La scomparsa di Majorana

Sciascia e il caso Majorana. Ovvero la scienza e la morale.

di Valter Vecellio

Un paese che non ha cari i suoi scienziati viventi, figuriamoci se possa serbare il ricordo e la memoria di quelli che non ci sono più. Il caso Majorana letto da Sciascia Invitato a motivare la sua decisione di candidarsi al Parlamento italiano e a quello europeo nelle liste del Partito Radicale, Leonardo Sciascia risponde: "Per rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà. Per rompere questa specie di patto tra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane". C'è tutto lo Sciascia scrittore e polemista "civile" che conosciamo, e che ci si aspetta. Poi aggiunge: "Per rompere l'equivalenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo...". E' una frase chiave; per comprendere quello che Sciascia intende, è utile la lettura di un esile libretto scritto anni prima, dedicato alla vicenda di Ettore Majorana ("La scomparsa di Majorana", appunto), lo scienziato misteriosamente scomparso il 26 marzo 1938.

Quello della
responsabilità
morale
dell’uomo di
scienza è tema
poco dibattuto
anche dagli
scrittori, da
quanti hanno la
capacità, i mezzi,
il tempo per
tener desta la
propria
intelligenza.
Proprio coloro
che più di altri
dovrebbero e
potrebbero farlo,
sono i più
assenti.

Settant'anni fa: poteva essere l'occasione per una riflessione sul potere, la scienza e la morte, e la letale equivalenza che sempre più si va saldando. Ma viviamo in un paese che non ha cari i suoi scienziati viventi, figuriamoci se serba ricordo e memoria di quelli che non ci sono più. Per tornare al libretto su Majorana: "E' storia ormai a tutti nota", scrive Sciascia, "che Fermi e i suoi collaboratori ottennero senza accorgersene la fissione del nucleo di uranio nel 1934... Quelli che venivano chiamati i ‘Ragazzi di Panisperna' erano arrivati a questo risultato senza rendersene conto...". Ancora Sciascia, in un'intervista del 1978: "Sono stati quelli di via Panisperna a scrivere che la Provvidenza li aveva ‘accecati', impedendo loro di trarre tutte le spaventose conseguenze delle loro scoperte. Perché Majorana non avrebbe potuto vedere quel che gli altri non avevano visto per ragioni di ‘Provvidenza'?". Sciascia definisce Majorana "siciliano buono"; e chiarisce che "come tutti i siciliani migliori non era portato a fare gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi"; mentre sono quelli "peggiori", ad avere il gusto e il genio del gruppo, della cosca. Poi annota che tra Majorana e il resto del gruppo di via Panisperna, c'era una differenza profonda: quelli "cercavano", lui "trovava"; per gli altri la scienza era un fatto di volontà, per lui di natura. Quelli l'amavano, la scienza; volevano raggiungerla, e possederla. Majorana, forse senza amarla, la "portava". Usa proprio questa espressione: "la portava". Si "porta" qualcosa; e Sciascia lascia intendere che ad un certo punto Majorana non ha più voluto "portare"; come chi ha timore di farlo; e si ferma su una soglia al di là della quale non può, non vuole andare. Per Sciascia, Majorana è "il simbolo dell'uomo di scienza che rifiuta di mettersi in quella prospettiva di morte cui altri, con disinvoltura, a dir poco, si erano avviati".

Torniamo al libro. C'è una pagina illuminante, che ben descrive il "sentire" di Sciascia. "Chi, sia pur sommariamente, conosce la storia dell'atomica è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero". Majorana è il campione di questi schiavi-liberi: "gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia. Mentre i liberi, senza alcuna remora, e persino con una punta di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto, e senza porre condizioni o chiedere impegni, la consegnarono a politici e militari". E' un tema di scottante attualità questo della responsabilità morale dell'uomo di scienza; tema poco dibattuto in generale; e ancor meno dagli scrittori, e da quanti hanno la capacità, i mezzi, il tempo per tener desta la propria intelligenza; proprio coloro che più di altri dovrebbero e potrebbero farlo, sono i più assenti. Qui conta poco se Majorana si sia suicidato, come vuole la versione ufficiale; o se il suicidio l'abbia simulato, volontariamente confinandosi in un convento, come ritiene Sciascia (il Vaticano potrebbe dire una parola chiarificatrice: impossibile che là qualcuno non sappia se Majorana si sia o no esiliato in un monastero). Conta che abbia intuito le spaventose conseguenze della fissione nucleare, e in preda ad angoscia e spavento abbia escogitato come unica via d'uscita lo scomparire: per non essere costretto a "portare" quella scienza che lo atterriva.

Ma oltre al rapporto uomo-scienza- verità, ne "La scomparsa di Majorana", c'è un altro tema che è un po' l'"ossessione" di Sciascia: la giustizia. Una sorta di libro nel libro: Nell'estate del 1924,in casa di Antonino Amato, benestante catanese, un bambino - unico figlio dell'Amato - brucia nella culla... Non si pensa a un delitto se non quando dai resti della combustione viene il sospetto e poi la certezza che del liquido infiammabile era stato sparso. Da chi, si arriva subito a scoprirlo: una cameriera di sedici anni, Carmela Gagliardi. E perché un delitto così tremendo? La ragazza spiega: perché mia madre si ostinava a tenermi a servizio in casa Amato, mentre io volevo tornare a servire dai Platania, ai quali mi ero affezionata e che mi volevano bene. La spiegazione, appunto perché convincente, non convince... La spiegazione "convincente" è relativa a una complicata questione di eredità. In breve: non ci vuole molto a far dire alla ragazza che ha agito "per mandato". Dopo lunga ed estenuante "pressione", Carmela "coglie" un nome, Majorana appunto; che però sono due: Giuseppe e il fratello Dante. Dopo un non breve tergiversare, viene "scelto" Dante; si arresta il fidanzato della sorella, Rosario Sciotti; il fratello di Carmela, Giovanni, la madre. I tre negano ogni cosa, e non confessando non rendono possibile l'arresto di Dante. Sono lasciati in carcere, per "ammorbidirsi"; e alla fine, si "convincono": fanno i nomi di complici, istigatori, mandanti. Una lunga lista, in cima alla quale ci sono Dante Majorana e la sorella Sara.

Inchiodati dalle accuse della ragazza (ritenute veritiere doppiamente in ordine a due criteri che possiamo definire consueti nell'amministrazione della giustizia: che i minori in età, e specialmente i bambini, sempre dicono la verità, e che un imputato o un testimone è più facile menta nella prima dichiarazione che nella seconda), altra salvezza per loro non c'era che accusare, che coinvolgere quante più persone potevano: fino al parossismo, fino all'assurdo. Soltanto raggiungendo l'assurdità il processo poteva - enorme mongolfiera - ricadere sul terreno del buon senso, della verità. E così fu. Dal 4 aprile al 13 giugno del 1932 - Dante e Sara Majorana da tre anni in carcere, gli altri da otto; e Giovanni Gagliardi era intanto impazzito - la Corte d'Assise di Firenze tornò a quel piccolo grumo di verità, alla miserabile (commiserabile) verità del "delitto ancillare".

Disperatamente piangendo, ormai donna, Carmela Gagliardi per la seconda volta, dopo otto anni, la confessò: Io sola sono colpevole. E soltanto il suo pianto, il suo rimorso, ricordarono che al centro di quel labirinto di odio, di menzogna, di disperazione, c'era il piccolo Cicciuzzu Amato, il bambino bruciato nella culla... Una macchinazione giudiziaria esemplare, raccontata in poche, dense, paginette; che raccontano come "ieri", al pari di "oggi" la giustizia, i suoi "palazzi", e chi la giustizia la celebra, "siano qualcosa da cui è saggio cercare di stare il più lontani possibile", come scriveva Giuseppe Prezzolini in una lettera del 1914 a Giovanni Amendola. Lo si dice con avvilimento e pena; quel consiglio purtroppo è ancora eccellente.

 

Ettore Majorana(Catania, 5 agosto 1906 – 1938?) è stato un fisico italiano scomparso misteriosamente nel 1938.

“Al mondo ci sono varie categorie di scienziati;gente di secondo e terzo rango,che fanno del loro meglio ma non vanno lontano.C'è anche gente di primo rango,che arriva a scoperte di grande importanza,fondamentale per lo sviluppo della scienza.Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli.Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha.Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini:il semplice buon senso”. (Enrico Fermi)

Sabato, 31 maggio, 2008 - 22:59
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