Quelli contro l'eutanasia clandestina

di Giulia Simi

Occorre come in Olanda avviare una grande indagine sull’eutansia clandestina

I l progresso della medicina e lo sviluppo delle tecnologie scientifiche hanno reso possibile il prolungamento della vita umana anche in condizioni per molti non accettabili e con il tempo sarà sempre maggiore il numero di persone che si troveranno in condizioni di sofferenza fisica e/o psichica tali da desiderare di morire. Al di là della necessità di riconoscere il diritto individuale a scegliere liberamente e consapevolmente come e quando porre fine alla propria esistenza con l'assistenza del medico, non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fenomeno dell'eutanasia clandestina, di cui già oggi sono vittime i malati, molto spesso ridotti, in assenza di legge, a essere oggetto e non soggetto della decisione del medico e dei familiari. A livello di grande pubblico la questione dell'eutanasia clandestina nelle corsie degli ospedali italiani è stata sollevata da Umberto Veronesi. Tuttavia, a differenza di altre realtà europee, nel nostro Paese non è stata ancora condotta un'indagine approfondita su scala nazionale che permetta di conoscere la reale portata del fenomeno. Per gli ultimi dieci anni possiamo fare riferimento solo a due studi scientifici, parziali e ormai datati, i quali offrono comunque indizi importanti che necessitano di ulteriori approfondimenti. Il primo è uno studio, svolto tramite un questionario anonimo, realizzato nel 2001 in collaborazione dal Centro di Bioetica e dal Dipartimento di Sociologia dell'Università Cattolica di Milano. Lo scopo era valutare gli orientamenti dei medici dei reparti di rianimazione della città di Milano riguardo alle scelte di fine vita. Dall'indagine è emersa la scarsa propensione da parte del medico a coinvolgere nel processo decisionale il paziente e la sua famiglia. Una delle domande del questionario era: nel processo decisionale della sospensione delle cure tu in genere coinvolgi il paziente stesso (se è cosciente)? Mai il 56,2%, raramente/talvolta il 21,7%, spesso/ sempre il 22,1%. I familiari stretti? Mai il 18,7%, raramente/talvolta il 22,9%, spesso/ sempre il 58,4%. Fin qui si parla di eutanasia "passiva", ma come è stato rilevato da questa indagine in alcuni casi l'eutanasia passiva diventa attiva: viene infatti rilevato l'utilizzo (4% dei casi) di dosaggi volutamente letali di farmaci, che sono peraltro ritenuti eticamente accettabili dal 16% dei medici. Sempre per evidenziare come, secondo questa indagine, la scelta consapevole del paziente non sia fra le priorità del medico, si possono citare i dati relativi alle motivazioni per la sospensione/limitazione delle cure: nella graduatoria le due voci "volontà attuale del paziente" e "volontà espressa in passato dal paziente" sono rispettivamente al 6° e all'8° posto fra le 13 motivazioni previste. Infine, nella graduatoria delle motivazioni che fanno decidere al medico di non iniziare alcuna terapia la "volontà attuale del paziente" è al 7° posto e la "volontà espressa in passato dal paziente" è al 10° (la graduatoria comprende sempre 13 voci). La seconda ricerca è stata svolta dall'Eureld, sempre tramite un questionario anonimo, e si proponeva di studiare la decisione di fine vita in sei Paesi europei (Belgio, Danimarca, Italia, Paesi Bassi, Svezia e Svizzera) riferendosi ai decessi avvenuti tra il giugno 2001 e il febbraio 2002. Dall'indagine risulta che, laddove l'eutanasia è legalizzata, c'è il rispetto più grande della volontà del paziente. Ecco le percentuali di risposte alle tre opzioni date dal questionario: la decisione è stata discussa con il paziente: 75% in Belgio, 71% in Danimarca, 45% in Italia, 94% nei Paesi Bassi, 43% in Svezia, 83% in Svizzera. La decisione è stata discussa con i congiunti: 71% in Belgio, 52% in Danimarca, 42% in Italia, 81% nei Paesi Bassi, 36% in Svezia, 72% in Svizzera. La decisione non è stata discussa né con il paziente né con i congiunti: 20% in Belgio, 34% in Danimarca, 52% in Italia, 5% nei Paesi Bassi, 53% in Svezia, 13% in Svizzera. Riassumendo si ha che in Italia e in Svezia, dove l'eutanasia è illegale, più del 50% delle decisioni di fine vita, sia nel caso di pazienti capaci sia nel caso di pazienti incapaci d'intendere e di volere, non viene discussa né con il paziente e né con i familiari. Come abbiamo detto, queste indagini offrono spunti importanti. Tuttavia, per dare forza a un dibattito non ideologico, basato sulla conoscenza e sulla consapevolezza, c'è bisogno di uno studio molto più ampio, che permetta di affrontare la questione politica dell'eutanasia in maniera pragmatica, non solo come un diritto individuale da riconoscere, ma anche come un problema di legalità. La via da percorrere ci pare quella seguita in Olanda nel 1990 dalla Commissione Remmelinck, istituita dal Governo, col consenso della Royal Ducht Medical Association, il cui lavoro mise in luce l'esistenza di una eutanasia illegale che coinvolgeva medici e parenti. Questo sollevò un grande dibattito pubblico che portò ad una prima normativa regolamentatrice. A tal fine l'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica ha preparato una lettera-appello, da far sottoscrivere a medici, scienziati, ricercatori, con la quale si chiede al Governo e al Parlamento italiani di promuovere una indagine conoscitiva sulla consistenza del fenomeno dell'eutanasia clandestina nel nostro Paese, indagine che può e deve essere sostenuta dall'Ordine dei Medici. Come ha scritto Luca Coscioni, "vogliamo allontanare i fantasmi che ruotano intorno al termine eutanasia, vogliamo non essere vittime della eutanasia clandestina".

Mercoledì, 31 ottobre, 2007 - 14:29
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