Minger incontra il caso Italia

di Giulia Innocenzi

Nell'immaginario collettivo, lo scienziato viene raffigurato chiuso nel suo laboratorio, con un camice bianco, occhialoni, ingobbito sui suoi microscopi. Nella sua due giorni a Roma, invitato dall'Associazione Luca Coscioni, Stephen Minger ha sfatato il mito. Alto e ben piazzato ("Negli Stati Uniti sono nella media... Sarà per gli steroidi contenuti nella carne!"), una lunga treccia bionda, camicia e pantaloni neri, occhialini tondi che ben si inseriscono nel quadro sorridente del suo viso. Sballottato da una parte all'altra della città, sommerso da interviste e consulenze, la sua reazione è stata più che collaborativa: "Cosa volete che io faccia? C'è un punto della mia ricerca su cui volete mi soffermi di più?". La curiosità con cui uno scienziato approccia i suoi esperimenti, è la stessa con cui Minger ha affrontato la sua visita a Roma. È affascinato dall'Italia: "Non capisco quegli scienziati che hanno la possibilità di trasferirsi in questo paese e non lo fanno. Come puoi rifiutare una simile offerta?". A chi gli fa notare che in Italia il lavoro dello scienziato presenta ostacoli talvolta insormontabili, lui annuisce. Risponde che si è trasferito in Gran Bretagna, proprio perché il sistema di regolamentazioni vigente gli permette di fare ricerca sotto regole certe. È originario di New Orleans, ma dall'accento non si direbbe: "Mio padre era nell'esercito americano, non sono mai stato fermo nello stesso posto". E così ha continuato a spostarsi. Dopo Roma, le sue visite sarebbero continuate in Canada, negli Stati Uniti e Shanghai. Il giro del mondo in una settimana. "It's crazy", è folle, ma Minger non si ferma. Invitato per conferenze, convegni, lecture, spiega la sua ricerca con un linguaggio il più possibile semplice e lineare. Il suo obiettivo è di dare a tutti gli strumenti conoscitivi per formulare un giudizio autonomo, libero da manipolazioni. Gli faccio presente che lui è uno dei pochi scienziati disposti a uscire dal laboratorio per spiegare la ricerca alla gente, per avvicinare la scienza alla società. "Alcuni dei miei studenti si lamentano. Io rispondo che possono contattarmi ovunque nel mondo via e-mail e al telefono, loro dicono che mi vorrebbero lì". È a tavola che le discussioni con Minger si fanno a tutto tondo. Mentre sorseggia del vino bianco, ricorda come l'unico paese in cui non ha potuto affatto bere dell'alcool è l'Iran. "Prima della mia partenza, alcuni amici iraniani mi dissero di lasciare dietro le spalle tutti i pregiudizi. Arrivato a Teheran, ho trovato una grande ospitalità, porte delle case aperte, un grande interesse per la mia storia". È però quando parla dell'India che Minger si illumina. "Ero cattolico, col tempo sono diventato buddhista. Penso sia successo per il fascino che i templi esercitano su di me. Appena posso, vado lì e medito". Ma Minger non vuole soltanto raccontare, vuole soprattutto ascoltare. Fa molte domande sulla situazione politica italiana, conosce molti scienziati italiani "bravi", spesso costretti a emigrare. Sembra anche molto informato: "Conosco le restrizioni che la legge 40 impone sulla ricerca scientifica. In Italia avete dei seri problemi con il Vaticano". Lo informiamo delle innumerevoli critiche che in Italia hanno sommerso la notizia del via libera dell'Autorità britannica agli embrioni ibridi, prima fra tutte l'accusa di interessi economici sottesi alla ricerca da parte di Monsignor Sgreccia. Scuote il capo: "I vostri scienziati potranno usufruire gratuitamente delle linee staminali che verranno estratte nei nostri laboratori e depositate nella Banca delle Cellule Staminali. Non è paradossale?". Quello che sorprende è che non si stanca mai di parlare della sua ricerca. Solo nella sua trasferta romana ha esposto due volte la presentazione della ricerca sugli embrioni ibridi, ha risposto a numerose domande dei giornalisti, ma rimane sempre entusiasta di poter chiarire qualsiasi dubbio. Con gli "scienziati della Coscioni", si è dibattuto in molteplici questioni: dai mitocondri ibridi, che minerebbero secondo alcuni la natura umana degli embrioni, alla natura polivalente o multivalente delle staminali embrionali, alla non impiantabilità degli embrioni ibridi nell'utero. La sua ricerca potrebbe dare i suoi frutti fra quindici anni, come potrebbe non darli affatto. Gli chiedo come ci si senta a dedicare la propria vita in qualcosa di cui non si ha certezza. "Non ho paura di non ottenere i risultati che spero. Penso soltanto a contribuire a migliorare il mondo". Al momento della partenza, con la promessa di ritrovarsi in Turchia nel 2008 per il Congresso Mondiale per la Libertà di Ricerca Scientifica, l'Associazione Coscioni ha salutato non solo un grande scienziato, ma anche un nuovo amico.

Lunedì, 5 novembre, 2007 - 15:51
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