Aldo Capitini

Religiosità laica in Italia

di Mario Martini

Nella cultura politica italiana del Novecento, l'umbro Aldo Capitini occupa un posto particolare, in quanto è stato tra i primi in Europa a parlare di nonviolenza ed a praticarla, nonché a mettere in relazione la questione della violenza con quella del potere e della religione. Per Capitini etica, politica e religione sono tre istanze diverse, con un loro ambito di autonomia, ma che devono rapportarsi a vicenda pena la loro degenerazione; si può dare infatti anche una degenerazione spirituale e religiosa, matrice della violenza ideologica e politica. Perché ciò non avvenga, Capitini ha proposto di assumere la dimensione religiosa in un senso tutto nuovo e diverso da quello delle religioni codificate. La sua religiosità laica fa passare la religione da credo e istituzione impositiva a "libera aggiunta"; al posto del dogma c'è l'imperativo etico della nonviolenza e per lui la religione è "la forma simbolica della laicità in quanto atteggiamento critico di ogni assolutismo".

Questo autore osserva che la religione è fattore di dominio e si allontana dalla propria essenza di affratellamento nella misura in cui esercita il potere o fa ad esso da supporto, il che avviene attraverso la sua ideologizzazione. E' infatti precisamente il quoziente di ideologia che rende violenta la religione; denunciando ciò, in vista di una democrazia che sia reale potere di tutti, o, con termine da lui coniato, omnicrazia, Capitini intende togliere al potere la sua arma più forte: il dominio delle coscienze. Dando però credito all'esperienza religiosa come articolazione del senso e come orientamento positivo dell'agire, il discepolo occidentale di Gandhi mette in collegamento diretto, per così dire, la religione con la nonviolenza. (...) Il giudizio di Capitini sulla positività o negatività delle religioni è netto:"La compresenza di tutti toglie il sostegno ad ogni religione che non sia perfettamente nonviolenta: le vecchie religioni debbono raccomandarsi alla nonviolenza perché le accolga e perdoni loro". La particolare angolatura di questo pensatore sta nell'unire la promozione dell'essenza intima e universale dell'uomo, per lui l'essenza religiosa, con la preoccupazione sociale e politica; egli è uno dei pochi autori in Occidente che fanno ciò e in questo il maestro Capitini è Gandhi, dopo Mazzini. Gandhi, che vede come una società futura che realizzi veramente l'uomo nella sua dignità e libertà non può essere che una società basata sulla verità intesa religiosamente, cioè su un concetto di verità che però tramuta le convinzioni religiose confessionali, istituzionali, particolari. Vorrei che si ponesse la necessaria attenzione su questo punto, per il semplice fatto che l'unione di religione e politica ancora ai nostri giorni ha un significato dal risvolto pratico nefasto, cioè fa venire subito in mente quei fondamentalismi che richiamavo all'inizio del discorso. Gandhi dice: io devo considerare Dio non come la verità, ma la verità come Dio, in altri termini la tangenza delle varie fedi religiose rispetto alla verità che sfugge loro, che nessuna di esse ha in mano.

Questo è il principio della nonviolenza da lui propugnata, ed è anche il significato dell'apertura religiosa di Capitini, oltre che di Gandhi. Si tratta di un discrimine fondamentale per l'assunzione e la fondazione della nonviolenza da un lato, e per la pratica inveterata della violenza dall'altro; cioè se si assume il concetto di verità come apertura, la verità trascendente rispetto alla quale tutte le fedi sono equidistanti nel primo versante, oppure la verità che si possiede nella propria fede, e come tale escludente tutte le altre da combattere come falsità, nel secondo versante.

* Docente di Filosofia morale nella Facoltà di Lettere e fiolosofia dell'Università di Perugia

Martedì, 8 luglio, 2008 - 17:25
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