Nascere: il significato.


Riporto ogi un articolo che spiega un po' di cose sul significato di parole abusate quali "nascere", "generare", "riprodursi" etc. E' assolutamente laico e merita una discussione, perchè è sottintende prospettive con alcune differenze sia dalla mia che da quella della maggior parte dei sostenitori al referendum di questo sito. La fonte è http://www.bioetica-vssp.it/.

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Nascere non è solo un fatto biologico

Il peso delle parole: alla ricerca di un significato “originario”

L’uso delle parole non sempre è puramente convenzionale o “neutro”, ma spesso ci consente di mettere in luce sfumature semantiche che aprono lo sguardo ad orizzonti più o meno ampi. Quando si parla dell’atto che porta alla nascita di un nuovo individuo, infatti, si possono utilizzare tre verbi[1]: generare, procreare, riprodurre. Il primo richiama l’idea dell’origine (genos) e quella della comune appartenenza ad un genere e ad una specie o anche ad una famiglia (genalogia); con il termine procreare si evoca l’idea di libertà e gratuità connesse al termine - di chiara ascendenza teologica - “creazione”, non senza un implicito riferimento all’azione di Dio nella nascita di ogni uomo. Resta il termine “riprodurre” che - a differenza dei primi due - si applica prevalentemente agli animali, evocando il concetto di una “produzione” (di un organismo della stessa specie) che si ripete. Per gli esseri umani l’atto fisico del riprodursi - se vissuto “umanamente” - non può essere disgiunto da un orizzonte di generatività, configurandosi come un evento che nella sua realtà biologica richiama una dimensione simbolica e culturale: “esso è teso non solo alla continuazione della specie, ma soprattutto alla continuazione e innovazione della storia familiare e sociale, tramite la nascita di un nuovo essere che è sempre irripetibile, da un punto di vista non solo biologico, ma anche psicoantropologico”[2].

Il termine nascere, anche a livello di senso comune, evoca l’idea dell’inizio di un’esistenza di un soggetto nuovo, di un nuovo individuo, a partire da altri individui viventi della stessa specie. L’evento della nascita è in genere accompagnato da un senso di meraviglia, di festa, di indecifrabile consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di grande e questo del tutto a prescindere dal livello di conoscenza dei dinamismi biologici che la rendono possibile: sempre si è saputo che vi erano dinamismi biologici e subito ne sono stati individuati almeno alcuni essenziali, ma questo non ha inficiato il senso di stupore di fronte all’evento del nascere e di fronte al “miracolo” del crescere. Il momento in cui il bambino inizia a “gattonare”, poi a camminare, ad articolare i primi suoni confusi che pian piano prendono la forma di parole è un cammino accompagnato a sua volta da un profondo senso di meraviglia, dalla consapevolezza che stiamo assistendo allo sbocciare dell’umanità di un uomo.

Al di là del termine vi è poi l’idea del nascere che, in prospettiva antropologica, evoca anche l’inizio di una “storia”. L’uomo è un essere “storico”[3] per natura, nel senso che realizza la propria perfezione nel tempo, sia come individuo, sia come specie, tra alti e bassi, tra ascese e cadute. La nascita è - per ciascuno di noi - l’inizio della propria storia, un inizio di cui non è dato avere un ricordo pienamente consapevole, ma che risulta determinante per identificare in quale porzione del cammino di una civiltà si trova la storia individuale di ciascuno. Il fatto di essere nati in tempo di guerra, negli anni del “boom economico”, durante una recessione o in un qualsiasi altro momento lascia un “segno” che ciascuno di noi ritrova quando inizia a riflettere sulla propria storia. Più ancora dobbiamo dire che l’evento della nascita di una persona si coglie pienamente se lo si colloca in prospettiva “generazionale”, da una pluralità di punti di vista. In primo luogo il nascere è effetto di una visione “generativa” da parte di persone (i genitori) che hanno un loro progetto di vita, un loro “progetto di umanità” che non solo li ha portati alla decisione di condividere il cammino delle loro esistenze (matrimonio), ma anche a guardare oltre se stessi, in una prospettiva in cui tale progetto di umanità possa essere trasmesso (e liberamente accolto) a persone che in tale orizzonte vengono chiamate all’esistenza. La prospettiva generazionale è importante anche dalla parte dei figli, perché essi non solo sono nati in una certa epoca storica, come tutti i loro contemporanei, ma sono anche nati in una famiglia, all’interno di una rete di relazioni in cui sono stati accolti e all’interno della quale hanno potuto strutturare la propria personalità individuale ed i propri atteggiamenti in rapporto agli altri.

Dal punto di vista della “storia personale” di ciascuno di noi, ci sembra opportuno fare una precisazione: la nostra storia “sotto il sole” inizia con la nascita (tanto è vero che il generare viene anche indicato con la bellissima espressione: “dare alla luce”, un figlio), ma la storia individuale ed anche la storia delle prime interazioni ha inizio - propriamente parlando - nove mesi prima. Il tempo della gestazione non è necessario solo dal punto di vista fisico, per consentire a quel piccolissimo essere che si forma dopo la fecondazione di dotarsi di quel patrimonio organico che gli consenta di uscire alla luce e interagire con il mondo esterno, ma è anche il tempo in cui si realizzano le prime interazioni tra il nascituro, la mamma e - attraverso la mamma - l’ambiente esterno. Sulla realtà e importanza di tali interazioni dal punto di vista della mamma e delle persone e lei vicine non è nemmeno il caso di soffermarsi, tanto sono evidenti, mentre è meno scontato ma non meno importante rimarcare come la ricerca psicologica abbia ricostruito alcuni elementi di tali interazioni viste anche dalla parte del bambino. Vi è dunque una “storia personale” che inizia prima della nascita, ma che ha nel “venire alla luce”, nel passare da un luogo poco luminoso ma molto accogliente ad un mondo più luminoso ma inizialmente meno accogliente, una sua tappa fondamentale.

Gli ostacoli culturali per una equilibrata concezione del nascere

Il primo ostacolo che prendiamo in esame è di natura antropologica e si sostanzia in quella visione meccanicista che, una volta applicata all’uomo, ha portato progressivamente a vederlo come una sorta di “macchina biologica”. Tale concezione affonda le proprie radici fin dai tempi del sorgere della scienza moderna, quando ai progressi della meccanica nel campo della fisica inizia a fare da contr’altare l’idea dell’uomo-macchina. Il filosofo Cartesio - nel suo approccio chiaramente dualistico - considera il corpo come una macchina[4], a cui aggiunge un’anima spirituale che svolge in sostanza il ruolo del “pilota” della macchina. Non passa neanche un secolo ed il residuo non ridotto alla dimensione meccanica (l’anima) viene prontamente fisicizzata, soprattutto nelle filosofie di impostazione materialistica, come ad esempio accade in La Mettrie[5]. La prospettiva riduzionista, che prende forma per motivi filosofici ed in un tempo in cui le sue giustificazioni “scientifiche” sono tali che - oggi - fanno sorridere, sarà piuttosto coriacea e si alimenterà - di epoca in epoca - delle nuove scoperte scientifiche, assumendole in seno al quadro riduzionista. In tal modo si arriva ai giorni nostri con una visione dell’uomo che da un lato lo schiaccia sulle dinamiche emotive per quanto concerne i punti di riferimento per le scelte della vita, dall’altro lo immagina come una “macchina”, pienamente “disponibile” per il bio-tecnologo, purché sia in grado di farla “funzionare”, garantire una certa “qualità” del suo funzionamento, sostituire all’occorrenza i “pezzi di ricambio” … ed eventualmente “rottamarla” quando la qualità delle sue operazioni e delle sue condizioni fisico-emotive non sarà giudicata soddisfacente. Tra l’altro il modello di pensiero meccanicista induce anche un secondo livello di “retro-pensiero”: le macchine non hanno una “natura intrinseca” da rispettare, né “fini naturali”, ma tutto il loro essere e tutto il loro agire dipende dalla volontà del progettista e dalle capacità tecniche dell’artefice, per cui - a patto di esserne tecnicamente capaci - sulle macchine si “può” fare di tutto.

Quanto abbiamo appena detto ci introduce al secondo ostacolo culturale, rappresentato da una cultura tecnologica[6] che tende ad esercitare un dominio “dispotico” sui dinamismi naturali, nella speranza di riuscire a piegarli ai desideri dell’uomo. Tale mentalità si riflette anche sul modo in cui le donne e gli uomini d’oggi si rapportano all’evento del nascere. Per secoli la nascita dei figli è stata vissuta come un evento del tutto naturale, intriso di mistero e che - in ogni caso - non era possibile programmare “a tavolino”. L’attuale possibilità di scegliere “se” e “quando” generare figli (o più spesso un figlio) rappresenta una sostanziale novità che a sua volta si carica di significati sociali, culturali ed etici: in genere i “motivi” per cui si sceglie di avere o non avere un figlio si legano alle condizioni economiche o più spesso alle dinamiche professionali e di carriera. In altri termini la nascita del figlio (e indirettamente anche il significato antropologico e sociale del suo iniziare ad esistere come persona) vengono subordinati ad una sorta di planning in cui l’arrivo di una persona trova il suo posto assieme alla gestione di tante “cose”. A tutto ciò si aggiunge che il figlio, una volta cercato e voluto, viene in genere investito di aspettative spesso eccessive e comunque legate alle soggettive attese dei genitori, ai loro bisogni, più che alla serena apertura ad accogliere una nuova vita. Il fatto di avere trasformato il “dono” della vita in una sorta di “prodotto” meticolosamente progettato e talora letteralmente “fabbricato” attraverso metodiche biotecnologiche è un dato culturale non certo privo di conseguenze. Tra l’altro il fatto di scegliere “se” e “quando” avere un figlio che viene caricato di forti attese ci porta a pensare al profilarsi di sempre più significative richieste su “come” egli dovrà essere, quanto meno per quanto risulta possibile determinare attraverso le nuove tecnologie.

A tutto questo si aggiunge, infine, il quadro culturale complessivo di una società che è stata definita “eticamente neutra”[7], in cui non solo sono resi più labili i punti di riferimento valoriali (relativismo etico), ma diviene anche sempre più difficile che le persone - ed in particolare i giovani - riescano a percepire se stessi in prospettiva “generazionale”. Si legge in una recente ricerca che “i giovani sentono di essere una non-generazione, se con questo termine si vuol designare un vissuto comune ad altri che sentono come ‘compagni’, per analogia con quello che ha accomunato i loro genitori o nonni quando erano giovani. Essi ci rivelano un mondo in cui i singoli non si sentono di appartenere ad alcun sentimento ‘forte’ di generazione. Si sentono preda di incertezze, in una società sempre più avara di amore, sempre più rischiosa, che non offre né un’immagine né un progetto sicuro e simbolicamente consistente per loro. Di qui, la diffusa percezione di non avere punti di riferimento solidi. (…) Se c’è qualcosa che accomuna oggi il senso generazionale dei giovani, è il loro sentirsi in gioco come generazione che deve fare delle scelte etiche in una vita quotidiana che non ha più paletti da nessuna parte. E cioè, precisamente, in risposta ad una società che viene percepita come sempre più anomica (priva di regole), a-morale (in-differente alle scelte etiche), quando non immorale (cioè corrotta). Con un termine di Zigmunt Barman [1993, tr. it. 1996], una società adiaforica, che riduce le scelte etiche a questioni tecniche, ossia è indifferente al problema del bene e del male. Il senso generazionale viene oggi affidato alle risposte che i giovani danno alle difficoltà di vivere in una società eticamente neutra, che, cioè, non fa scelte etiche, non le indica, ma dice a ciascuno: la scelta d’azione è personale, tu devi fare la tua, dato che non c’è regola sociale comune, e le opzioni non sono più confrontabili, anzi non fanno più differenza.

Vivere in una società così fatta può essere esaltante, ma non è certo facile. Essa non aiuta a prendere decisioni. Decide di non decidere, cioè decide di non avere norme morali in comune, ma invia un messaggio paradossale: segui la regola che ti sei dato. (…) In questo sentimento della vitalità della decisione etica sta il fatto nuovo di essere o non essere generazione. I giovani tendono dunque a riconoscersi su questo sentimento, che è certo molto individualizzato, ma anche ecologico, in quanto rimanda ad un contesto di vita”[8]. à

[Prof. Andrea Porcarelli – Docente di filosofia, membro del Centro di Bioetica “A. Degli Esposti” (Bologna), Direttore scientifico del Portale di Bioetica (www.portaledibioetica.it)]

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[1] Cfr. E. Scabini, Il senso della generazione nell’epoca della tecnica, in: Aa. Vv. (a cura di S. Zaninelli), Scienza, tecnica e rispetto dell’uomo. Il caso delle cellule staminali, Vita e Pensiero, Milano 2001, pp. 143-160.

[2] Ibidem, p. 143.

[3] “La liberazione dell’uomo ha essenzialmente una dimensione comunitaria e mondana: essa deve realizzarsi insieme con altri uomini attraverso la creazione di un mondo umano. In altre parole, la liberazione dell’uomo attraverso la ricerca della verità e dei valori e la creazione di una cultura umana, è un compito storico. (…) La conquista della verità è un compito incompiuto al quale contribuiscono tutte le generazioni attraverso la storia. Di storicità si è parlato anche a proposito dei valori che esprimono le esigenze assolute dell’uomo nella relatività del tempo. Essi si scoprono e si realizzano faticosamente attraverso l’impegno e le lotte di molte generazioni. Infine l’idea di storicità si è affacciata inevitabilmente quando si parlava di libertà e di liberazione. Dono costitutivo e distintivo dell’uomo, la libertà è tuttavia un compito di liberazione, che si realizza lentamente attraverso il tempo, senza mai giungere ai limiti delle sue possibilità. La dimensione storica sembra quindi appartenere costitutivamente all’esistenza umana e caratterizzare tutte le sue espressioni” [J. Gevaert, Il problema dell’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica, Elle Di Ci, Leumann (TO) 1989, p. 183].

[4] "Suppongo che il corpo altro non sia se non una statua o macchina di terra che Dio forma espressamente per ren­derla più che possibile a noi somigliante: dimodo­ché, non solo le dà esteriormente il colorito e la for­ma di tutte le nostre membra, ma colloca nel suo in­ter­no tutti i pezzi richiesti perché possa camminare, man­giare, respirare, imitare, infine, tutte quelle no­stre funzioni che si può immaginare procedano dalla nascita e dipendano soltanto dalla disposizione degli organi. Vediamo orologi, fontane artificiali, mulini e altre macchine siffatte che, pur essendo opera di uo­mini, han­no tuttavia la forza di muoversi da sé in più modi; e in questa macchina, che suppongo fatta dalle mani di Dio, non potrei - mi pare - supporre tanta va­rietà di movimenti e tanto artifizio da impedirvi di pensare che possano essergliene attribuiti di più." [René Descartes, Il mondo. L'uomo, trad. it. di M. Garin, Laterza, Bari 1969, pag. 135].

[5] "L'anima e il corpo si addormentano insieme. A mano a mano che il movimento del sangue si calma, un dolce sentimento di pace e di tranquillità si diffonde in tutta la macchina; l'anima si sente mollemente appesan­tita insieme alle palpebre e si rilassa insieme alle fi­bre del cervello; essa diviene così a poco a poco co­me paralitica, insieme a tutti i muscoli del corpo. Que­sti non riescono più a sostenere il peso del capo; questo a sua volta non può più sostenere il peso del pensiero; nel sonno l'anima è come inesistente. [...] Il corpo umano è una macchina che ricarica da sé le mol­le che la muovono: immagine vivente del moto perpe­tuo. I cibi ricostruiscono ciò che la febbre consuma. Senza di essi l'anima languisce, infuria e cade morta. E' come una candela la cui fiamma si fa più viva poco prima di spegnersi. Nutrite invece il corpo, versate nei suoi canali succhi e liquori vigorosi: allora l'a­ni­ma, divenuta generosa come quelli, si arma di fie­ro coraggio..." [J. Lamettrie, L'uomo macchina, tr. it. cit. in “Grande Antolo­gia Filosofica”, Marzorati, vol. XIV, p. 800].

[6] Illuminanti, per intendere i molteplici aspetti della mentalità tecnologica, sono le riflessioni del filosofo Hans Jonas, di cui riportiamo un breve stralcio: “Per quanto riguarda la posizione della tecnologia stessa nella gerarchia dell’umanità, qui accennerò semplicemente al suo «prestigio» prometeico, che induce i suoi avvocati difensori alla tentazione di rivestire della dignità di scopo più alto la sua attività senza fine - cioè di innalzare a fine ciò che all’origine era mezzo, e vedere in esso la vera destinazione dell’umanità. Per lo meno il suggerimento c’è (sebbene di recente turbato da voci contrarie) ed esercita il suo magico potere sullo spirito moderno. Il progresso dell’umanità è inteso come un avanzare da potenza a potenza” [H. Jonas, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità (ed. orig. 1985), tr. it. a cura di P. Becchi, Einaudi, Torino 1997, p. 19].

[7] Cfr. P. Donati - I. Colozzi (a cura di), Giovani e generazioni. Quando si cresce in una società eticamente neutra, Il Mulino, Bologna 1997.

[8] Ibidem, pp. 24-25.

Martedì, 7 giugno, 2005 - 14:29

commenti

son voli pindarici e/o icarici ad altezze stratosferiche...

....le tue affermazioni.... ed io soffro pure un po' di vertigini! mi sa che sei troppo elevato...per me! Ciao

X Giuseppe A. - Napoli

Caro Giuseppe A. - Napoli mi fai ricordare teneramente una lettura di tanti anni or sono che mi aiutò a schierarmi. Ero molto giovane e mi trovai a leggere un doppio articolo sull'elettroshock (era il tempo in cui Jack Nicholson aveva fatto il bel film "Qualcuno vola sul nido del cuculo" che mi era piaciuto molto ed in cui l'attore americano interpretava la parte di un istrione che arriva casualmente in un manicomio ... prima portava spensieratezza e simpatica anarchia ... e poi, però, viene trasformato in larva umana dall'elettroshock perchè il "sistema" non poteva tollerare tutto quel senso di libertà!!!). Questo doppio articolo sull'elettroshock conteneva due opinioni a confronto. Da una parte c'era un "esperto" che scriveva benissimo... Tu, con la Tua prosa - concedimelo - un po' ampollosa me lo ricordi... Come Te, parlava un po' per massimi sistemi.. per concetti generali... Questo "esperto" era contro l'elettroshock... perchè sottolineava che non se ne comprendeva neppure come funzionasse (?)... e si può usare su qualcuno qualcosa di cui siamo ignoranti (?)... e poi cosa voleva dire "funzionare" (?).... La sua conclusione era che non si può pensare di usare l'elettroshock perchè diceva che non si può pensare di aggiustare una televisione o un cervello umano prendendoli a calci...(!) Dall'altra parte c'era l'altro "esperto"... quello favorevole all'elettroshock. Il suo modo di scrivere era assai più prosaico. Molte cifre, grafici, algoritmi, meta-analisi, tabelle con gli effetti collaterali e rispettive incidenze, tassi di risposta... e... in una parola... "scienza"! Pensai allora a Jack Nicholson, alla poesia, al calcio (elettrico) che avrebbe la arrogante pretesa di aggiustare il cervello del malato......e poi pensai alla "scienza"... e decisi che da grande sarei stato da quest'ultima parte. Ciao

Anche io...

per qualche tempo ho provato a orientare la quantistica delle mie particelle neuronali verso un qualcosa che un pò o molto andava controcorrente. Le confido che lo facevo per provare l'ebrezza di sentirmi libero. E invece, io palro per me, mi scoprivo sempre più alienato. Alienato dal bello, dalla banale tenerezza del disgraziato che volò sul nido del cuculo, dalla poesia di un respiro o di quello che l'esistenza permette di fare, dall'incanto infinito di una morte non subìta ma accettata. Insomma capii che per me la vita non valeva la pena di essere vissuta "il più e il meglio possibile", se mancava di quelle cosucce terra terra. L'aver potuto fare il confronto (mi dia per buono il brevissimo racconto del mio cammino) mi dà, poi, una maggiore ragionevolezza intellettuale in ciò che credo giò profondamente: il Bello è bello in sè, ed è di quelle cose che saleranno il Mondo. Non creda che non mi sia rivoltato per terra e non mi sia strappato ciocche di crini per domare me stesso alla "semplicità" del Bello. ... è dura dover ammettere di non essere fautori di ciò che sotto sotto è quello che ci piace davvero. questo in essenza è ciò che si chiama - umiltà -. E io, almeno per ora, in questa battaglia con sè stessi 8il nemico più grande) ho vinto. ai posteri (se ci saranno) e a Dio (se esiste) la sentenza su quale sia la battaglia più importante. Io per adesso, pur avendo sofferto molto (le assicuro: in assoluto), non ho blocchi nè tabù a dire a voce piena che - sono felice -.

Concordo

Parlo da ingegnere informatico, quindi avvezzo alla scienza e alla tecnica: tutta la scienza e tutta la tecnica di questo mondo non valgono una briciola del Bello che Giuseppe ha descritto e che per me è ciò cui ciascuno deve tendere se vuole provare, una volta nella vita, la vera felicità. Giuseppe, tutta la mia stima. :-) Paolo

mi stava fregando:

! perdinci! Dimenticavo che la distinzione tra "scienza" e tutto il resto, quindi il Bello di cui ho accennato, la fa Lei, per motivi a cui Lei vuole dare credito. Ma non è effettiva. Sarebbe già abbastanza quello che ho scritto precedentemente. Ma mancherei di pienezza se tacessi che Bello e Scienza non sono in antitèsi, ma si coniugano in mirabile armonia in una Sintesi perfettibile (migliorabile). E questa sintesi è l'Uomo.

La ricerca rimane valida ed assai interessante...

Giuseppe A mi fa venire in mente i sostenitori della LAV, con cui mi sono duramente confrontato, allorquando sostengono che la ricerca sugli animali è improduttiva dal punto di vista scientifico. Personalmente ritengo... anzi sono convinto che ciò sia assolutamente falso. Posso comprendere, e posso finanche perfino, in un qualche modo, apprezzare le istanze animaliste... SU UN PIANO ETICO... ma non venitemi a dire che la sperimentazione animale sia insignificante su un piano scientifico...!!!! Analogamente, NON condivido l'idea concettuale di porre sullo stesso piano una blastocisti ed un essere umano in carne ed ossa. Però lo capisco e lo rispetto. Quello che mi dà sui nervi è il profondo analfabetismo scientifico sempre associato ad una straordinaria arroganza che trasuda copioso da quelle asserzioni che avrebbero intenzione di criticare le promesse insite alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. SE PER UN ATTIMO SI ESCLUDESSE LA QUESTIONE ETICA, SI DOVREBBE OBBLIGATORIAMENTE CONVENIRE CHE - CON I DATI ATTUALMENTE DISPONIBILI - LA RICERCA CON LE CELLULE STAMINALI EMBRIONALI È OGGETTIVAMENTE MOLTO INTRIGANTE...!!!!! Poi ci sono questioni etiche che molti Cattolici e non considerano insuperabili... Per problemi etico-metafisici-religiosi vi sono persone, che in tutta buona fede, ritengono inaccettabili SU UN PIANO ETICO le ricerche sulle cellule staminali embrionali... Eticamente inaccettabili le ricerche sulle cellule staminali embrionali...? O.K.... Potrebbe accadere che non venga fuori assolutamente nulla di interessante dalle ricerche sulle cellule staminali ...? O.K.... Ma oggi... oggi... se si vuol ragionare spassionatamente, si deve ammettere che, indipendentemente dalla questione etica, tali ricerche sono moooolto interessanti! Ciao a tutti. P.S. Del resto, se non fossero promettenti, perchè tanti scienziati invocano la possibilità di studiarle? Perchè manifesterebbero tanto desiderio di "andare a cercare il freddo per il letto"?

Non ho nulla a che vedere con

Non ho nulla a che vedere con quelli della Lav, se non nei principi. Ad ogni modo la sperimentazione sugli animali non ha altro merito che quello di avere metodi economicissimi, sia in termini monetari sia in termini di scervellamento da parte degli "scienziati". NON ESISTE NULLA IN QUESTO UNIVERSO CHE NON LASCIA TRACCE NEL TEMPO, NELLA MATERIA E NELLO SPAZIO. NULLA CHE DEBBA ESSERE COLTO DIRETTAMENTE IN ESSENZA (cosa che Aristotele ci aveva pure detto impossibile: il noumeno - l'essenza stessa delle cose - è incoglibile). Al limite cose così "effimere" riguardano il piano soprannaturale. E non mi sembra quello l'oggetto della Scienza. Tant'è vero che gli esperimenti "medico-scientifici" dei nazisti su Persone Vive non portarono a NULLA. Un "ignorante" in materia di Scienza si permette di segnalarLe che c'è una profonda differenza tra Ricerca Scientifica e Sperimentazione Scientifica. L'una segue la prima. Ovvero c'è necessità si sperimentare (provare sul campo) quello che la Ricerca ha raggiunto in via teorico-conoscitiva. Ed è necessaria la Sperimentazione, dopo la Ricerca. Sennò non si può mai essere sicuri. Ma se nessuna Ricerca plausibile precede la Sperimentazione, allora questa si riduce a un mero achibugiare di uno stregone alchimista. Assodato questo (che è un semplice ragionamento logico) allora vediamo che non c'è ancora NESSUNA PLAUSIBILE RICERCA che attesti in linea teorica la validità dell'uso sperimentale di embrioni vivi. Per fare ricerca occorre Osservare, Analizzare, Dedurre. Il tutto con buona e integra pace dell'oggetto di ricerca. Libero di farsi intrigare quanto vuole, opprimendo l'Etica, dalla sperimentazione sugli embrioni. Ma spiacente di deluderla (può continuare a sognare, se vuole, non posso impedirglielo - pur consigliandole pensieri più utili, persè e per gli altri)... Le ricordo che ci sono già stati casi Storici, recenti e non, di sperimentazione diretta su Esseri Viventi oltre i vegetali. E non hanno portato nessun risultato minimamente apprezzabile. Nulla che non si possa raggiungere con il solo, onesto, pulito e formidabile Uso della Speculazione Rationale Umana. A me, per esempio, intriga prendere una scintilla di Sole e portarmela a casa, risparmierei tanta bolletta e avrei una energia perenne e pulita. Ma dubito che, pur essendo "promettente" questo si riveli fattibile, governabile, utile e senza effetti collaterali. E quindi, parallelamente al suo messaggio concludo: Oggi come oggi la ricerca sulle cellule embrionali non ha nulla di Scientificamente interessante. L'unico interesse che ci si può figurare è quello di una certa maniacalità a mettere le mani sulla vita che si stà formando...addentare il cuore ancora palpitante del nemico sconfitto credendo di risucchiarne le virtù. TUTTE LE PIU' GRANDI SCOPERTE SCIENTIFICHE E TECNICHE NON HANNO MAI VISTO LA LUCE DALLA MORTE DI CHICCHESSIA. esclusi pochi casi eroici di scienziati che hanno donato la propria vita MA NON rischiandola imprudentemente. Vedasi Carlo Urbani che lottava contro la Sars. Vedasi al limite Icaro che non attaccava, però, le ali ai cani o agli Embrioni Umani... ABBIAMO AVUTO LA GRAZIA CASUALE (chiamiamolo pure Caos il Principio di questo universo) di aver svelati i segreti del PROGETTO STESSO della Vita, il Libretto di Istruzioni di ogni Essere Vivente. Malgrado ciò, c'è chi, come Lei, ancora crede sia necessario "rompere" le cose e gli individui viventi per conoscerne il funzionamento. Errare è umano. Ma mettere da parte il sistema di insegnamenti fruttati dagli errori passati (ecco il senso basilare dell'ETICA)... è demoniaco (e qui, mi sa che il discorso non fa una grinza ai Suoi occhi). Gli scienziati che reclamano la sperimentazione sugli embrioni...sono umani. Ha saputo dei 200 medici che si sono schierati in modo manifesto per l'astensione? Esistono gli Scienziati. Ma la Scienza è da un pezzo che ce la siamo persi per la via! Che ho da augurarLe, commiatandomi? Bòh! Faccia lei. Ma non è un "augurio in bianco" (me ne guardarei bene). Ho ben precisi limiti Etici apposti irremovibilmente sul mio Conto Augurale. E allora mi sa che ne caverà comunque poco. Per i Suoi intenti belfagoriani. quindi: punto.

Placst

Io ero assolutamente in tema... solo che Tu non l'hai capito... ma non xderò tempo x spiegartelo. Ciao

TUTTI AL CIRCO!!!

Siete al circo e state ammirando un trapezista che effettua il suo numero acrobatico. Ecco... lo vedete oscillare sul trapezio con estrema grazia... Ad un certo punto abbandona l'atrezzo... e, volteggiando nell'aria, si libra apparentemente senza peso..... gira il busto...... le mani si protendono per afferrare al volo l'altro atrezzo che sta fluttuando verso il trapezista ... E' un attimo fuggente... PROVATE - CON LA MENTE - A FARE UN FERMO-IMMAGINE. L'acrobata sembra in levitazione sospeso fra i due atrezzi. Non è in pratica aggrappato a nessuno. Sta abbandonando un atrezzo, ma è solo con la "coda dell'occhio" che alcuni neuroni della corteccia cerebrale della visione colgono il nuovo atrezzo dove aggrapparsi... Vi è poi una importante aliquota di neuroni della corteccia cerebrale della visione collegati con alcune cellule della retina che vedono - con profondo senso di sbigottimento - che anche l'ultima mano sta abbandonando la sicura presa di tante oscillazioni... e non vedono e non immaginano altri possibili atrezzi su cui aggrapparsi... QUESTO È IL NOSTRO DIFFICILE MOMENTO!!! Molti hanno paura, perchè vedono i loro Valori andare a ramengo. Ed allora cercano disperatamente di fermare il tempo. Possono anche non far raggiungere il quorum di questo referendum.... Possono bloccare in Italia l'avanzamento della Scienza (l'hanno già fatto. Ricordate che dopo Galileo, in Italia non si sono visti scienziati per molto tempo e - dopo il caso dello scienziato pisano - lo sviluppo della Scienza si è spostato nel Nord-Europa, soprattutto Inghilterra e Paesi Bassi, Paesi fuori dall'influenza cattolica). Ma non arriveranno mai in California, ... o in Corea del Sud,... o in Cina... e... alla fine ... i casi sono due: AUT dalle cellule staminali embrionali non si otterrà alcunchè (anche se tutto lascia intendere il contrario)... AUT dalle cellule staminali embrionali si riuscirà a curare... anche solo una malattia... ed allora... i malati di quella malattia... cosa credete che faranno??? stenderanno una bella mano di biacca sui Valori della Sacra Vita Umana... e prenderanno l'aereo... Cosa avranno ottenuto, quindi, i sostenitori dell'astensionismo? Che le plausibili cure con le cellule staminali embrionali diventeranno disponibili qualche anno più tardi... ed in questo modo gli astensionisti ci regaleranno qualche "naturale" sofferenza evitabile in più... in compenso, però, ci avranno "salvato" l'anima.

belfagotto:

una risposta comunque la dò ai "concetti" che scrive: li campiono. Se non si raggiungerà il Quorum significherà semplicemente che la Maggioranza degli Italiani non pagherà altri soldi di tasca propria per vedere affermata una legge che tutto sommato gli stà bene. Ma quello che è rigettabile di questa legge POTRA' comunque essere modificato con il più preciso lavoro del Parlamento, che a suo tempo (feb 2004) costruì una maggioranza che eccedeva di 60 voti il minimo necessario per approvare la legge (larga maggioranza) e che vide sconfessate le indicazioni contro la Legge 40 che la maggior parte dei partiti diede... un chiaro Voto di Coscienza. E a leggerla bene, la Legge 40, contiene innovazioni e virtuosismi che anticipano la Giurisprudenza della gran parte dei Paesi Occidentali! Perchè puntare tutto sulla sciabola? Qualcuno la voleva togliere tutta intera di mezzo... Purtroppo per lui avevamo già recepito la Convenzione di Oviedo, che è un testo legislativo SOVRANAZIONALE... Le cellule staminali embrionali promettevano bene anche quando quattro anni fa sorsero tre grandi aziende in America, proprio per sperimentare sugli embrioni... perchè nessuno mai dice che chiusero per fallimento? gli embrioni non portarono alcun risultato. E si sa... gli Americani ci sanno fare con la ricerca! Eppure qualcuno crede davvero che l'America abbia lasciato alla Corea del Nord l'appannaggio esclusivo di una "ricerca promettente"!?!?!? Stia bene, Belfagor. (anche se per Sua essenza non le è possibile... è una formalità che non stona mai).

Fuori argomento

Sei fuori argomento Avevo chiesto una discussione vera, ma evidentemente non ne siete capaci. Misebra anche che la fonte sia assolutamente neutrale.

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