La pellicola di Anders Nilsson

"Racconti da Stoccolma". Storie di ordinaria violenza.

di Gianfranco Cercone

Non c'è personaggio che con più immediatezza provochi l'immedesimazione, come colui che ha patito un'ingiustizia (secondo solo, credo, all'innamorato). Sarà che nella vita associata, l'ingiustizia è un rischio, se non una realtà effettiva, incombente su ognuno; o sarà che, più oscuramente, ci sentiamo tutti defraudati dei nostri diritti.
Fatto sta che, come gli sceneggiatori di Hollywood sanno bene, i casi di ingiustizia e di successiva vendetta o riparazione, toccano un nervo scoperto; sono una garanzia quasi certa, di presa emotiva. Ne è una riprova il film svedese "Racconti da Stoccolma" di Nillson (vincitore del premio di Amnesty International al festival di Berlino).
L'autore non va troppo per il sottile. L'ingiustizia prende qui le forme inequivocabili della violenza fisica contro chi è ritenuto più debole: una ragazza, in una famiglia di immigrati arabi, sospettata di rapporti sessuali fuori del matrimonio; una giornalista picchiata e umiliata dal marito, invidioso del suo successo professionale; il buttafuori e il proprietario di una discoteca, nel mirino di un gruppo di teppisti, perché in odore di omosessualità.
Le vittime sono generalmente comprensive nei confronti dei loro carnefici; disposte, in un primo momento, alla riconciliazione; ma poi, viste le recidive, spesso coraggiose e coerenti nella rivendicazione dei propri diritti. I carnefici sono tetragoni, compenetrati quasi senza incrinature nella volontà di perpetrare il male (con una significativa, quanto poco verosimile, eccezione); disposti alle violenze più efferate come alle astuzie più subdole.
Sul volto di uno dei teppisti, si dipinge una smorfia truce delle labbra, che non stonerebbe disegnata in un fumetto. In due casi su tre, la polizia sembra misteriosamente paralizzata, incapace di proteggere le vittime e di catturare i carnefici. Almeno in un caso, la società civile si stringe perfino a protezione del colpevole. (E perché le ragazze arabe, con una poco credibile perseveranza nell'errore, continuano a fidarsi della loro madre, e cadono nei suoi turpi tranelli, quando l'hanno già ampiamente scoperta ossequiente alle legge dei Padri?).
Ma è proprio grazie all'elementarietà del racconto - i cui personaggi, specie i "cattivi", sono maschere rigide, inflessibilmente ancorate al loro ruolo - che il film crea una forte atmosfera; sembra farci precipitare in un sogno angoscioso (vagamente kafkiano), dove non si comprendono a fondo le ragioni di quel che accade, ma tutto obbedisce a una logica misteriosa, che vuole la nostra sofferenza, la nostra punizione e anche la nostra morte. Così "Racconti da Stoccolma" finisce per coinvolgere ed emozionare.
E l'immagine conclusiva dei tre aerei che nello stesso tempo, sullo stesso cielo, conducono in salvo le vittime (in un caso, a Bruxelles, al Parlamento Europeo, per denunciare quanto in patria è accaduto), credo che faccia esultare ogni spettatore come un segno di speranza.

 

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Mercoledì, 4 giugno, 2008 - 17:37
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