino all’ultimo attimo del suo cammino terreno. Era lui stesso che nelle ultime settimane non volle più contatti, come lui diceva “che non servivano a nulla”. Io, da parte mia ringrazio Don Benzi della sua offerta che aveva fatto a Piergiorgio di ospitarlo per confortarlo. Ha rifiutato anche a me di cambiare casa un anno prima. Purtroppo la vita di Piergiorgio non poteva essere più “bella”. Il ventilatore era diventato una tortura e nient’altro.

Martedì, 13 Febbraio, 2007 - 20:19

commenti

pubblicamente, a Eraldo Ciangherotti

Caro Ciangherotti, Non voglio certo sostituirmi alla signora Mina Welby, ma la sua lettera, piena di ossequi e quisquilie, non è altrettanto buona (forse meglio buonista) di come vorrebbe far credere. Il suo politically correct, sembra nascondere in realtà qualcosa di meno alto, qualche valore forse meno brillante, di quelli in cui dichiara di credere. Lei, semplicemente, non condivide, il gesto d'amore di Mina nei confronti di suo marito. Ma veniamo al dunque... Persino il Catechismo della Chiesa Cattolica (non tiro in ballo la Costituzione o la Convenzione di Oviedo o persino il codice deontoligico dei medici, che sono sicuro lei, in quanto cattolicista e non cattolico, non degna di molta considerazione), avalla ciò che la signora Mina Welby ha condiviso con suo marito, dapprima con rabbia e opposizione, infine con amore e comprensione. Catechismo della Chiesa Cattolica articoli 2278 e 2279 2278 L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. 2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate. Davide Alessandro Ferrari P.S. le ho risposto 2 volte, perchè lei pubblica le sue risposte sempre in duplice copia.

Personalmente, alla Cara Signora Mina Welby

Carissima Signora Welby Le scrivo personalmente perché continuo a leggere Sue dichiarazioni in merito alla morte di PierGiorgio Welby e perché da tempo ho seguito la triste vicenda della malattia che ha colpito Suo marito fino alla fase terminale della sua vita. Le assicuro di rivolgermi a Lei con tutto il dovuto rispetto e la spontanea benevolenza che sono proprie della mia educazione, nonostante il mio giudizio negativo in merito all’accaduto, perché sono certo comunque che solo Lei abbia vissuto davvero fino in fondo la triste vicenda; soprattutto penso questo perché sono convinto che né io né i Radicali al Suo seguito siamo in grado di immaginare in maniera puntuale il faticoso percorso che Lei insieme a Pier Giorgio avete vissuto negli ultimi mesi dell’anno passato. Mi permetta però di confidarLe le mie considerazioni al riguardo della morte di Pier Giorgio Welby: • Piergiorgio welby ha sicuramente sofferto il suo stato di malattia e ha elaborato la richiesta di morte, perché convinto che questa vita non fosse più degna di essere vissuta nella condizione invalidante in cui viveva da tempo; sta di fatto che un Dottore, Anestesista e per di più Rianimatore, è partito da Cremona e, dopo aver chiacchierato con il paziente per qualche ora come si legge dai giornali, senza averne condiviso nel tempo la malattia e tutto il disagio psicologico che da essa ne derivava e senza aver messo in atto tutte le possibili strade per sostenere il paziente psicologicamente oltre che attraverso le cure palliative, ha messo in atto interventi che ne hanno provocato l’interruzione della vita e fino a quando i Giudici non troveranno un nuovo vocabolo per definire l’atto compiuto dal Dottore Riccio , mi pare evidente che non resti a noi che allinearci nella definizione che il dottor Melazzini con grande coraggio ha usato per inquadrare l’intervento del medico, e cioè un omicidio del consenziente. E, Cara Signora, Le assicuro che nell’esprimere questo giudizio, ancora di più dei Radicali, sento quanto solo sia stato lasciato dalla società Pier Giorgio proprio nel momento più delicato e difficile della sua malattia e quanto anche io, che faccio parte della società, sia in un certo senso responsabile dell’abbandono di Pier Giorgio nella sua scelta di morire. Certo è che, come Medico, mai avrei fatto quanto il Dottor Riccio vanta nel suo curriculum lavorativo degli ultimi tempi, proprio perché ho sempre sentito forte il principio di salvaguardia della vita, dal concepimento fino alla morte naturale, sul quale ho giurato all’inizio della mia carriera. Ecco perché ancora non abbiamo perso le speranze sulla Magistratura romana affinché davvero sia fatta luce sulla volontaria interruzione di vita praticata dal Dottor Riccio e venga emessa una pena corretta per chi è coinvolto nella morte di Pier Giorgio Welby • Inoltre continuo a leggere circa il paragone che viene fatto al riguardo della fase terminale della vita tra Piergiorgio Welby e Giovanni Paolo II. Credo, in cuor Suo, Signora, Lei non faccia fatica a trovare azzardato un giudizio del genere, se non altro per l’impatto che entrambe le testimonianze hanno sortito sull’opinione pubblica in merito alla fase terminale della vita: Giovanni Paolo II fino all’ultimo ha accettato la condizione degradante della sua malattia, ha lottato per la vita e ha contaminato noi giovani, che eravamo al suo seguito, del rispetto per un dono che non è a nostra disposizione, neppure nel momento più difficile della vita, e se non ha accettato la tracheotomia, sicuramente ciò è avvenuto perché si sarebbe trattato di un accanimento terapeutico in una situazione patologica destinata alla morte; Piergiorgio Welby non era in fin di vita e ha avuto grande forza e coraggio ed entusiasmo che ha dimostrato nell’intraprendere la battaglia per morire, nel tentativo disperato, a modo suo, di dare un senso alla sua esistenza nell’ultima fase del suo voler vivere e in tutto questo ha detto no alla vita da vivere pur se in condizioni menomate. Entrambi coraggiosi dunque, ma in direzioni opposte, il “Grande Parroco del mondo” per la vita in nome della quale ha dato la sua vita sempre, Pier Giorgio welby per la morte in nome della quale ha cercato soltanto la morte. Triste dirlo ma dovuto sottolinearlo. • Infine, Cara Signora Welby, mi piacerebbe guardarLa in faccia, mentre rilascia tutte queste dichiarazioni inerenti la fase terminale della vita di Pier Giorgio, che talvolta mi sembrano un po’ contaminate di qualche riflesso più…radicale, proprio perché a leggere le premurose risposte inviate a Don Benzi, al Dottor Riccio o al Cardinale Ruini, si ha quasi l’impressione che sia sotteso il tentativo partitico di discolparLa e discolparsi dal triste rimorso di coscienza, anche in una dimensione laica e laicista, che prima o poi una persona dovrebbe provare se è stato consenziente di un atto omicida: ho letto che Lei è, o per lo meno era in passato, una donna di fede e religiosa; non sto qui a ricordarLe il significato della parola “religiosità”, che sono certo Lei conosca come e forse più di me, ma allora proprio in nome della fede avrei preferito accompagnare e assistere il malato nella quotidianità, sperando in una migliore qualità di vita, anche attraverso le cure palliative che contemplano insieme al resto anche un adeguato sostegno psicologico, prima che assecondare il desiderio e la richiesta di accorciare il faticoso cammino della vita con la morte, pur con tutte le tecniche “anestesiologiche” che possano ridurre la percezione dell’accaduto. Le assicuro, Cara Signora Mina, che tra i nostri tanti pensieri resta solo la più vera e odierna nostra preoccupazione, e cioè che, dopo questa triste vicenda che ha segnato la Sua vita, per lo meno Lei venga accompagnata ogni giorno dagli amici che erano tra le prime file in conferenza stampa a dare notizia della morte di Welby, perché facile essere complici di un gesto “eroico” e mediaticamente efficace, ma difficile restare accanto, nella più silenziosa condivisione, a chi soffre veramente per aiutarlo a vivere. Con profondo cordoglio, Le sono vicino. Eraldo Ciangherotti Vicepresidente Federvita Liguria

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