Falsi invalidi e veri disabili


Europa.it
23/08/2010
Gustavo Fraticelli

Come persona disabile e come cittadino ho tirato un sospiro di sollievo per il “mancato pericolo” rappresentato delle norme, inizialmente proposte dal governo e poi ritirate, che avrebbero reso più gravose la condizioni dei disabili, in particolare per l’accesso all’assegno mensile di...256 euro.
Ma il fatto che un provvedimento del genere abbia fatto la fine di un ballon d’essai non consente di restare né tranquilli né felici per il futuro. Quello che manca è, infatti, una qualunque politica sulla disabilità che faccia i conti con l’effettiva realtà sociale e le nuove opportunità per affrontarla.
Il balletto delle proposte ritrattate ha fatto emergere innanzitutto un tale deficit conoscitivo da parte del governo che non fa presagire nulla di buono. Da parte governativa è stato detto, a supporto della “giustezza” delle misure prese, che il numero dei disabili nel 2009 ammontava a circa 2 milioni di persone, dato che è inferiore a quello prospettato dall’Istat, nel suo ultimo Rapporto sulla disabilità in Italia che, invece, è di 2,6 milioni di disabili, il 4,8% della popolazione. Discrasia che diventa più marcata, se si considera che il rapporto Istat è riferito al 2004- 2005. Inoltre da parte governativa si è tentata una surrettizia intrusione autoritativa nella valutazioni prettamente mediche della disabilità, pretendendo che le stesse fossero limitate, per legge, alle singole patologie, e non a una valutazione complessiva delle medesime, per determinare il grado di disabilità, secondo un approccio metodologico sancito a livello internazionale dall’Organizzazione mondiale della sanità, recepito anche nel nostro paese.
Ma lo scampato pericolo non può e non deve tradursi in una mera esaltazione dello status quo in materia di disabilità, perché si dovrebbe allora ritenere congruo l’ammontare di 256 euro circa dell’assegno mensile, ovvero rendere del tutto avulso l’indennità di accompagno da ogni contesto reddituale. Viceversa tale stato di cose appalesa una sperequata dualità del sistema di welfare per i disabili, tra prestazioni previdenziali a favore di chi lavora o ha lavorato, il cui livello economico può essere ritenuto adeguato, e le prestazioni meramente assistenziali a favore dell’inoccupati e degli inabili al lavoro, il cui livello economico è viceversa scandalosamente insufficiente.
Pertanto la questione fondamentale è che il welfare dei disabili deve essere ripensato come variante di quello generale, su un modello dinamico di welfare to work, cioè di strumenti volti a favorire il più possibile il lavoro delle persone disabili, da affiancare al rispetto di regole già esistenti, ma sistematicamente violate, che riguardano l’accessibilità del luogo di lavoro e l’obbligo di assunzione di una quota di personale disabile.
Lo stato sociale dovrebbe da un lato rendere economicamente più congrui i sussidi vari per i disabili inabili al lavoro e dall’altro lato incentivare l’occupazione dei disabili che possono lavorare, trasformando le varie esenzioni dall’obbligo datoriale di rispettare le quote di legge di assunzione dei disabili in riduzione del cuneo fiscale.
Il lavoro rappresenta anche un potente mezzo di conquista di autonomia dei disabili, che nel bene e nel male sono particolarmente condizionati dal “familismo”. Un approccio di “sistema” a favore dei disabili dovrebbe infine sfruttare sia le novità tecnologiche negli ausili alla disabilità, sia la flessibilità delle nuove forme di assistenza autogestita. Su questo piano è determinante l’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza e del nomenclatore protesico, cioè degli elenchi delle strumentazioni rimborsabili. Il governo si è impegnato di fronte al parlamento, grazie alla pressione di Maria Antonietta Farina Coscioni e dei radicali, a dare risposte entro settembre. Si dovrà vigilare perché ciò accada davvero.
 

13 agosto 2010

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Lunedì, 23 agosto, 2010 - 11:24

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