La realtà europea della ricerca: il consiglio europeo di Lisbona nel 2000 ha approvato la proposta di creare un'area europea della ricerca e per una società della conoscenza. Sfida importante soprattutto in un mercato globale sempre più competitivo, con il continente asiatico che occupa il primo posto per investimento in ricerca. Boggio. Questo è un buon punto che dimostra come soprattutto paesi quali Cina e Giappone considerano gli aspetti politici della ricerca. La ricerca è un'opportunità per consolidare la loro presenza politica nello scacchiere mondiale. È molto difficile scambiare idee con i ricercatori cinesi o giapponesi che si incontrano ai meeting; essi sono spesso rappresentanti del governo piuttosto che delle università. Nel mio ateneo c'è addirittura un attivissimo centro USA-Cina che cura scambi costanti di studenti e di ricercatori. Strata. C'è una consistente migrazione dal continente asiatico verso gli Stati Uniti. Nel dopoguerra il baricentro della ricerca, che prima della guerra mondiale era in Europa, poi si è spostato negli Stati Uniti proprio grazie alla migrazione europea che è iniziata con le persecuzioni naziste. Oggi gli USA, ma anche l'Europa, reclutano nel continente asiatico. In India ed in Cina si è capito un principio che tutti predicano ma senza applicarlo: la ricerca è una ricchezza per il Paese; non c'è Paese ricco che non abbia una ricerca fiorente. Di fronte a queste realtà emergenti cosa fa l'Europa? Recentemente è stato stabilito il "Consiglio europeo della ricerca" che per la prima volta ha stanziato fondi e per dare finanziamenti individuali a ricercatori, da distribuire su base meritocratica. Il ricercatore sceglieva tra l'altro la sede in cui recarsi; gli Italiani sono riusciti molto bene in questa gara, con il 14% dei propri giovani richiedenti del nostro paese che è riuscito ad ottenere il finanziamento (secondi solo al 17% della Germania). Il problema è che la maggioranza di questi nostri concittadini che hanno vinto il grant ha richiesto di poter lavorare in un Paese straniero; solo il 35% dei vincitori ha scelto di lavorare in Italia. L'Italia risulta poi essere l'ultimo paese europeo scelto come meta dai ricercatori europei. Questo vuol dire che in Italia la ricerca non ha sex appeal. Siamo deboli perché non abbiamo mobilità, non abbiamo infrastrutture perché siamo maestri di frammentazione. La Commissione Europea il 4 aprile ha diramato un documento che si chiama "Green paper", tentando di analizzare le differenze che ci sono tra l' Europa e gli Stati Uniti. Al primo posto ha messo la frammentazione, la carenza delle infrastrutture e di mobilità. Parachini. Un problema quindi anche a livello europeo? Strata. Anche a livello europeo c'è molta frammentazione. In 27 stati membri, abbiamo 27 programmi di ricerca diversi per studiare l'Alzheimer. In Italia c'è stata un'espansione di piccole sedi: qualunque sindaco con a disposizione alcune migliaia di euro ha deciso di creare una sede distaccata di qualche università. Oggi invece, almeno nel campo biomedico, è fondamentale creare delle masse critiche importanti. Penso al MIT, ad Harvard, al National Institute of Health (NIH), una vera e propria cittadina dedita alla ricerca sanitaria, dove lavorano decine di migliaia di ricercatori: in un unico enorme contenitore finiranno tutti coloro che ricercano sul sistema nervoso e sul cervello, dalle molecole alla genetica fino alle malattie psichiatriche. Noi invece costringiamo il ricercatore o il docente a fare il pendolare. Stanziare dei fondi per il "rientro dei cervelli" è una manovra inutile se non si offrono poi laboratori adeguati nei quali si possa fare ricerca. Conosco personalmente molte persone, valide, che tornerebbero in Italia ma che sono troppo bravi, hanno dei finanziamenti e delle infrastrutture che qui non avrebbero. Parachini. "Per costruire una ricerca seria sono necessari fondi pubblici ed una classe politica attenta. Semplice, no?", così si chiudeva l'articolo di Andrea Boggio sul sito www.lavoce.info. Chiediamo proprio a lui: quale ruolo e quale spinta può dare l'Associazione Luca Coscioni anche alla luce della caratteristica principale dell'associazione, che è quella di raggruppare assieme ricercatori, medici, malati e pazienti, uniti tutti da una condivisione del valore della libertà di ricerca scientifica? Boggio. Una ricetta non facile da offrire. Serve che anche in Italia, come accade negli Usa, si promuova un dibattito costruttivo sul ruolo che la ricerca deve occupare e sui suoi finanziamenti. In Italia è difficile per almeno due ragioni: da una parte troppi sono gli interessi a frammentare il quadro, invece che a razionalizzarlo. D'altra parte è difficile per un fatto che coinvolge anche la mia generazione, quelli tra i 30 e i 40 anni: si trovano in uno stadio di fine dottorato, senza concorsi per cattedra, in un momento in cui dovrebbero protestare per ottenere più cose ma non lo fanno per non inimicarsi persone ed essere tagliate fuori. Esiste quindi un blocco pure da parte delle persone che dovrebbero spingere affinché il sistema cambi. Necessario infine aumentare la consapevolezza di quanto sia importante la ricerca: ci si gioca il futuro dell'Italia e dell'Europa. E' un problema di benessere collettivo che andrebbe posto, e quindi anche un problema politico. Strata. Esatto, un problema politico. Queste del prof. Boggio sono parole d'oro, il problema è che non stiamo facendo nulla. Ormai siamo il fanalino di coda in tutti i campi. Occorre concretamente creare un mercato meritocratico, anche perché le università soffrono di una collusione tra potere amministrativo e potere accademico. Finché i Consigli di Amministrazione delle Università sono formati non da veri amministratori che guardano a lunga scadenza, ma sono composti da professori universitari, ci saranno sempre decisioni di corto respiro e che non saranno produttive. Come risolvere allora la questione? In un modo molto semplice, purché ci sia la volontà politica: una severa valutazione di quello che le università fanno e anche una valutazione dell'amministrazione. Il nostro ministro Mussi nel luglio dell'anno scorso, invitato proprio in occasione del Consiglio generale dell'Associazione Coscioni, si disse perfettamente d'accordo con questo approccio. Tracciò le sue buone intenzioni, dicendo che se non fosse riuscito a fare ciò si sarebbe dimesso. Su La Stampa e sul Riformista ho salutato l'arrivo, finalmente, di un ministro con le idee chiare. E' passato però un anno e mezzo ma nulla è successo. Ha promesso la costituzione di un'Agenzia per la Valutazione della Ricerca, facendo morire quella valutazione iniziata dal Ministro Moratti, quel Civr (Comitato di Indirizzo e Valutazione della Ricerca) che aveva dato buoni risultati. Boggio. Per concludere vorrei dare tre suggerimenti molto pratici. Il primo: sfruttare la rete di conoscenze di italiani all'estero; secondo, sarebbe utile formare i ricercatori italiani sulla possibilità di ottenere fondi europei e di partecipare ai network di ricerca europei in cui inglesi, tedeschi e scandinavi spopolano. Terzo: si tratta di sfruttare molto di più anche la capacità delle regioni di finanziare la ricerca, creando centri autonomi che siano interessanti per le imprese locali e che si sleghino dalle lungaggini nazionali. Per contribuire al dibattito io stesso mi sono iscritto all'Associazione Coscioni e sto dando vita, assieme ad altri ricercatori italiani qui negli USA, ad una "cellula Coscioni". Fine II parte dell'intervista. La prima parte è stata pubblicata sullo scorso numero di Agenda Coscioni.