Perchè la morale non ha bisogno della religione

Se Dio è morto tutto è permesso?

di Armando Massarenti*

Io mi occupo soprattutto di filosofia della scienza e di filosofia morale e politica. La bioetica è forse la disciplina dove questo duplice interesse trova una congiunzione piuttosto chiara. Così nel 1996, fiutando insieme ad altri intellettuali - Carlo Flamigni, Maurizio Mori e Angelo M. Petroni - i tempi bui che si stavano avvicinando, ho pubblicato un "Manifesto di bioetica laica" che, devo dire, ha va avuto una certa eco, ma soprattutto in negativo. Vi si affermavano alcuni principi molto tranquilli, molto semplici, quasi banali appunto, incentrati da un lato sulla valorizzazione delle conoscenze scientifiche - si ricordava che le conoscenze scientifiche, di cui si è parlato molto anche oggi, soprattutto in campo biologico, avrebbero provocato una rivoluzione e si ammoniva che l'atteggiamento della religione non avrebbe dovuto essere quello oscurantistico che aveva caratterizzato altre epoche e che quindi, dall'altro lato, era giusto ribadire alcuni principi laici, tra cui soprattutto, direi, la separazione tra religione e etica.

Bisogna dunque difendersi dall'idea che esista una sola etica, di ispirazione laica o religiosa che fosse capace di coprire coerentemente l'intero ambito della morale e portare avanti invece l'idea di un'etica che prevedesse, con realismo, fortissime dosi di pluralismo. Ciò è stato salutato da un profluvio di interventi cattolici tra l'indignato e il sarcastico, mentre non sono stati moltissimi i laici ad esprimersi a favore dell'iniziativa. Per i primi si trattava di principi inaccettabili. Per i secondi esprimere con chiarezza certi valori laici era sembrato scontato, dogmatico e forse anche di cattivo gusto. Una grande filosofa inglese, Onora O'Neill, era in Italia nei giorni precedenti la pubblicazione del Manifesto. Gliel'ho sottoposto e il suo commento è stato che era ben fatto e completo, ma non capiva che discussione avrebbe potuto suscitare perché ormai quei principi erano da considerarsi completamente accettati da tutti, laici e religiosi.

Ma come, mi ha detto, in Italia voi fate un dibattito su questo? Perché? Non sono forse questi i principi che stanno già alla base della laicità di uno Stato? Di qualunque Stato? Di qualunque Stato laico, ma non dell'Italia. Che francamente credo che non sia affatto uno Stato laico. Le reazioni al Manifesto, come dicevo, sono arrivate soprattutto dal mondo cattolico. Il nostro testo aveva un tono molto distensivo, improntato al tentativo di trovare quell'umanesimo comune di cui abbiamo parlato tanto oggi. Le reazioni invece sono state piuttosto violente. C'è stato una specie di irrisione di questo manifesto, considerato "positivista" per l'enfasi che poneva sulla conoscenza scientifica. Così ho scoperto che dare a qualcuno del "positivista" in Italia è una specie di insulto. Infatti il positivismo è per antonomasia "positivismo volgare". E che c'è un altro insulto relativo alla filosofia morale, che consiste nel dare dell' "utilitarista" a qualcuno o dell' "utilitaristico" a qualche posizione intellettuale. Di solito l'utilitarismo è definito "egoistico", il che è anche un errore storico e concettuale perché non c'è filosofia morale più altruistica dell'utilitarismo. Anzi, se l'utilitarismo ha un difetto - e in realtà ne ha molti - è proprio quello di essere "troppo" altruistico.

Il manifesto era dunque, secondo i suoi critici, positivista e utilitarista (e anche, altro insulto italico, illuminista). Tutte cose che, anche se non condivisibili in pieno in tutte le loro forme, prese in dosi normali ed evitando alcune punte dogmatiche, sono accettabilissime. Soprattutto se il positivismo è quello che avevamo cercato di esporre noi, incentrato sul fatto che, quando si discute su questioni come quelle della bioetica, la scienza, le ragioni della scienza, non possono essere sempre messe completamente in secondo piano rispetto ad una serie di altre ragioni, altrettanto importanti, di tipo etico e di tipo sociale. In Italia è successo che queste ultime hanno avuto una irragionevole prevalenza fino a ad alimentare un atteggiamento decisamente antiscientifico. Noi abbiamo un Comitato nazionale per la Bioetica che ha sempre messo nell'angolo le posizioni scientifiche e poi ha prodotto - anche se non direttamente, ma comunque ha fatto in modo che il Parlamento producesse e ha dato l'approvazione - a leggi come quella sulla fecondazione assistita, che tra i tanti difetti e mostruosità ha anche quello di esprimere una decisa ostilità nei confronti della libera ricerca sulle cellule staminali embrionali...

Perché questa auto limitazione? Riporto una rapida citazione. Questa auto limitazione implicherebbe un relativismo epistemologico correlato all'esistenza umana. Conoscete tutti il famoso motto latino: "Fuori dalla chiesa, non ti conosco!". Si potrebbe interpretare questa frase in modo differente. Dal punto di vista sociologico, si potrebbe dire che la religione è vera se le condizioni preliminari sono vere, ovvero che, alla fine dei conti, non si può scappare dal proprio involucro corporale. Quando si parla dell'assoluto, non si può parlare assolutamente dell'assoluto, il che vuol dire che è necessario imparare ad accettare questa auto limitazione nascosta nella sfera politica. La neutralità dello Stato moderno si appoggia a questa auto limitazione della religione, il che vuol dire che non dovrebbero essere presenti simboli religiosi nell'auto rappresentazione degli Stati moderni.

Non bisogna accettare questi simboli cristiani discriminandone altri. Nell'arena politica si parla con atteggiamenti religiosi, ma la scena politica non può essere regolata dal fatto religioso. La scena politica è garante della religione, ma bisogna evitare la presenza di una predominanza religiosa. Bisogna ricordarsi che esiste molta violenza collegata alle religioni. La religione e la violenza, nella storia, sono state due cugine tedesche che hanno camminato sempre molto vicino. Quindi la religione è un pacificatore naturale? (Non ne sono affatto convinto!) Bisognerebbe evitare di formulare risposte morali immediate a questa domanda. Almeno all'inizio della civilizzazione, le religioni sono state un successo culturale della civilizzazione. La religione ci ha donato una stabilizzazione primaria delle società e una legittimazione delle società. Ad esempio: il fenomeno del sacro è molto ambivalente. È un'esperienza positiva, ma il sacro genera anche paure, il sacro induce violenze e, pertanto, ai assiste a un'ambivalenza del sacro, un'ambivalenza intrinseca che non bisogna dimenticare, rifiutare. Non bisogna essere ingenui.

* Responsabile della pagina "Scienza e Filosofia" del supplemento culturale del Sole 24 ore

Martedì, 8 luglio, 2008 - 17:21
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