SE IL DOGMA E' CONTRO RAGIONE

DI Gianfranco Spadaccia

Pubblichiamo alcuni stralci di un editoriale più vasto e argomentato di Gustavo Zagrebelsky, scritto per "la Repubblica" il 10 gennaio 2007. Riportiamo alcuni passi, a proposito del dialogo con la Chiesa in tema di moralità e razionalità, nei quali pienamente ci riconosciamo. Questo dialogo è stato a lungo sollecitato dalla Chiesa in nome di una "bene intesa laicità", contrapposta al laicismo e al relativismo, responsabili dell'indifferentismo etico che la stessa Chiesa denuncia come fenomeno di disgregazione morale della società. Posta in questi termini, la stessa possibilità del dialogo viene negata in radice e si riduce - come osserva giustamente Zagrebelsky - ad un espediente tattico, opportunistico, per meglio riproporre, in un'epoca in cui la gerarchia ecclesiastica si sente minoritaria e assediata da una cultura secolarizzata, la superiorità della propria concezione dell'etica e della ragione (la sua pretesa "oggettività") e spianare la strada ad un più efficace condizionamento della politica e del Parlamento, avvalendosi del potere di influenza e qualche volta di veto che la gerarchia cattolica si è conquistata nell'attuale bipolarismo italiano. Di questa pretesa superiorità, che - anche in questo ha ragione Zagrebelsky - non riesce a celare un sostanziale disprezzo per l'altro con cui si dovrebbe dialogare, abbiamo avuto un significativo esempio proprio nel caso Welby. Chi chiede di porre fine, come ha fatto Piergiorgio, a un ormai insopportabile accanimento terapeutico e comunque chi chiede di porre fine a una vita giunta al termine, priva di speranza e carica di sofferenza, viene considerato con sufficienza o commiserazione: se lo chiede o lo ha chiesto è perché è stato lasciato solo alle prese con la sua malattia e con la prospettiva della morte: nessuno, né il medico né i familiari, hanno saputo e voluto prepararlo e accompagnarlo fino alla fine. In una trasmissione dell'Infedele di Gad Lerner abbiamo visto questa presunzione giudicatrice - inaccettabile e perfino disgustosa - rivolta contro lo stesso Piergiorgio. Contro i suoi familiari e gli amici e contro il medico che ha accolto la sua richiesta. Preparare e accompagnare il malato terminale alle sofferenze e alla morte per Ruini e per Sgreccia significa soltanto prepararlo e accompagnarlo a donare le sue sofferenze a Dio. Questo dono della sofferenza a Dio è l'unica "buona morte" ipotizzabile dalla Chiesa. Convinzione non solo legittima ma degna del massimo rispetto, a condizione che non si pretenda di imporla a chi non crede in Dio o a chi ha una differente concezione del proprio rapporto con Dio e con il mistero che circonda la vita e la morte. Dalla fecondazione assistita ai Pacs, dalla ricerca sulle cellule staminali embrionali al caso Welby, viene riproposto lo stesso copione: da una parte ci sono i portatori della verità, dall'altra i suoi negatori o spregiatori, da una parte la Morale, dall'altra l'immoralità, da una parte i Valori e dall'altra i disvalori. Dopo Pannella, anche Zagrebelsky ha evocato l'ombra di Bellarmino. Mai viene riconosciuto all'altro il riconoscimento di essere portatore di una diversa moralità, ugualmente legittima e ugualmente rispettabile. La Chiesa (ma è più giusto dire il suo Papa e la sua gerarchia) pretende di dialogare su una nuova concezione della laicità, ma mai e poi mai accetterebbe di discutere una nuova concezione della religiosità, della quale si considerano gli unici depositari. L'appello della Chiesa a un dialogo sulle basi di una "bene intesa laicità" trova naturalmente una risposta condiscendente da parte dei tanti laici che invocano sui temi etici "soluzioni condivise". Da ultimo a farlo è stato, sui Pacs, lo stesso capo dello Stato. Ma se un dialogo reale e paritario è impossibile, per il sostanziale disprezzo c h e la gerarchia nutre per le concezioni morali (per essa immorali) dell'interlocutore, quali soluzioni condivise possono ipotizzarsi che non siano appena mascherati cedimenti alle ingiunzioni della gerarchia ecclesiastica. Non è questione che riguardi la divisione ideale fra laici e cattolici, non solo perché fra i laici ci sono innumerevoli cattolici e comunque credenti, ma perché la divisione su questi temi attraversa anche la Chiesa, come dimostrano le reazioni e il dibattito suscitato dall'intervento del cardinal Martini. Anche qui ha ragione Zagrebelsky, sono davvero lontani i tempi e lo spirito del Concilio Vaticano II, la sua apertura al mondo. Ma un abisso sembra anche separarci da un papa vitale e contraddittorio come Giovanni Paolo II.

Mercoledì, 21 novembre, 2007 - 16:05
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