Non possiamo aspettare le scuse di uno dei prossimi burocrati.

di Rocco Berardo

Liberare il corpo dei malati dalla burocrazia è il primo passo, ma può essere decisivo per modificare radicalmente i rapporti fra l’apparato statale e i cittadini. E’ quanto ci ha insegnato in questi anni Luca Coscioni, con la voce metallica che una macchina restituiva a un muto. Oggi quel testimone è passato a Severino Mingroni e ai tanti che come lui son costretti dalla malattia al silenzio. Ma non solo, la vita indipendente occorre ed è urgenza di libertà e liberazione per tanti altri. Quanti ciechi non possono leggere libri a causa del rifiuto delle case editrici di consentire loro l’acquisto del testo in formato digitale? I sordi comunicano moltissimo via sms, ma perché anche loro sono soggetti a un balzello applicato, senza concorrenza, da parte di tutti gestori telefonici, pari a un ricarico del 1000% sul costo reale del servizio di messaggistica? Queste scelte sono inflitte non solo ai malati e ai disabili, ma ai cittadini tutti, dall’inefficienza della politica nel dare risposte a soluzioni tanto semplici quanto urgenti. La burocrazia è una rete che blocca e mentre il cittadino “abile” può in qualche modo districarsi, il “disabile” ne rimane prigioniero. Il cittadino avverte fastidio nel fare ore di fila al Comune o all’ASL o per pagare una bolletta o per firmare un referendum, ma al disabile che non può spostarsi da casa tutto questo non procura solo un fastidio, ma si risolve in un diritto letteralmente negato. Per scardinare questo muro d’indifferenza, per rivendicare a tutti i cittadini la possibilità di esercitare i loro diritti, si è levato l’urlo muto di Luca Coscioni, poi di Piergiorgio Welby, oggi di Severino Mingroni. L’urgenza del corpo malato non può aspettare le scuse di uno dei prossimi papi sulla ricerca scientifica, ne’quello di uno dei prossimi burocrati sulla vita indipendente. (r.b.)

Mercoledì, 10 ottobre, 2007 - 13:41
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