Se la scienza viene politicizzata, perde il suo ruolo guida nel mondo

Int. a Roger Pielke di Giulia Innocenzi

Gli scienziati agiscano come “onesti intermediari” per agevolare il consenso nella politica

In Italia è in corso un dibattito sull'aborto, in cui alcuni politici chiedono nuove restrizioni normative. Quale pensa dovrebbe essere il ruolo degli scienziati?

La scienza e gli scienziati hanno poco da offrire ai dibattiti come quelli sull'aborto, che sono basati su un conflitto fra valori contrastanti. Nel libro contrappongo la questione dell'aborto alla situazione in cui un tornado si avvicina a un gruppo di persone. In quest'ultimo caso, infatti, tutti hanno un valore condiviso: vogliono salvare la propria vita. Qui l'informazione può giocare un ruolo molto importante, può dirti se il tornado sta arrivando dove ti trovi, se devi evacuare, andartene. Al contrario, nel caso dell'aborto e dibattiti simili, fondati sui valori e credi diversi delle persone, l'informazione può fare molto poco per cambiare la percezione delle persone, se queste non partono da un consenso su come la buona società dovrebbe essere. La decisione finale in situazioni di conflitto dipende molto da processi finalizzati al raggiungimento del consenso, perciò la scienza ha poco da offrire per risolvere quel tipo di dibattiti.

La scienza dovrebbe essere connessa alla società attraverso ciò che lei chiama "il modello lineare di scienza".Questo era vero fino alla fine della guerra fredda. Cosa è successo dopo?

Il miglior modo per prendere le decisioni che riguardano la scienza è di raccogliere tutti i fatti, ottenere il consenso delle persone sulle conoscenze a disposizione, dopodiché prendere la decisione condivisa. Questo è il modello lineare. In realtà, però, il mondo è più complesso. Alla fine della guerra fredda è caduta la giustificazione predominante della maggior parte della ricerca condotta in Occidente: la battaglia contro l'Unione Sovietica. Che fosse l'esplorazione dello spazio, la salute o lo sviluppo delle tecnologie, tutta la ricerca era spinta dalla guerra fredda. Dalla caduta del muro di Berlino in poi è stata data una grossa importanza all'accountability pubblica della scienza, la gente ha cominciato a domandarsi la destinazione dei tanti soldi spesi per la scienza. Rispetto al passato, inoltre, le questioni di policy coinvolgono sempre più una componente scientifica o tecnologica. Per esempio, quando Colin Powell dovette sedere di fronte alle Nazioni Unite per giustificare la guerra in Iraq, si armò di molte argomentazioni scientifiche, come la dimensione di alcuni tubi per la produzione di materiale nucleare. In futuro, sempre più scienziati saranno coinvolti nei dibattiti politici, come quello sul cambiamento climatico o quello sugli organismi geneticamente modificati, ma c'è un rischio: che la scienza venga facilmente politicizzata. Se ciò succede perdiamo il valore più importante legato alla scienza: il suo ruolo guida rispetto a ciò che avviene nel mondo.

La scienza può essere utilizzata come giustificazione di una determinata azione, ma tutto dipende dal contesto politico.Cosa succede se, come in Italia, il conflitto fra i diversi valori è molto alto?

Dove il conflitto fra valori diversi è alto, la scienza non è il migliore strumento per giungere a una soluzione. Non c'è nessuna magica sfera cui relegare intense dispute ideologiche a esperti tecnici o scientifici e sperare di ottenere una risposta, così da rimuovere la politica dall'equazione risolutrice. Per alcune questioni, non c'è altra soluzione per la costruzione della decisione pubblica che un processo insoddisfacente di governo democratico.

Per stabilire il ruolo degli scienziati deve essere analizzato il tipo di democrazia nel quale lavorano. Per il beneficio della società intera,quale dovrebbe essere il ruolo degli scienziati e in quale tipo ideale di democrazia?

All'interno del governo democratico vi sono quattro ruoli che gli scienziati dovrebbero ricoprire. Il primo è lo "scienziato puro", quello che fa ricerca, senza aspettarsi di risolvere problemi o di rispondere a specifiche decisioni. Gli "arbitri della scienza", invece, sono scienziati pronti a rispondere a domande molto tecniche, poste dai decisori pubblici. Per esempio, le morti che ci aspettiamo dall'inquinamento o il rischio di terremoto in una zona geografica specifica nei prossimi dieci anni. I "sostenitori di una posizione" sono utilizzati dalla politica per interferire in determinate questioni. Le persone che vogliono sia fatto qualcosa sul cambiamento climatico, ad esempio che i paesi firmino il Protocollo di Kyoto, solitamente ingaggiano molti scienziati come sostenitori, cercando di ottenere l'adozione di una determinata policy in tutto il mondo. L'ultima tipologia di scienziato individuata nel mio libro è "l'onesto intermediario di scelte alternative", che anziché dirci cosa fare, ci indica quali sono le diverse opzioni in ballo. Credo che una sana democrazia dovrebbe contenere tutti e quattro i tipi di scienziati per il processo di decisione pubblica. Il mio dubbio è che crescano sempre più gli scienziati "sostenitori di una posizione" che partecipano al processo politico, mentre restano pochi gli "onesti intermediari". Dagli scienziati abbiamo bisogno di più opzioni che portino al compromesso politico.

@pprofondisci

Ascolta l'intervista a Roger Pielke in versione originale: http://www.lucacoscioni.it/intervista_a_roger_pielke_autore_di_the_hones...

Lunedì, 4 Febbraio, 2008 - 15:54
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