Eugenia, visione celeste contro il caos abortivo


Gli Altri
23/07/2010
Monica Micheli

RU486Sembra di giocare a Teresina, questa l’impressione di chi si addentra sul terreno della storia italiana della RU486. Cerchiamo di ritrovare il bandolo di questa matassa, visto che tanta caciara ci ha obnubilato la vista e la memoria. Un anno fa l’Aifa esprimeva il suo consenso alla commercializzazione su territorio nazionale del farmaco abortivo.

Seguiva una lettera del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, al Presidente e al Direttore generale dell’Aifa, dove leggiamo: «Sono certo che l’Aifa saprà indicare nel dettaglio le modalità con cui garantire il pieno rispetto della legge 194, la quale impone il ricovero in una struttura sanitaria "dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla certezza dell’avvenuta interruzione della gravidanza", come ricordato dallo stesso comunicato del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia. In esso si ribadisce anche che la legge prevede "una stretta sorveglianza, da parte del personale sanitario cui è demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare e sui possibili rischi, nonché l’attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse".»

Una lettera che puzza di avvertimento e che contiene un’informazione viziata e condivisa con l’Aifa stessa: la 194 prevede, secondo loro, il ricovero dal momento dell’assunzione del farmaco fino a interruzione avvenuta. Prima domanda: quale farmaco? Il primo o il secondo? Non si sa, il ministro non specifica. La cosa sconcertante però non è l’approssimazione ma il surplus di fantasia; la 194 infatti, con i suoi 32 anni di vita, non norma l’assunzione di un farmaco allora, ancora inesistente. Andiamo a vedere cosa recita, la legge all’articolo 8: «Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati.» Il ricovero è menzionato dalla legge 194 solo qualora necessario, laddove la necessità è stabilita dal medico che ha in cura la donna, tant’è vero che l’interruzione chirurgica di gravidanza viene fatta in day hospital.

Nel testo di legge non viene citato alcun farmaco ma viene invece richiesto alle Regioni un continuo aggiornamento delle procedure abortive nel rispetto della dignità e della salute della donna. Nessun accenno della 194 nemmeno a quella "stretta sorveglianza" di cui Aifa e Sacconi hanno voluto parlare. Fine prima puntata. Seconda puntata: quasi un anno dopo. L’Italia è un paese un po’ lento. Il Ministro della Salute Ferruccio Fazio, insieme all’onorevole Eugenia Roccella, istituisce una commissione ministeriale per stabilire le linee guida per l’utilizzo della RU486, che escono a giugno 2010 e raccomandano alle Regioni, le quali saranno però libere di seguire o meno tali suggerimenti, il regime di ricovero ordinario dall’assunzione del primo farmaco all’espulsione dell’embrione (almeno tre giorni) per le donne che ricorrono all’interruzione farmacologica di gravidanza.

A dispetto dell’iniziativa di Fazio e Roccella, ogni Regione si dà le proprie linee guida, che possono essere discordanti da quelle del Ministero, come accade in Emilia Romagna dove è previsto un ricovero in day hospital, e come accadrà in Umbria a settembre, secondo quanto detto dall’assessore regionale alla sanità Riommi. Anche il Lazio a giugno ha emanato le proprie linee guida, in accordo con quelle ministeriali; contemporaneamente ha chiesto all’Asp (Agenzia di sanità pubblica) di valutare, con procedura d’urgenza, il fabbisogno di posti letto di ricovero ordinario da dedicare alla somministrazione della RU486.

La procedura d’urgenza si è conclusa, da parte dell’Asp, il 25 giugno con un documento che il 18 luglio la Polverini non ha ancora reso pubblico. Questo impedisce la somministrazione della pillola nel Lazio, unica Regione italiana dove non è ancora possibile abortire farmacologicamente (a parte un episodio al Grassi di Ostia). Il 14 luglio vengono presentate in Regione Lazio tre mozioni: una di Sel e un’altra della Lista. Bonino Pannella che chiedono il ricovero in regime di day hospital per la somministrazione della RU486, una terza mozione di Giulia Rodano dell’Idv che chiede invece di inaugurare nelle strutture laziali la procedura abortiva farmacologica in regime di ricovero ordinario. La mattina stessa tutte le mozioni vengono bocciate, compresa quella a firma Rodano che non chiede altro che l’applicazione delle linee guida approvate dalla Polverini.

Nel frattempo Eugenia Roccella, di fronte all’evidente cul de sac in cui si trova la discussione sulla RU486, ha cercato di fare ordine dichiarando che le Regioni che non seguiranno l’indicazione di ricovero ordinario si assumeranno le loro responsabilità, compresa quella economica di un eventuale non rimborso della procedura abortiva. La minaccia è evidente ma si fonda su un vizio: il ricovero in regime di day hospital viene letteralmente "proibito" non attraverso una normativa legislativa, ma attraverso delle linee guida, che per definizione non sono prescrittive ma indicative, quindi non vincolanti, e che oltretutto rappresentano un terreno sul quale possono entrare in conflitto competenze regionali e ministeriali. Se una legge è un atto normativo che prevede una sanzione qualora venga infranto, una proibizione è un atto autoritario cui segue, in caso di disobbedienza, la punizione: un sistema un tantino arcaico, sicuramente precedente agli ordinamenti democratici. Roccella minaccia di punire in caso di disobbedienza.

Questo sogno di mettere in riga il mondo secondo i propri principi sembra andare di pari passo con quello del family day, di cui la sottosegretaria è stata esponente e promotrice: una giornata che nella, sua mente diventa visione celeste, prefigurazione di un Eden dove è ammessa la sessualità. (i trascorsi femministi impediscono a Roccella le derive astrattiste di Olimpia Tarzia). Una visione quasi dantesca la sua: il caos sulla terra, per esempio quello creato intorno alla RU486, e la pace in cielo, dove ognuno sta al suo posto, obbediente all’ordine divino. Al centro della pace celeste sta la Grande Madre che, pur avvalendosi di un grande padre particolarmente compromesso con le faccende terrene - il Pdl - accoglie con voce autorevole e qualche volta autoritaria tutti i suoi figli, nessuno escluso, perché la madre, come Roccella stessa afferma, non è selettiva e li prende con sé tutti, sani e buoni e ribondi e longevi. Lei ci ama tutti allo stesso modo e ci difende dalla sua ossessione della tecnoscienza. E' una visione interessante la sua, non lo dico con ironia, forse legata a certa teologia femminista partorita dentro e fuori la chiesa cattolica, con cui si potrebbe addirittura discutere, ma non sul terreno politico, perché lì il pensiero di Eugenia Roccella approda a una concezione teocratica dell’organizzazione e del controllo sociale, una concezione che va ben al di là delle terrene ingerenze del Vaticano nello Stato italiano, roba che le può tornare utile ma che non va messa nel conto della sua teoria. Roccella sogna il regno dei cieli, forse addirittura in buona fede. Come spiegarle che noi lì non saremmo felici?

 

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Venerdì, 23 luglio, 2010 - 13:51

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