XX Settembre

Porta Pia: breccia europea e papalini nostrani

di Gianfranco Spadaccia

Da Bruxelles, a Roma, passando per Londra. I radicali mettono al centro della loro iniziativa il tema della laicità e della religione, mentre i fondamentalismi riemergono.

C'è un filo logico che unisce la ripresa su tutti i piani dell'integralismo cattolico e il segno di rivincita papalina che la Giunta Alemanno ha voluto imprimere alla ricorrenza del XX Settembre con la commemorazione dei 19 zuavi pontifici morti a Porta Pia. È toccato, infatti, ai radicali, come sempre presenti a Porta Pia il 20 settembre, di ricordare e rendere omaggio ai 49 bersaglieri morti in quella battaglia, vergognosamente dimenticati dalla Giunta di centrodestra, il cui sacrificio servì non solo a realizzare l'Unità d'Italia ma a liberare la stessa Chiesa dal peso del potere temporale. Ed è un filo logico quello che ha unito due convegni che i deputati europei radicali hanno organizzato in piena estate con il contributo del gruppo liberaldemocratico ALDE al quale appartengono: il primo si è svolto dal 27 al 29 agosto a Bruxelles sul tema "Laicità e religioni di fronte alla violenza fondamentalista" e il secondo il 19 e 20 settembre a Londra ("Roma 20 settembre 1870: data epocale del mondo contemporaneo? Eredità e attualità"). C'è, come molti sostengono, una ripresa del sacro, della fede, della religiosità nella società contemporanea? Se è così, ed è probabile che in parte lo sia, non solo non sarebbe un fatto di per sé negativo, ma al contrario sarebbe un fenomeno da salutare con favore e di cui bisognerebbe in qualche modo essere interlocutori attenti e partecipi. Ma è davvero così? Se e in che misura ciò si stia davvero verificando è difficile valutare perché anche in Italia, come ovunque nel mondo, questa ripresa della religiosità è accompagnata, sopraffatta, soffocata da una ripresa (ri-presa) di potere e di influenza politica e sociale delle religioni istituzionali che pretendono di tornare a dettare, in forma diretta o indiretta, le leggi dello Stato annullando la distinzione fra moralità e politica, fra etica e legislazione e si sforzano di riconquistare per questa via il controllo e il potere sulle coscienze. Fondamentalismi e integralismi religiosi si protendono in forma diversa verso la post-modernità con la pretesa di respingere indietro o addirittura di cancellare quei fondamenti della modernità che sono la laicità, il liberalismo, i diritti umani, i diritti della donna, conquiste inscindibili dai principi della libertà di coscienza e di autodeterminazione dell'individuo. Come negli anni venti del secolo scorso la grande maggioranza dei liberali e dei democratici si illusero di potersi servire del fascismo per combattere il pericolo del bolscevismo e l'estendersi al resto d'Europa della rivoluzione d'ottobre, così molti anche non credenti (i cosiddetti atei devoti) si illudono oggi che la rinascita di un integralismo cattolico possa contrastare e contribuire a battere altri fondamentalismi religiosi, a cominciare da quello islamista. Uno degli sbocchi che la Chiesa intende dare a questa rinascita dell'integrismo cattolico è una nuova versione dell'ecumenismo religioso assai lontana da quella del Concilio ed anche dal dialogo interreligioso voluto e costantemente ricercato da Giovanni Paolo II. Essa si forza di promuovere la convergenza di tutti i fondamentalismi sulle grandi questioni etiche del nostro tempo e sui diritti civili al fine di operare una pressione congiunta sugli Stati e soprattutto sulle organizzazioni internazionali. Per la verità la Chiesa persegue questa politica con una forma di vera e propria schizofrenia perché, se è intransigente nello sferrare i propri attacchi sulle questioni etiche e sui diritti civili, non può buttare a mare democrazia, libertà, diritti umani dopo gli sforzi che il predecessore di Ratzinger aveva fatto per riconciliare la Chiesa con questi aspetti fondanti della civiltà moderna e portarla ad abbandonare le forme di intolleranza che ne avevano caratterizzato la storia. Ed in effetti il Papa attuale è costretto a combattere la sua battaglia in nome di una insistita riconciliazione fra ragione e fede facendo appello perfino a una "bene intesa laicità". Questa dissociazione è tuttavia difficilmente sostenibile perché i principi di libertà non sono scindibili e in effetti il fondamentalismo mussulmano nella sua versione più integralistica nega in radice i diritti umani, e in particolare i diritti della donna e contemporaneamente pratica al pari di altri fondamentalismi (quello induista ma, sia pure in forma meno virulenta, anche quello neoprotestante americano) l'intolleranza religiosa. E' invece proprio la laicità dello Stato l'unica garanzia della tolleranza e della libertà religiosa, della convivenza civile fra uomini di diversa fede. Sicché, portando avanti questa sua politica contro la laicità dello Stato, la Chiesa rischia di segare in prospettiva il ramo che la sostiene e di trovarsi senza difese a dover affrontare quello scontro di civiltà che alcuni hanno preconizzato. C'è chi guarda con scetticismo e perfino con diffidenza a questa attenzione radicale, che ha portato a Bruxelles teologi cattolici, protestanti ebrei, rappresentanti di associazioni laiche e per i diritti civili, esponenti mussulmani e buddisti a discutere di laicità e di religione di fronte alla violenza (e quindi all'intolleranza) del fondamentalismo. Di qualunque fondamentalismo. E' un atteggiamento sbagliato, perché la laicità e con essa una autentica e non intollerante religiosità sono i veri nemici del fondamentalismo. Il convegno di Londra ha seguito quello di Bruxelles a venti giorni di distanza e, anche in questo caso, l'ostinazione di Pannella nel promuoverlo e nel realizzarlo, è sembrata uno sforzo sproporzionato al fine che si proponeva. E invece, di fronte a ciò che sta accadendo nel nostro paese, non ci si poteva accontentare di manifestazioni celebrative che rischiavano per forza di cose di essere stanche e ripetitive, condannate all'isolamento dalla cultura e dalla politica dominanti. La scelta di Londra ha ridato al XX settembre il suo significato storico, di avvenimento europeo, di coronamento con la fine del potere temporale della Chiesa di un lungo processo che ha portato alla affermazione nell'Europa continentale e da ultimo anche in Italia dello Stato laico e di diritto. Di fronte a un confronto di lunga durata che ha necessariamente dimensioni internazionali, transnazionali, occorreva rompere la chiusura e l'isolamento romano e italiano, uscire dai nostri confini chiamando a dibattere storici italiani, inglesi, francesi : è un impegno che deve proseguire, un dibattito che non si è concluso ma è appena iniziato. Grazie ad esso, e non solo per la sciagurata scelta della Giunta Alemanno, la presenza quest'anno a Porta Pia ha avuto un valore, un significato e un peso diverso. La scelta della giunta capitolina non sarebbe stata neppure concepibile se non fosse stata preparata da un revisionismo pasticcione e superficiale che si rivolge contro le fondamenta stesse dell'unità d'Italia e mira a dimenticare e screditare gli uomini, gli eventi, le idee del Risorgimento. Non a caso a raccoglierne l'eredità si propongono oggi in primo luogo proprio i radicali, critici dello e degli stati nazione, federalisti italiani ed europei da sempre, oppositori di ogni forma di nazionalismo e di localismo provinciale. In nome di un federalismo un po' cialtrone e di un revisionismo superficiale si rischia infatti di buttare insieme all'acqua sporca del nazionalismo e del centralismo statalistico anche il bambino dell'unità politica e culturale del paese, dello Stato liberale e laico.

Venerdì, 10 ottobre, 2008 - 18:23
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