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Conquistiamo terreno, senza illusioni di Tommaso Ciacca
Vorrei innanzitutto ringraziare il segretario dell’Associazione Luca Coscioni e tutti coloro che hanno lavorato perché si tenesse questo congresso online. Si è scelto uno strumento che ha permesso a chi non avrebbe potuto, di esserci e intervenire. Uno strumento che rimane a disposizione e certamente rappresenta una aggiunta in termini di partecipazione e dibattito aperto.
Una scelta analoga, certamente più rudimentale dal punto di vista tecnologico, mi permise di conoscere, condividere e sostenere le idee di Luca Coscioni quando presentò, ormai 9 anni fa, la sua candidatura per le elezioni in rete, primo evento almeno nel nostro Paese, degli organi dirigenti radicali. Pur essendo umbro come Luca, non lo avevo mai incontrato, ne avevo avuto notizia dai compagni ternani, ma devo dire grazie a quelle elezioni, perché potei sostenere e votare la sua “lista antiproibizionista sulla scienza, sulle droghe, sui diritti individuali, religiosi, politici, economici e sessuali”. Luca poneva l’accento sull’antiproibizionismo a 360° e successivamente riuscì, come dirigente nazionale, a portare avanti con ancora più forza le sue, le nostre istanze che poterono trovare ulteriore arricchimento dalla nascita nel 2002 dell’associazione che porta il suo nome.
Concordo sul fatto che ci si stia facendo carico nella nostra Associazione dell’analisi sul regime sessantennale e condivido quanto affermato da Alessandro Capriccioli sulla necessità di alzare il livello dello scontro. Non dobbiamo aver paura di parlare di eutanasia, innanzitutto perché essa già esiste. Lo posso confermare da medico. C’è una eutanasia clandestina, che in alcuni casi rappresenta l’unica soluzione a cui cercano di rivolgersi pazienti gravissimi, la cui sofferenza è divenuta insostenibile e la cui dignità è calpestata. Ma questa domanda di eutanasia, non trova sempre risposta, per i rischi che comporta ai medici e familiari coinvolti. Ecco che ci si può trovare di fronte ad una eutanasia clandestina, di “classe”, che può essere garantita solo se si hanno certe conoscenze oppure si può ricorrere ad un “fai da te” sul quale possiamo immaginare il dramma che si aggiunge al dramma.
Legalizzare l’eutanasia è un passo importante per i diritti civili. Se il 4% dei miei colleghi rianimatori, intervistati anonimamente per una indagine dell’università cattolica di Milano, ha ammesso di aver praticato una iniezione letale, si può presumere che siano quasi 400 gli anestesisti in Italia che abbiano agito al di fuori della legalità. Ma se consideriamo anche i medici di altre specialità come i palliativisti, gli oncologi, i geriatri e gli stessi medici di famiglia, è possibile quel numero sia nell’ordine delle migliaia.
I premi nobel che nel ’75 sottoscrissero il manifesto a favore dell’eutanasia avevano ben chiaro quale fosse il livello dello scontro. Deploravano la non umanità, la morale insensibile e le restrizioni legali. Il tabù tradizionali erano e sono le principali barriere. Ad esempio il tabù della morte, che un altro umbro come Luca, Francesco d’Assisi chiamava nostra sorella e che oggi invece spesso viene nascosta, allontanata. Ciò che prevale è una forma di feticismo che di spirituale ha ben poco. Il corpo sacralizzato anche quando testimonia solamente sofferenza e perdità di dignità della persona.
Quella morte di cui Giovanni Nuvoli, profondamente credente divenuto anticlericale, parlava con serenità e alla quale si è abbandonato con l’unico strumento che ancora aveva a disposizione: quello della nonviolenza. Rifiutando nutrizione e idratazione artificiali, dopo che la sua volontà di sospendere la ventilazione artificiale era stata calpestata. In quel caso la procura che era a conoscenza di tutto, non intervenne e il medico di famiglia non ebbe alcuna conseguenza legale. Di questo non si parlò nei giorni di Eluana Englaro, quando si diceva che quella sarebbe stata la prima morte per “fame e per sete” nel nostro Paese. Ecco, oggi Maddalena Soro, la moglie di Giovanni Nuvoli ha terminato un diario di quanto accaduto da quando nel 2000 Giovanni si ammalò. E’ un diario-denuncia dei mali della sanità, dell’indifferenza, di patenti violazioni che avvengono negli ospedali, in cui le terapie sono dovere. Uno spaccato sulle inefficienze dello Stato di fronte alla disabilità, della incompetenza e dell’isolamento economico, sociale, assistenziale al quale vengono condannati pazienti e famiglie. Maddalena sta cercando un editore che lo possa pubblicare ma è molto difficile.
Nel contesto di non-democrazia che viviamo l’Associazione Luca Coscioni è già gruppo partigiano e una cellula o uno-due iscritti rappresentano degli avamposti che possono essere preziosi sia per singole situazioni, sia per battaglie più generali (e alla fine i risultati ed obiettivi convergono).
Quindi sì ad alzare il livello dello scontro, coinvolgendo anche altre associazioni, partiti, cittadini in più realtà possibili per innescare l’iter che porti all’istituzione dei registri del testamento biologico in tempi brevi. Come ha ben spiegato Mina Welby, tre sono i risvolti positivi della affermazione a livello locale dell’iniziativa in corso: il primo riguarda per il cittadino paziente che si sente più tranquillo nell’aver potuto in modo ufficiale lasciare le proprie direttive anticipate di trattamento presso amministrazione pubblica , il secondo attiene agli aspetti legali con l’eventuale ricorso alla corte Costituzionale e l’ultimo attiene all’attività del medico. I medici, soprattutto coloro che lavorano in certi reparti come le terapie intensive sono quotidianamente coinvolti in situazioni in cui è necessario prendere una decisioni. Una dichiarazione, disposizione anticipata aiuterebbe il medico ad avere un approccio complessivamente più consapevole e sereno.
Quindi alziamo il livello dello scontro a 360 gradi sul proibizionismo, questa era la richiesta di Luca Coscioni. Sulla scienza innanzitutto (per questo ho sottoscritto la mozione su OGM) ma poi a cascata sulle droghe, sul sesso. La vicenda di Aldo Bianzino, pacifico falegname morto esattamente due anni fa nel carcere di Perugia, a sole 36 ore dal suo arresto per aver coltivato alcune piantine di canapa ci fa toccare con mano il dramma che leggi assurde possono generare. C’è un processo in corso, e ci si appella alla giustizia, ma una famiglia intanto ha subito un urto irreparabile.
L’associazione Luca Coscioni è riconosciuta perché in questi anni ha fatto importanti battaglie. Credo che la segreteria e la tesoreria abbiano lavorato bene. Anche nell’ipotesi di una riconsiderazione della galassia radicale, il patrimonio accumulato e la grande potenzialità operativa non possono essere disperse.
Senza illusioni né ingenuità dobbiamo andare avanti facendo tesoro dell’analisi che la Pesta Italiana ci offre e rilanciando le nostre battaglie con forza con tutti gli strumenti di cui possiamo disporre.
Guadagnare terreno facendo informazione, coinvolgendo i parlamentari, utilizzando gli strumenti di partecipazione diretta a livello delle amministrazioni locali, manifestando, proseguendo con il soccorso civile.